25 maggio 2017

L’avvio della presidenza Macron, un paradigma di realpolitik

di Stefano Carpentieri

L’insediamento di un nuovo capo di Stato non è mai cosa semplice: in pochi giorni bisogna creare un nuovo governo, fare le prime visite ufficiali ai capi di Stato alleati, dimostrare agli elettori che si è in grado di mantenere le promesse fatte.

È quindi banale dire che la prima settimana di presidenza di Emmanuel Macron sia stata carica di avvenimenti, considerato altresì che il giovane presidente della Repubblica ha davanti a sé difficoltà che i suoi predecessori non avevano.

La sua vittoria alle scorse elezioni non ha certamente creato unanimità nel mondo politico: basta considerare l’elevato tasso di astensioni, gli slogan nelle manifestazioni «ni Le Pen ni Macron, ni patrie ni patron» e l’aumento dei voti per il Fronte nazionale al secondo turno delle elezioni presidenziali per capire che il giovane Presidente non può permettersi passi falsi.

La priorità di Macron è, quindi, quella di creare un governo che, da una parte, mantenga le promesse di rinnovamento della classe politica, rispetti la parità di genere, non appaia né di destra né di sinistra, risultando composto da professionisti affermati provenienti dalla società civile, e, allo stesso tempo, riesca ad ottenere il supporto necessario a vincere le elezioni legislative che si terranno nel prossimo mese di giugno. Un’impresa quasi impossibile, ma nella quale il nuovo Presidente sembra si stia districando non senza abilità.

Il primo scoop della settimana presidenziale è stato la nomina del primo ministro. La scelta di Monsieur Macron è caduta sul sindaco di Le Havre, Edouard Philippe, già deputato per il partito dei Repubblicani. Una scelta fatta seguendo la promessa del cambiamento, ma che senza dubbio rassicura gli elettori di destra. Quarantaseienne ed enarca, Philippe non ha mai rivestito ruoli ministeriali, ha partecipato ai lavori del Senato per cinque anni, senza brillare né per presenza né per impegno, ed è uno dei più convinti sostenitori di Alain Juppé. Descritto come un riformatore di destra attento al sociale, Philippe non ha mai nascosto la sua volontà di puntare sul binomio Francia-Germania per guidare l’Unione Europea. Designandolo come primo ministro, Macron ha dato una prima scossa al gruppo della destra che gli aveva dichiarato guerra alle elezioni legislative.

La scelta successiva dei ministri, operata da Philippe sotto l’egida del nuovo Presidente, segue tre criteri definiti: il rispetto delle promesse elettorali sul rinnovamento e sulla parità di genere, il superamento del paradigma destra/sinistra, l’eliminazione dei potenziali concorrenti.

Per ottenere la maggioranza necessaria alle elezioni di giugno, Macron non ha altra scelta se non quella di accertarsi che gli altri partiti ottengano meno voti del suo movimento La République en marche. Il Partito socialista, che aveva già dato una pessima prova di sé al primo turno delle presidenziali, continua il suo sfaldamento con la partenza dell’ex primo ministro Manuel Valls, che ha affermato di voler far parte della nuova maggioranza macroniana, ed è stato, dunque, invitato a presentare le sue dimissioni dal PS.

Il pericolo maggiore proviene senza dubbio dal partito di destra: i Repubblicani erano riusciti ad ottenere il 20% dei voti al primo turno e, nonostante un appello del capofila François Fillon a votare contro Marine Le Pen, molti esponenti del partito avevano optato per una completa ostruzione al candidato di En Marche! Per accaparrarsi i voti della destra, quindi, Macron non ha esitato a lasciarsi alle spalle il passato ed ha affidato alcuni dei ministeri più prestigiosi proprio alla “nuova leva” della destra.

Come nuovo ministro dell’Economia è stato designato Bruno Le Maire, uno dei perdenti delle primarie della destra, tra i più giovani esponenti del partito dei Repubblicani (solo 48 anni). Le Maire aveva già sfiorato la nomina al ministero dell’Economia durante la presidenza Sarkozy del 2011, ma, nonostante le sue competenze, all’epoca la nomina era stata revocata a causa delle pressioni esercitate dalle alte sfere del partito, che reputavano inammissibile la troppo rapida ascesa del giovane politico. Le Maire, da allora, si è dedicato ad accrescere il suo peso politico, al punto da partecipare, alla pari di Sarkozy, Fillon e Juppé, alle primarie della destra, dove si è distinto per i suoi attacchi diretti e per le critiche alla gestione del partito di destra. Anche il nuovo ministro della Giustizia proviene dal panorama della destra tradizionale: si tratta di François Bayrou, ex membro dei Repubblicani, che già nel 2002 si era distaccato ed aveva partecipato alle presidenziali come capofila del suo partito, il MoDem. Cattolico praticante ed europeista convinto, forte di due precedenti esperienze ministeriali, Bayrou aveva posto come condizione al suo sostegno a Macron la creazione di una legge sulla moralizzazione della vita politica. Dal Modem provengono anche la ministra dell’Esercito Sylvie Goulard e la ministra degli Affari europei Marielle de Sarnez. Altro successo dello schieramento di destra è rappresentato dalla nomina di Gérald Darmain alla guida dei Conti pubblici; questo giovane sindaco (35 anni) era, infatti, una delle figure vicine a Nicolas Sarkozy.

Se la destra è quindi presente, ed in ruoli importanti, tanto che alcuni media chiedono alla sinistra di fare opposizione, non mancano, tuttavia, anche gli esponenti del blocco opposto, scelti nell’ottica di un superamento del vecchio antagonismo politico.

La nomina che ha fatto più scalpore è stata quella di Nicolas Hulot, ex presentatore televisivo, membro del partito dei Verdi, al ministero della Transizione ecologica e solidale. Hulot aveva, fino ad oggi, rifiutato nomine ministeriali, in quanto le sue ferme posizioni sulla denuclearizzazione del sistema energetico francese lo rendevano incompatibile con tutti i precedenti governi. La sua presenza costituisce un elemento di novità non indifferente in un Paese che è ancora diffusamente pro-nucleare. Altri ministri di “sinistra” sono Richard Ferrand, ex membro del PS, nominato al ministero della Coesione territoriale, Annick Girardin, ministra dei Territori d’oltremare, proveniente dal Partito radicale di sinistra. Infine, fedele alle promesse di rinnovamento, una componente importante di questo governo  proviene dalla società civile. Personalità che non hanno fatto della politica la loro professione, ma che sono state selezionate proprio per le loro competenze particolari negli incarichi che ricoprono. Solo per citare alcuni esempi, al ministero dell’Educazione nazionale si posiziona Jean-Michel Blanquer, direttore generale dell’ESSEC, una delle più grandi scuole di economia e commercio del mondo; al ministero dello Sport è stata nominata una ex campionessa olimpionica di scherma, Laura Flessel; infine, al ministero del Lavoro, una delle priorità di questo governo, Muriel Pénicaud,  direttrice generale di Business France, membro del consiglio di amministrazione di diverse multinazionali, che ha lavorato anche per Danone e Dassault Systèmes, quest’ultima azienda leader nella fornitura di materiali militari.

Uno schieramento molto composito, quindi, che ha immancabilmente attirato diverse critiche. Da una parte vi è chi teme una prevalenza di componenti provenienti dalla destra liberale e dalle grandi aziende nei ruoli chiave dell’economia, dall’altra chi critica l’assenza della promessa parità fra i sessi, in quanto, anche se numericamente presenti, le donne risultano escluse dai ministeri più importanti; infine, nonostante rinnovamento e cambiamento siano state tra le parole d’ordine della campagna presidenziale, molti degli attuali ministri hanno già ricoperto incarichi in precedenza, oppure provengono dalle stesse formazioni politiche che per venti anni hanno governato il Paese. Nonostante ciò bisogna riconoscere che il governo Philippe è un paradigma di realpolitik, che riesce a coniugare forze di destra e di sinistra, pro-europee, indipendenti dai vecchi partiti maggioritari, e, allo stesso tempo, favorisce la frammentazione dell’opposizione.

Per molti versi il mandato di Emmanuel Macron si avvia ad essere una presidenza diversa, anche se, allo stesso tempo, in linea con le precedenti. Si prenda, ad esempio,  la scelta di effettuare la prima visita all’estero in Germania; durante la campagna presidenziale in molti avevano criticato le tendenze filotedesche di Emmanuel Macron, ma la scelta di effettuare la prima visita ufficiale a Berlino si inscrive in una tradizione consolidata di valorizzazione del binomio franco-tedesco. Già Jacques Chirac, infatti, riservava, nel 1995, la sua prima visita ufficiale al cancelliere tedesco; lo stesso faceva Helmut Kohl tre anni dopo, partendo per Parigi all’indomani della sua elezione. Lo stesso vale per i governi di Sarkozy e di Hollande, tutti inaugurati con un viaggio a Berlino. Realismo politico e lettura del presente, la presidenza Macron si presenta come un’equilibrata risposta alle domande di cambiamento di una società francese che ha già soddisfatto la sua sete di rivoluzione.

 


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