10 marzo 2020

L’intesa Roma-Parigi e le incertezze italiane

Dopo il vertice tra le rappresentanze italiane e russe del 18 febbraio, l’incontro svoltosi a Napoli lo scorso 27 febbraio tra le massime autorità di Francia ed Italia è stato l’ultimo appuntamento internazionale di primo piano a svolgersi nel nostro Paese prima dell’inizio dell’emergenza da Covid-19. Con il vertice partenopeo, durante il quale sono stati firmati importanti accordi, Roma e Parigi hanno inteso quantomeno mettere temporaneamente da parte la tradizionale litigiosità delle proprie relazioni.

 

Tra i numerosi accordi firmati spicca quello relativo al progetto di cantieristica militare comune “Naviris”, concretizzato dalla francese Naval Group e dall’italiana Fincantieri: a queste si sommano delle intese di massima che dovrebbero portare allo sviluppo di progetti comuni anche nel settore aerospaziale. Gli accordi siglati a Napoli confermano inoltre la richiesta francese di essere affiancata e sostenuta militarmente dall’Italia sia nello Stretto di Hormuz sia, soprattutto, nel Sahel, dove la Francia si trova da tempo in serie difficoltà. Durante il vertice è emerso inoltre un certo grado di convergenza anche sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, verso il quale Francia e Italia sembrano condividere le medesime perplessità.

 

La Francia è oggi il Paese dell’Unione Europea che detiene un primato strategico rispetto al quale l’Italia si trova indietro. Il presidente francese Emmanuel Macron non ha avuto esitazioni ad affermare e ribadire in più occasioni di considerare l’Alleanza atlantica “cerebralmente morta”: a questa presa di posizione, non certo trascurabile, si deve aggiungere l’auspicio di superare le sanzioni rivolte contro la Federazione Russa di cui il presidente francese si è fatto interprete: un fatto che visto dall’Italia ha il sapore dell’ennesima occasione perduta. Roma avrebbe potuto su questo tema giocare un ruolo da protagonista anziché rimanere in secondo piano. Del resto, l’Italia è forse il Paese che continua a pagare più caro l’impianto delle sanzioni – e le conseguenze delle controsanzioni – rivolte contro Federazione Russa, Iran e Siria.

 

Parigi, dal canto suo, utilizza le proprie intese – soprattutto con Cina, Federazione Russa e Iran – per negoziare con più forza sia all’interno dell’Unione Europea sia con gli Stati Uniti. Più in generale, Parigi ambisce al ruolo di interlocutore privilegiato di Mosca e Pechino in Europa occidentale: se è vero che nonostante le sanzioni il volume delle esportazioni italiane verso la Federazione Russa è superiore seppur non di molto a quello francese, l’interscambio tra Cina e Francia vale circa il doppio di quello tra Cina e Italia. Un dato che già di per sé fa intuire quanto Parigi abbia scommesso sul rapporto con Pechino: a questo si deve aggiungere che Huawei costruirà in Francia il primo – e al momento unico – stabilimento europeo per la tecnologia 5G, probabilmente nella zona di Strasburgo. Curiosamente, l’annuncio del presidente di Huawei Liang Hua, è stato dato proprio mentre a Napoli si stava svolgendo il vertice Italia-Francia.

 

L’interdipendenza economica tra Francia e Italia ha una consistenza certamente tangibile e senz’altro non trascurabile: tuttavia, vari fattori favoriscono Parigi a scapito di Roma, anche nella costante penetrazione economica che la Francia conduce in Italia. Il blocco imposto dalle istituzioni europee sull’acquisizione di Chantiers de l’Atlantique (ex STX France) da parte di Fincantieri ne è solo l’ennesima riprova.

 

Parigi ‒ come del resto Berlino ‒ utilizza l’architettura dell’Unione Europea in funzione del proprio interesse nazionale. Al netto di una serie di fattori oggettivi che rafforzano la capacità francese di negoziare (esercito, deterrente nucleare, Françafrique) gli elementi fondamentali che avvantaggiano Parigi in modo determinante si ritrovano nella capacità di circoscrivere lucidamente l’interesse del Paese e di perseguirlo: una capacità di cui troppo spesso l’Italia sembra non voler giovarsi.

 

Del resto, anche la fusione tra i gruppi automobilistici FCA (Fiat-Chrysler) e PSA (Peugeot-Citröen) pone interrogativi rilevanti sulle prospettive dell’industria italiana: è infatti possibile che con il nuovo assetto societario il considerevole peso francese finisca per mettere a rischio le quote di produzione presenti in Italia con probabili ridimensionamenti dell’organico nazionale (circa 60.000 lavoratori). Una possibilità, quella di un ulteriore colpo al sistema produttivo italiano, che si presenta come tale nella già complicata fase economica di crescita prossima allo zero a cui si sommano le conseguenze ancora incalcolabili, ma certamente serie dell’epidemia Covid-19.

 

Seppure non certo l’unico, la Libia resta il principale punto di frizione tra gli interessi italiani e quelli francesi: una frizione che entrambe le parti non hanno alcuna intenzione di ammettere in modo esplicito. Non vuole farlo l’Italia, che in Libia continua a fare i conti con la sua peggiore sconfitta dalla Seconda guerra mondiale: non vuole farlo la Francia, che nel 2011 è stato il primo Paese ad attaccare la Libia, procurando un disastro che l’Europa e l’Africa continueranno a pagare per decenni. D’altro canto, l’intesa con Parigi può essere utile per ridimensionare il neottomanesimo di Erdoğan (Eni/Total – Cipro), ma per l’Italia può rivelarsi un’arma a doppio taglio nel caos libico.

 

La debolezza italiana emerge anzitutto come un problema di coscienza nazionale: il Paese ‒ e la sua politica ‒ sembrano soffrire gravemente la mancanza di un’idea nazionale positiva, che possa emanciparla dalla subalternità sistematica prodotta dalla trama di vincoli esterni in cui si trova avvolta. La volontà di far coincidere la cordialità dell’incontro di Napoli con l’inizio di nuova fase dei rapporti bilaterali con Parigi, e di rinnovata fiducia tra le parti, appare molto ambiziosa.

Se da parte francese si tratterà di dimostrare ben riposta la fiducia italiana, da parte italiana si tratterà di dimostrare di saperla riporre con cura: non solo con Parigi.

 

Immagine: Emmanuel Macron (13 dicembre 2019). Crediti: Nicolas Economou / Shutterstock.com

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