09 giugno 2017

L’ironico esito dell’ennesimo azzardo elettorale

di Michele Chiaruzzi

La peripezia, l’ironia in azione, la deformazione che il contesto storico impone all’intenzione politica, è la regolare, ripetuta, si è tentati di dire fondamentale, esperienza della politica. C’è ironia nel fatto che la scelta di Theresa May di tenere elezioni politiche anticipate per rafforzarsi l’abbia infine costretta in una posizione di estrema debolezza.

La sintesi delle elezioni britanniche non è complessa perché ripropone una sequenza ormai nota: il gioco d’azzardo del Partito conservatore ha condotto ancora una volta alla propria bancarotta politica, conclusasi con la perdita di 12 seggi rispetto a quelli conquistati precedentemente e con la necessità di trovare il sostegno d’altri partiti per governare il Regno Unito. Anzi, di uno tra essi, l’unico sopravissuto a possibile favore dei Conservatori, poiché, a differenza del partito di governo, l’opposizione politica ha guadagnato seggi e segnatamente il Partito laburista di Corbyn, rinvigorito dalla conquista di 261 parlamentari, 31 in più di quelli precedenti.

Ironico è il destino che si staglia di fronte a un primo ministro che si pretendeva epigono di Margaret Thatcher, dunque di ferro, e che invece si è finora dimostrato di carta. Se May non sarà longeva come la Thatcher potrebbe essere, invece, uno dei primi ministri britannici con il mandato più breve della storia. Il suo fragile regno, costruito sull’immagine della stabilità e della forza, da tradursi concretamente nella maggioranza assoluta che la premier si proponeva di conquistare con quest’azzardo elettorale, potrebbe ora andare incontro al destino immaginato da William Hague, ex leader conservatore: «Il nostro partito è una monarchia temperata dal regicidio».

Non si sa ancora se il risultato delle elezioni comporterà la prematura scomparsa politica di questa fragile regina senza regno. Quel che si sa è che la dura realtà elettorale decreta la fine della ‘dura Brexit’ da lei prediletta. Oggi quella posizione possiede più debolezza, non più forza negoziale. Queste elezioni dovevano confermare l’orientamento britannico verso una prova di forza con gli «europei» e invece lo smentiscono. «Il Regno Unito farà da sé» è stato il grido elettorale dei Conservatori. Oggi è ricacciato in gola dall’amaro calice del voto.

Così il polso fermo della Gran Bretagna sul negoziato, invocato dal Governo, si è già ridotto a un polsino sgualcito, logoro persino prima dell’inizio. Ciò sembrerebbe quasi patetico, se non fosse che la politica possiede una logica propria di successo e fallimento. È dunque di fronte al successo del Labour, alla sua capacità, che soccombe la tattica della May e decade l’intera sua strategia politica. Non è un fatto naturale, bensì politico. Jeremy Corbyn conferma la capacità del capo di portare al successo il proprio schieramento politico aggregando consenso reale. Contro un apparato quasi interamente ostile, a partire da quello dell’informazione, Corbyn si conferma ancora con ciò che alla fine conta in politica: i voti.

È proprio la mancanza di voti quel che impedirà al Partito nazionale scozzese d’insistere per un secondo referendum d’indipendenza, un progetto politico di frammentazione del Regno Unito oggi riassorbito dal successo elettorale laburista. Mancano, infine, del tutto i voti necessari per entrare a Westminster a quel fantasma della politica denominato Ukip, capace d’inquietare le Isole Britanniche pur non avendo rappresentanza nazionale e la capacità di conquistarla neppure dopo l’eclatante vittoria al referendum sulla Brexit. Con la debacle dell’Ukip si estingue così, anche Oltremanica, il fuoco fatuo e immaginario del populismo, fenomeno che incendia i giornali ma si spegne a ogni tornata elettorale europea nella quale si presentino figure serie e concrete come quelle di queste elezioni, cruciali per tutta Europa.

 


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