16 dicembre 2019

L’offensiva jihadista in Burkina Faso

di Luca Attanasio

È uno dei pochi Paesi al mondo, se non l’unico, ad aver scelto di cambiare nome e dargli un’accezione di indirizzo politico e unitario. Burkina Faso significa Terra (in lingua moré, uno dei 60 dialetti) degli Uomini Incorruttibili (in lingua dioula). Lo decise Thomas Sankara, una delle più grandi figure politiche del continente africano e del mondo, ribellandosi, anche per quanto atteneva ai titoli, alla poco originale scelta dei colonialisti francesi che lo avevano battezzato Alto Volta (i due affluenti principali del Volta nascono in Burkina Faso). Il sogno e l’esistenza di questo rivoluzionario, teorico del panafricanismo, ebbero vita breve: neanche 4 anni dopo la sua salita al potere, nel 1987, venne ucciso nel corso di un colpo di Stato condotto dal suo amico e compagno di battaglia Blaise Compaoré in un agguato le cui modalità restano tuttora avvolte nel mistero. Ma in poco meno di 4 anni di potere, fu capace di azioni, discorsi e decisioni che lo fecero assurgere a simbolo nel pantheon dei politici mondiali. Prese posizioni nette contro il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, fu il primo leader africano a denunciare la minaccia dell’AIDS, e si batté strenuamente per i diritti dei popoli, delle donne (nel suo Paese si oppose a infibulazione e poligamia) e degli sfruttati della Terra. Celebre fu un suo discorso pronunciato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 4 ottobre del 1984 (la cui registrazione, solo recentemente rinvenuta, era misteriosamente scomparsa dalla videoteca di New York) in cui, dopo aver denunciato il neocolonialismo in atto nel continente africano e la volontà delle nazioni di autogestirsi, disse: «Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere ad una maggiore felicità», introducendo, peraltro, un concetto poco usato in politica.

Purtroppo, il glorioso futuro che il ‘Che Guevara’ africano aveva immaginato e cominciato a mettere in atto (la sua riforma agraria, solo per citare alcuni esempi, portò a un incremento della produzione dei cereali del 50%, mentre aumentò sensibilmente il tasso di scolarizzazione in tutto il Paese) ha trovato di continuo ostacoli nel percorso, creati da instabilità, violenze, colpi di Stato, epidemie – la peggiore, di meningite, colpì e uccise nel  1996 oltre 4.000 persone – e povertà. Mai, però, nella sua storia post-coloniale, era venuto a contatto con il fanatismo religioso. I suoi 19 milioni di abitanti, in maggioranza musulmani, suddivisi in 26 gruppi etnici, raramente hanno dovuto fare i conti con scontri interreligiosi, tantomeno con attacchi di stampo terroristico. Da qualche anno a questa parte, invece, il Burkina Faso ‒ complice anche una fase di estrema fragilità politica conseguenza prima della cosiddetta Primavera Burkinabé dell’ottobre 2014 (con successiva cacciata del presidente Blaise Compaoré al potere ininterrottamente dai tempi dell’attentato a Sankara, nel 1987) e poi del colpo di Stato del 2015 ‒ è al centro di una campagna terroristica feroce che sta seminando il panico tra la popolazione civile. L’offensiva jihadista in Burkina Faso ‒ condotta da una galassia di formazioni attive nel Sahel riunite sotto l’ombrello del Gruppo per la salvaguardia dell’islam e dei musulmani che vede protagoniste, tra le altre, milizie come Ansar al-Din, il Fronte di liberazione di Macina, Ansar ul Islam (un movimento autoctono), a partire dalla fine del 2015 ha messo a segno una serie micidiale di attentati a luoghi del potere, ambasciate, locali turistici, chiese e moschee, che hanno fatto oltre 700 morti. Gli sfollati interni, invece, sono già oltre il mezzo milione.

Ma l’ondata di terrore sembra intensificarsi negli ultimi mesi. Da ottobre a oggi si sono susseguiti a ritmo incalzante attentati a una moschea di Salmossi, nel Nord (16 morti), a una miniera d’oro il 7 novembre (una quarantina di morti e oltre 60 feriti) e a una chiesa protestante il 1° dicembre che ha fatto 14 morti. Ma notizie di attacchi e scontri, giungono ogni giorno. La campagna arriva in un momento in cui il Paese stava a fatica risalendo la china e rischia di bloccare la sua promettente crescita economica. Secondo la Banca mondiale, infatti, il PIL nazionale, dopo aver scalato le vette di crescita attestandosi al +6,3% nel 2017 o al 6,8% nel 2018, nel 2019 si aggira attorno al 6%.

La situazione preoccupa la comunità internazionale. Il segretario generale dell’ONU António Guterres, dopo aver fatto notare che i gruppi terroristici africani stanno rafforzando la loro presenza nella regione del Sahel e aumentando i livelli di violenza, ha affermato che la lotta al terrorismo non può essere affidata solo agli Stati della regione. C’è bisogno di uno sforzo comune perché si tratta di «una questione globale».

La Francia, prima presenza militare nel Paese e in tutta l’area, è nel mirino di molti che le sollevano critiche di inefficienza da una parte o, addirittura, di favoreggiamento indiretto del terrorismo dall’altra, data l’accusa che molti le rivolgono di neocolonialismo. «Non posso permettermi truppe schierate nel Sahel – ha dichiarato il presidente Macron lo scorso 4 dicembre rivolgendosi ai leader dell’Africa Occidentale – se continuano le ambiguità (da parte della autorità) verso movimenti anti-francesi». «Non siamo nella regione – ha poi aggiunto – per intenti commerciali o neocolonialisti». Dovrà impegnarsi molto per dimostrarlo.

 

Immagine: Una strada di Ouagadougou, Burkina Faso (23 agosto 2018). Crediti: Dave Primov / Shutterstock.com

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