12 febbraio 2019

L’ossessione delle armi

di Luca Attanasio

Poco più di un anno fa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sorprese il mondo intero avanzando una proposta choc che ipotizzava, all’indomani dell’ennesima strage in una scuola, l’utilizzo di armi da parte degli insegnanti. Per niente preoccupato dalle reazioni di sdegno interne ed esterne, anzi probabilmente esaltato da esse, nel maggio scorso ha rincarato la dose alla convention della National Rifle Association, dichiarando «Crediamo fermamente e sosteniamo il permesso per insegnanti altamente addestrati di portare armi». Dalle parti nostre, si discute con sempre maggiore insistenza del progetto che mira a legittimare il possesso e l’uso di armi per autodifesa. Il tutto nella convinzione incrollabile che le armi facciano sentire più sicuri. A nulla sembra valere la pubblicazione di dati che dimostrerebbero esattamente il contrario. Tra i tanti che si potrebbero citare, ci sono quelli diffusi dal The American Journal of Medicine che, ad esempio, comproverebbero che negli Stati Uniti – dove, com’è noto, la possibilità di acquistare armi è particolarmente estesa – il rischio di essere uccisi da un’arma da fuoco è 25 volte maggiore della media delle nazioni OCSE a più alto reddito. Ve ne sono poi altri che denunciano l’emergere di fenomeni collaterali connessi al possesso di armi quali la tendenza al suicidio o le morti accidentali (sempre gli americani avrebbero 8 volte più probabilità di usare un’arma da fuoco per togliersi la vita e 6 volte più probabilità di rimanere vittime di un colpo partito involontariamente).

L’ossessione delle armi, però, non è solo un fenomeno statunitense né tanto meno nostrano. Il ricorso ad esse, infatti, non è mai stato così alto come nel 2017. La spesa per gli armamenti nel mondo, come riportato nel rapporto della Caritas italiana sui conflitti dimenticati Il peso delle armi (ed. Mulino, in collaborazione con Avvenire, Famiglia Cristiana e MIUR, dicembre 2018), ha raggiunto la cifra record di 1700 miliardi di dollari, surclassando quella stabilita nel corso dei lunghissimi anni della Seconda guerra mondiale. Vengono innanzitutto utilizzate armi leggere – causa principale di uccisioni e ferimenti nel mondo – che grazie al loro basso costo e alla facilità di uso sono acquistate e utilizzate da chiunque: anche dai bambini arruolati nei conflitti. Ovviamente ci sono anche le armi pesanti, le armi proibite dalle convenzioni internazionali quali bombe a grappolo, mine antiuomo, gas letali – negli ultimi anni in inarrestabile ascesa –, quelle elettroniche o i droni, mentre il ricorso all’opzione nucleare aleggia di tanto in tanto tra le relazioni diplomatiche più tese.

Inutile segnalare che, all’opposto di un presunto migliore stato generale della sicurezza globale, lo spropositato aumento del mercato degli armamenti ha prodotto una drammatica situazione di precarietà violenta in tutto il mondo. Nel 2017 i conflitti sono stati 378, un numero mai così elevato. Di questi, 20 sono guerre a elevata intensità. Le cosiddette “crisi violente” sono 186.

Fa una certa impressione, poi, trovare tra i primi 6 Paesi produttori ed esportatori del mondo, i 5 componenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’organismo il cui unico obiettivo sarebbe quello di assicurare pace e stabilità nel globo: Stati Uniti (34,0%), Russia (22%), Francia (6,7%), Germania (5,8%), Cina (5,7%) e Regno Unito (4,8%). L’esportazione mondiale di armi ha interessato in maniera esponenziale il Medio Oriente. Qui, come riporta l’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD), nei quinquenni 2008-2012 e 2013-2017, la vendita è aumentata del 103%.

Nella triste top ten dei Paesi esportatori di armi, rientra a pieno titolo l’Italia, nona con una quota sull’export globale pari al 2,5% (il dato confortante è che il 64% degli italiani resta favorevole alla riduzione della vendita armi). Anche per noi, l’area prediletta è il Medio Oriente, con un focus particolare verso l’Arabia Saudita, impegnatissima nel conflitto in Yemen. Solo nei primi nove mesi del 2018 sono state esportate armi verso il Paese del Golfo per un valore pari a 45.206.000 euro. I letali strumenti provengono al 90% dalla provincia di Cagliari dove ha sede la RWM, la fabbrica di bombe MK80 (grazie alla lobbying di molte associazioni quali Amnesty International, Oxfam, Movimento dei Focolari e altre, gli stabilimenti sono oggetto di dibattito e studio di riconversione).

Le guerre, poi, non sono mai state come negli ultimi tempi la condanna delle popolazioni civili. Dalla metà del XX secolo in poi hanno sempre di più coinvolto tra le vittime la gente comune, passando dal 30% di civili coinvolti nella Prima guerra mondiale, al 50% in Vietnam, fino al 97% del conflitto in Uganda. Nel XXI secolo poi le cifre schizzano: in Siria il 30%, in Yemen 62%, in Iraq 67%. I dati si riferiscono a chi ha perso la vita, ma non danno conto dei feriti, degli sfollati o dei danni collaterali quali l’impossibilità di istruzione per i minori, la difficoltà di lavoro, le epocali rovine che soffre l’ambiente, solo per citarne alcuni.

Le guerre aumentano in termini quantitativi e qualitativi in maniera inversamente proporzionale alla consapevolezza nel mondo. Da noi, il fenomeno assume caratteri grotteschi. Se si è parlato (sempre meno) di Siria, accennato (ormai non più) al conflitto in Yemen, sono totalmente ignorate crisi drammatiche come quelle in Congo, Centrafrica, Somalia. Di Libia si parla solo per temi legati alle migrazioni forzate (e non di rado in funzione strumentale), mentre di moltissime aree invischiate in gravi conflitti in Asia, America Latina e Africa – come risulta da varie indagini – facciamo fatica a individuare natura o addirittura collocazione geografica. Un grosso problema. Specie perché, come ha affermato il direttore di Avvenire Marco Tarquinio in occasione della presentazione de Il peso delle armi «le guerre iniziano a finire solo quando iniziamo a vederle».

 

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