12 dicembre 2017

L’ultimo impero

L’abdicazione dell’imperatore del Giappone Akihito, motivata dalla difficoltà di esercitare in futuro  il suo ruolo a causa dell’età e della salute, era stata annunciata già l’anno scorso ma è stato necessario un passaggio legislativo per renderla possibile. Superate queste difficoltà con la collaborazione del Parlamento e del governo, è stato possibile stabilire modalità e tempi della successione: Akihito abdicherà il 30 aprile 2019 e il giorno dopo si insedierà suo figlio primogenito Naruhito.

Le difficoltà non nascevano da dissensi ma dalla necessità di rispettare norme e consuetudini. L’abdicazione rientra infatti nelle tradizioni dell’Impero e in alcune epoche era una pratica piuttosto frequente, con alcuni ex imperatori che, ritiratisi in un monastero, continuavano ad avere un loro ruolo, se non altro simbolico; negli ultimi secoli l’abdicazione però non era più contemplata e non è stata in effetti più praticata da più di duecento anni.

L’ultimo impero del mondo che vanta un’ininterrotta discendenza dinastica da più di millecinquecento anni si trova di fronte ad un passaggio delicato che però, preparato con gradualità, si dovrebbe rivelare non truamatico poiché il ruolo dell’imperatore è quasi esclusivamente simbolico. Akihito è intervenuto pubblicamente nei lunghi anni del suo regno soltanto due volte: in occasione dello tsunami del marzo 2011 e nell’agosto del 2016, per annunciare la sua abdicazione. Alcuni osservatori hanno tuttavia voluto leggere nella decisione di Akihito una sorta di insofferenza verso la spinta nazionalista portata avanti dal premier Abe, che è trapelata qua e là, anche attraverso la cortina del silenzio. Se questo aspetto abbia influito non è dato saperlo all’opinione pubblica internazionale. L’imperatore è molto popolare e questa sua esposta fragilità, questa sua umanità dolente, è sembrata comunque se non in contrasto almeno in attrito con le politiche muscolari e quelle sì imperiali che sembrano affrontarsi in Asia e nel mondo.


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