16 ottobre 2017

La Catalogna e noi

di Nicolò Carboni

Il peggio sembrava passato: Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno vinto le elezioni, l’eurozona mostra timidi segni di ripresa, mentre i negoziati per la Brexit procedono con una Unione Europea molto più organizzata e risoluta della controparte britannica.

Poi è arrivata la Catalogna.

L’indipendentismo con base a Barcellona è questione antica, che affonda le sue radici in alcune contraddizioni che risalgono addirittura ai tempi della reconquista, quando le corone di Aragona e Castiglia furono unite in quello che fu il progenitore della Spagna moderna. La declinazione corrente dell’orgoglio catalano però non ricorda i precedenti storici (la fallita secessione del 1934) e si inserisce in un più generale smottamento carsico delle identità statuali del continente.

Non è un caso che entrambe le parti in causa  ̶  il governo spagnolo del presidente Rajoy e la Generalitat guidata da Carles Puigdemont  ̶  abbiano guardato all’Unione, i primi chiedendo e ottenendo che la Commissione europea non intervenisse, i secondi, al contrario, sperando in una mediazione che  ̶  in qualche modo  ̶  li legittimasse agli occhi della comunità internazionale. Se la mossa dei separatisti è facilmente comprensibile, salta agli occhi il paradosso della richiesta spagnola. Stando alla pura formalità l’Unione Europea non possiede, nemmeno volendo, gli strumenti giuridici o l’autorità legale per intervenire in buona parte degli affari interni degli Stati membri, figuriamoci in una crisi costituzionale di questa portata.

La realtà però è spesso molto complessa e non serve neppure essere troppo cinici per confrontare lo scarno comunicato stampa emesso dalla Commissione Europea a commento dei fatti catalani alle focose dichiarazioni di Frans Timmermans nei confronti delle riforme di Polonia o Ungheria. La contraddizione centrale, irrisolta e forse irrisolvibile, rimane la definizione esatta dei confini in termini di autorità, ruolo e funzione della Commissione Europea in particolare e dell’Unione in generale. Questo ircocervo istituzionale, non federazione, ma nemmeno puro ente intergovernativo, vive l’impossibilità di essere al tempo stesso il “regolatore di ultima istanza” che garantisce la pacifica convivenza fra gli Stati europei e la rete di sicurezza capace di dare la stura ai movimenti localistici di mezzo continente. Non è un caso, infatti, che dal referendum scozzese in avanti tutti i leader secessionisti mettano sempre in chiaro che, nella loro visione, il nuovo Stato dovrebbe essere membro dell’Unione Europea, con moneta, mercato unico, libera circolazione e tutto il resto.

I distinguo legalitari e i riferimenti alla lettera dei Trattati valgono molto poco: è ovvio che nell’eventualità di una Catalogna sovrana il governo spagnolo proverà a mettere un veto vincolante rispetto all’accesso alla UE, ma  ̶  e torniamo al principio di realtà  ̶  converrebbe davvero un microstato fuori da ogni convenzione europea e pronto (forse) a diventare un’exclave putinana sul Mediterraneo? Converrebbe davvero rinunciare a una regione che come popolazione e PIL prodotto rappresenta la quindicesima economia dell’Unione Europea? Converrebbe davvero un confine militarizzato sul tracciato di un’arteria autostradale che va da Madrid a Barcellona, Milano e Parigi?

La risposta a tutte e tre le domande è probabilmente no e proprio per questo motivo la Catalogna, ancor più della Brexit, costringe Bruxelles a confrontarsi col convitato di pietra dell’integrazione europea: il rapporto fra gli Stati nazione nati sul modello di Westfalia e il sottotesto imperiale (nel senso geopolitico del termine) del progetto europeo. Mentre i primi vivono un lungo crepuscolo, oggi appena all’inizio, il secondo appare lontanissimo dalla necessaria elaborazione in termini di istituzioni, pubblica opinione e classe dirigente. Così, come ci insegna Gramsci, mentre il vecchio ordine tramonta e quello nuovo tarda a sorgere i popoli europei si riversano attorno a quel poco del mondo globalizzato che rimane ancora comprensibile: le piccole patrie, l’orgoglio locale, il campanile. Per guarire la ferita catalana e sanare altri sintomi simili serve un lavoro lungo, a tratti forse addirittura traumatico di (ri?)costruzione dei motivi per cui stiamo insieme, nei singoli Stati ma pure nell’Europa unita che abbiamo tanto faticato a costruire.

 

Crediti immagine: Iakov Filimonov / Shutterstock.com

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0