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13 luglio 2017

La Corea del Nord lancia il suo primo missile intercontinentale

Un ‘regalo’ agli Stati Uniti, nel giorno della loro festa dell’Indipendenza. In realtà, la frase di Kim Jong-un è stata più colorita e caustica, non disdegnando un appellativo poco gradevole nei confronti degli americani, ma il significato politico resta chiaro: Pyŏngyang non solo non ha paura, ma è pronta a rilanciare e a sfidare a viso aperto Washington. Il 4 luglio, il regime nordcoreano ha lanciato il suo primo missile intercontinentale, annunciando in pompa magna alla televisione nazionale – con il solito apparato retorico di contorno – l’esito positivo del test. La Corea del Nord non è certo nuova a iniziative di questo tipo, tanto sul fronte missilistico quanto su quello nucleare, ma non sfugge in questo caso il salto di qualità compiuto da Pyŏngyang, sia dal punto di vista propagandistico che in prospettiva eminentemente geopolitica: per il semplice fatto che il missile ha il potenziale per raggiungere il territorio statunitense – in particolar modo l’Alaska – la minaccia è inevitabilmente più concreta e tangibile, per quanto questo non significhi che la Corea del Nord sarebbe da subito capace di colpire l’obiettivo geografico indicato. E ancora, questo testimonia che il regime – nonostante le pressioni della comunità internazionale – non intende in alcun modo desistere dai suoi propositi.

Come prevedibile, la reazione degli Stati Uniti al lancio non si è fatta attendere. Attraverso il suo account Twitter il presidente Donald Trump, dopo essersi retoricamente domandato se «questo ragazzo – il leader supremo Kim Jong-un – non abbia niente di meglio da fare», ha evidenziato che difficilmente Corea del Sud e Giappone tollereranno a lungo lo stato delle cose, sollecitando ancora una volta Pechino a esercitare tutta la sua influenza su Pyŏngyang. Successivamente, un ulteriore cinguettio: gli scambi tra la Cina e la Corea del Nord sono cresciuti nel primo trimestre del 2017 del 40%, sintomo del fatto che i due Paesi rimangono molto vicini. Per l’inquilino della Casa bianca, dunque, è ancora Pechino a dover prendere in mano la situazione convincendo il suo riottoso partner a ridimensionare le sue ambizioni, ma quell’ottimismo che era emerso dopo il vertice di Mar-a-Lago con il presidente cinese Xi Jinping sembra essersi in parte affievolito.

Più ampia la disamina del segretario di Stato Rex Tillerson, che nel commentare la nuova minaccia «agli Stati Uniti, ai suoi alleati, alla regione e al mondo» ha sottolineato come, a fronte di una questione di rilevanza globale, sia indispensabile una risposta globale. Intanto però, una prima replica a Pyŏngyang è arrivata proprio da Washington e Seul, che hanno condotto una esercitazione missilistica congiunta all’indomani del test nordcoreano, a ulteriore riprova che le provocazioni del regime non saranno tollerate. Dalle Nazioni Unite poi, l’ambasciatrice statunitense Nikki Haley ha voluto rimarcare che uno dei punti di forza degli USA è rappresentato dal suo considerevole arsenale militare, pronto per essere utilizzato nel caso in cui non ci fossero alternative.

Cina e Russia, da parte loro, hanno invitato alla calma. Il dossier nordcoreano è stato tra i temi che Xi Jinping e Vladimir Putin hanno affrontato durante il loro incontro a Mosca, avvenuto poco dopo il lancio del missile intercontinentale da parte di Pyŏngyang. I due interlocutori hanno definito ‘inaccettabile’ la provocazione del regime nordcoreano, affidando a una specifica dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri una più approfondita disamina della questione. Da una parte, Mosca e Pechino hanno sottolineato la necessità che la Corea del Nord rispetti le risoluzioni adottate in sede di Consiglio di sicurezza ONU; dall’altra, tuttavia, hanno esortato ancora al dialogo, al fine di evitare la deflagrazione di un conflitto i cui esiti sarebbero disastrosi. La proposta è già da tempo sul tavolo: il regime di Kim è chiamato ad astenersi da qualsiasi ulteriore test balistico o nucleare; gli Stati Uniti e la Corea del Sud, invece, dovrebbero evitare esercitazioni congiunte su larga scala. Solo sulla base di queste premesse – secondo Russia e Cina – potrebbe realmente instaurarsi quel clima di confronto indispensabile per allentare la tensione nella penisola coreana, ribadendo due fondamentali principi: inaccettabilità dell’uso della forza e rinuncia a qualsiasi aggressione. Mosca e Pechino non hanno poi lesinato le critiche agli Stati Uniti, dicendosi contrarie alla presenza di forze militari straniere nella regione e attaccando apertamente l’installazione in Corea del Sud del controverso sistema di difesa missilistica THAAD (Theatre High Altitude Area Defence), che metterebbe in pericolo gli interessi strategici di sicurezza degli Stati dell’area.

Della questione della Corea del Nord – visti anche gli attori coinvolti nel vertice – si è discusso pure in sede di G20 ad Amburgo, in particolar modo negli incontri a margine del summit. Parlando con Xi Jinping, Trump ha nuovamente utilizzato toni concilianti e mostrato un certo ottimismo, dicendosi convinto che – per quanto i tempi potrebbero essere lunghi – la crisi sarà affrontata con successo. Dall’altra parte, il presidente cinese ha confermato l’impegno alla denuclearizzazione della penisola coreana.

Per il momento, Pyŏngyang continua a perseguire la propria strategia: sotto il profilo geostrategico, appare evidentemente improbabile che Kim stia sviluppando il proprio arsenale con l’obiettivo di attaccare per primo i suoi nemici, ben consapevole che in questo modo firmerebbe la sua condanna. L’efficacia deterrente di tali strumenti, tuttavia, rimane: in questo senso, dunque, gli armamenti continuano a rappresentare la migliore ‘assicurazione sulla vita’ per il regime.

Washington continua a premere sulla Cina, che però all’indomani del G20 si è fatta sentire: la soluzione della crisi – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang – non può gravare esclusivamente su Pechino, ma è necessario che tutte le parti trovino un punto d’incontro. Chiaro segnale del fatto che l’establishment mandarino non ha gradito le sanzioni USA contro due  cittadini e una banca cinese con riferimento al caso nordcoreano, né tanto meno l’annuncio della vendita statunitense di armi a Taiwan per 1,42 miliardi di dollari. «Non si può chiedere agli altri di lavorare senza poi fare per proprio conto nulla – ha sottolineato Geng Shuang –, ed essere accoltellati alle spalle non va bene».