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13 luglio 2017

La Corea del Nord lancia il suo primo missile intercontinentale

Un ‘regalo’ agli Stati Uniti, nel giorno della loro festa dell’Indipendenza. In realtà, la frase di Kim Jong-un è stata più colorita e caustica, non disdegnando un appellativo poco gradevole nei confronti degli americani, ma il significato politico resta chiaro: Pyŏngyang non solo non ha paura, ma è pronta a rilanciare e a sfidare a viso aperto Washington. Il 4 luglio, il regime nordcoreano ha lanciato il suo primo missile intercontinentale, annunciando in pompa magna alla televisione nazionale – con il solito apparato retorico di contorno – l’esito positivo del test. La Corea del Nord non è certo nuova a iniziative di questo tipo, tanto sul fronte missilistico quanto su quello nucleare, ma non sfugge in questo caso il salto di qualità compiuto da Pyŏngyang, sia dal punto di vista propagandistico che in prospettiva eminentemente geopolitica: per il semplice fatto che il missile ha il potenziale per raggiungere il territorio statunitense – in particolar modo l’Alaska – la minaccia è inevitabilmente più concreta e tangibile, per quanto questo non significhi che la Corea del Nord sarebbe da subito capace di colpire l’obiettivo geografico indicato. E ancora, questo testimonia che il regime – nonostante le pressioni della comunità internazionale – non intende in alcun modo desistere dai suoi propositi.

Come prevedibile, la reazione degli Stati Uniti al lancio non si è fatta attendere. Attraverso il suo account Twitter il presidente Donald Trump, dopo essersi retoricamente domandato se «questo ragazzo – il leader supremo Kim Jong-un – non abbia niente di meglio da fare», ha evidenziato che difficilmente Corea del Sud e Giappone tollereranno a lungo lo stato delle cose, sollecitando ancora una volta Pechino a esercitare tutta la sua influenza su Pyŏngyang. Successivamente, un ulteriore cinguettio: gli scambi tra la Cina e la Corea del Nord sono cresciuti nel primo trimestre del 2017 del 40%, sintomo del fatto che i due Paesi rimangono molto vicini. Per l’inquilino della Casa bianca, dunque, è ancora Pechino a dover prendere in mano la situazione convincendo il suo riottoso partner a ridimensionare le sue ambizioni, ma quell’ottimismo che era emerso dopo il vertice di Mar-a-Lago con il presidente cinese Xi Jinping sembra essersi in parte affievolito.

Più ampia la disamina del segretario di Stato Rex Tillerson, che nel commentare la nuova minaccia «agli Stati Uniti, ai suoi alleati, alla regione e al mondo» ha sottolineato come, a fronte di una questione di rilevanza globale, sia indispensabile una risposta globale. Intanto però, una prima replica a Pyŏngyang è arrivata proprio da Washington e Seul, che hanno condotto una esercitazione missilistica congiunta all’indomani del test nordcoreano, a ulteriore riprova che le provocazioni del regime non saranno tollerate. Dalle Nazioni Unite poi, l’ambasciatrice statunitense Nikki Haley ha voluto rimarcare che uno dei punti di forza degli USA è rappresentato dal suo considerevole arsenale militare, pronto per essere utilizzato nel caso in cui non ci fossero alternative.

Cina e Russia, da parte loro, hanno invitato alla calma. Il dossier nordcoreano è stato tra i temi che Xi Jinping e Vladimir Putin hanno affrontato durante il loro incontro a Mosca, avvenuto poco dopo il lancio del missile intercontinentale da parte di Pyŏngyang. I due interlocutori hanno definito ‘inaccettabile’ la provocazione del regime nordcoreano, affidando a una specifica dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri una più approfondita disamina della questione. Da una parte, Mosca e Pechino hanno sottolineato la necessità che la Corea del Nord rispetti le risoluzioni adottate in sede di Consiglio di sicurezza ONU; dall’altra, tuttavia, hanno esortato ancora al dialogo, al fine di evitare la deflagrazione di un conflitto i cui esiti sarebbero disastrosi. La proposta è già da tempo sul tavolo: il regime di Kim è chiamato ad astenersi da qualsiasi ulteriore test balistico o nucleare; gli Stati Uniti e la Corea del Sud, invece, dovrebbero evitare esercitazioni congiunte su larga scala. Solo sulla base di queste premesse – secondo Russia e Cina – potrebbe realmente instaurarsi quel clima di confronto indispensabile per allentare la tensione nella penisola coreana, ribadendo due fondamentali principi: inaccettabilità dell’uso della forza e rinuncia a qualsiasi aggressione. Mosca e Pechino non hanno poi lesinato le critiche agli Stati Uniti, dicendosi contrarie alla presenza di forze militari straniere nella regione e attaccando apertamente l’installazione in Corea del Sud del controverso sistema di difesa missilistica THAAD (Theatre High Altitude Area Defence), che metterebbe in pericolo gli interessi strategici di sicurezza degli Stati dell’area.

Della questione della Corea del Nord – visti anche gli attori coinvolti nel vertice – si è discusso pure in sede di G20 ad Amburgo, in particolar modo negli incontri a margine del summit. Parlando con Xi Jinping, Trump ha nuovamente utilizzato toni concilianti e mostrato un certo ottimismo, dicendosi convinto che – per quanto i tempi potrebbero essere lunghi – la crisi sarà affrontata con successo. Dall’altra parte, il presidente cinese ha confermato l’impegno alla denuclearizzazione della penisola coreana.

Per il momento, Pyŏngyang continua a perseguire la propria strategia: sotto il profilo geostrategico, appare evidentemente improbabile che Kim stia sviluppando il proprio arsenale con l’obiettivo di attaccare per primo i suoi nemici, ben consapevole che in questo modo firmerebbe la sua condanna. L’efficacia deterrente di tali strumenti, tuttavia, rimane: in questo senso, dunque, gli armamenti continuano a rappresentare la migliore ‘assicurazione sulla vita’ per il regime.

Washington continua a premere sulla Cina, che però all’indomani del G20 si è fatta sentire: la soluzione della crisi – ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang – non può gravare esclusivamente su Pechino, ma è necessario che tutte le parti trovino un punto d’incontro. Chiaro segnale del fatto che l’establishment mandarino non ha gradito le sanzioni USA contro due  cittadini e una banca cinese con riferimento al caso nordcoreano, né tanto meno l’annuncio della vendita statunitense di armi a Taiwan per 1,42 miliardi di dollari. «Non si può chiedere agli altri di lavorare senza poi fare per proprio conto nulla – ha sottolineato Geng Shuang –, ed essere accoltellati alle spalle non va bene».

 

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27 aprile 2017

La partita geopolitica tra Stati Uniti e Corea del Nord

Provocazioni e risposte, retorica accesa e – dall’altra parte – inviti a non sfidare quella che resta la maggiore potenza militare globale, manovre per far sentire la propria presenza nella regione e – dal fronte opposto – minacce miste a propaganda. Nel mezzo, come interlocutore di entrambi gli attori coinvolti, c’è chi invita alla calma e a evitare pericolose escalation, affinché non si raggiunga il punto di non ritorno.

Le tensioni tra gli Stati Uniti e la Corea del Nord sono considerevolmente cresciute nelle ultime settimane; con Pyŏngyang che continua a puntare sul proprio programma nucleare e missilistico e Washington risoluta nella sua opposizione, pronta anche a mostrare i muscoli per far intendere al regime di Kim Jong-un che questa volta si fa sul serio. Il dossier nordcoreano è stato al centro dei colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping nel corso del recente vertice di Mar-a-Lago in Florida, durante il quale l’inquilino della Casa Bianca ha, peraltro, informato il suo collega del lancio da parte americana di 59 missili tomahawk contro la base di al-Shayrat in Siria: di fatto – è stato il commento della maggior parte degli analisti – un avvertimento alla Corea del Nord e una sollecitazione alla Cina – che con Pyŏngyang ha un canale di contatto preferenziale – perché si occupi del riottoso vicino.

Per far arrivare un messaggio ancora più chiaro alla nomeklatura nordcoreana, Washington ha inoltre lanciato una Massive Ordenance Air Blast Bomb (MOAB) – nota anche come Madre di tutte le bombe – contro obiettivi del sedicente Stato islamico in Afghanistan , dopo aver annunciato nei giorni precedenti che la portaerei a propulsione nucleare USS Carl Vinson, assieme al suo gruppo da battaglia, si sarebbe diretta verso la penisola coreana. «Stiamo inviando una ‘Armada’ molto potente e abbiamo sottomarini ben più potenti della stessa portaerei» aveva dichiarato Trump, prima che alcune fotografie diffuse dalla Marina USA mostrassero come in realtà la USS Carl Vinson fosse ancora, alla vigilia di Pasqua, nei pressi dello Stretto di Sunda in Indonesia, a 3500 miglia dalle acque coreane.

Alla prova muscolare della Casa Bianca, Pyŏngyang ha risposto con la solita abbondante dose di retorica, sottolineando che le provocazioni statunitensi avranno conseguenze ‘catastrofiche’ e di essere comunque pronta alla guerra se gli USA dovessero scatenarla. A corredo delle dichiarazioni, il 15 aprile – in occasione delle celebrazioni per il centocinquesimo anniversario della nascita del padre della patria Kim Il Sung – il regime ha poi fatto sfoggio del suo arsenale, sulla cui reale consistenza non mancano peraltro i dubbi; mentre il tanto temuto sesto test nucleare per ‘festeggiare’ una ricorrenza così importante non è avvenuto. Il giorno successivo, invece, il tentativo di lanciare un nuovo missile è fallito.

Nuove fiammate di retorica hanno poi accompagnato l’inizio – nella giornata di domenica – delle   esercitazioni della marina giapponese con l’alleato statunitense nell’Oceano Pacifico, esercitazioni a cui prende parte proprio la portaerei USS Carl Vinson assieme ai cacciatorpedinieri nipponici Ashigara e Samidare. L’avvertimento è arrivato questa volta attraverso il giornale Rodong Sinmun, dalle cui colonne il regime di Pyŏngyang si è detto pronto a mostrare tutta la sua forza militare affondando con un solo colpo la portaerei statunitense.

Tramite il portavoce Gary Ross, il Pentagono ha immediatamente preso posizione, sollecitando la Corea del Nord ad astenersi dalla retorica provocatoria e da azioni destabilizzanti per rispettare, invece, i suoi obblighi internazionali. Trump ha anche sentito al telefono il primo ministro giapponese Shinzo Abe , che ha confermato la piena comunione d’intenti tra Tokyo e Washington per dissuadere Pyŏngyang dal compiere iniziative pericolose; ma è la linea di collegamento con Pechino a essere ancora più cruciale in questo momento. Il presidente statunitense ha, infatti, sentito anche Xi Jinping, che – secondo quanto riportato – ha ribadito in modo convinto l’opposizione del suo Paese a qualsiasi attività che sia in contrasto con le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con chiaro riferimento alle decisioni – e relative misure sanzionatorie – già messe in campo per contrastare l’attivismo militare del regime di Kim. Peraltro, la stessa Cina ha adottato un approccio più duro nei confronti di Pyŏngyang, bloccando nel mese di febbraio le importazioni di carbone dalla Corea del Nord, per quanto complessivamente il commercio tra i due Paesi risulti aumentato nei primi mesi dell’anno.

Presa tra due fuochi – da una parte i rapporti con l’alleato nordcoreano e dall’altra la necessità di affrontare la questione nel più ampio quadro delle relazioni con Washington – Pechino invita comunque tutte le parti coinvolte alla calma e chiede agli stessi Stati Uniti di usare moderazione, perché le conseguenze di una guerra sarebbero disastrose. Intanto, gli USA hanno anche inviato nel porto sudcoreano di Busan un sottomarino nucleare e avviato l’installazione – sempre in Corea del Sud – del sistema antimissilistico THAAD, cui si oppone la Cina. Trump ha inoltre convocato alla Casa Bianca i membri del Senato per un briefing sulla delicata questione nordcoreana.

Sul Washington Post, il professor John Delury ha evidenziato come un’operazione chirurgica sul modello di quella di al-Shayrat in Siria non sarebbe possibile in Corea del Nord senza scatenare il conflitto: per questo, sarà necessario mantenere aperta la porta del negoziato, magari ventilando l’ipotesi – in cambio del congelamento dei programmi di Pyŏngyang – di elargire alcune concessioni alla controparte, come l’interruzione delle esercitazioni militari congiunte Washington-Seul.

Il vicepresidente statunitense Mike Pence ha avvertito che l’era della ‘pazienza strategica’ di Obama è terminata, e l’amministrazione Trump, in queste prime settimane, sembra aver voluto dimostrare – come del resto più volte affermato – che per contrastare le ambizioni di Pyŏngyang tutte le opzioni sono sul tavolo. L’energico attivismo della nuova presidenza vuole spingere la Cina a esercitare tutto il suo potere persuasivo su Pyŏngyang e lo stesso Kim Jong-un a correggere la rotta. Non è però scontato che tale strategia funzioni. Il regime nordcoreano, più volte sull’orlo del collasso, mira, infatti, innanzitutto a sopravvivere. E Kim potrebbe convincersi del fatto che gli unici strumenti a sua disposizione per resistere rimangano proprio il programma nucleare e quello missilistico.

 

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10 luglio 2017

Il G20 di Amburgo, lo specchio di un mondo in confusione

Un vertice avvenuto in un momento storicamente complesso, dal quale era pertanto difficile aspettarsi ‘risultati scoppiettanti’. Per questo, lo sforzo è stato quello della mediazione, con l’obiettivo di raggiungere ‘compromessi adeguati’. È la fotografia – impregnata di realismo – che il premier Paolo Gentiloni ha offerto alla stampa a conclusione del summit del G20 di Amburgo, dopo due giorni di confronto e di dibattito tra i principali leader mondiali. Il presidente del Consiglio ha parlato di un contesto internazionale in cui «le contraddizioni sono abbastanza evidenti» e di una «fase di assestamento» in cui la scena è occupata da forze contrapposte in conflitto tra di loro: da una parte, c’è infatti il tentativo di rilancio dei paradigmi del libero commercio, del multilateralismo, della condivisione delle grandi sfide globali; dall’altra, si è invece affermata una pronunciata tendenza alla chiusura nazionalistica e all’arroccamento protezionistico, nella convinzione che solo attraverso tale impostazione sia realmente perseguibile l’interesse nazionale. Quale delle due prospettive riuscirà ad avere la meglio, si scoprirà nel prossimo futuro.

Anche Angela Merkel – ‘padrona di casa’ ad Amburgo – era pienamente consapevole delle difficoltà strutturali insite nel summit, per via della profonda instabilità che anima il mondo globale e della diversità delle posizioni da comporre. Una diversità che, alla fine, è emersa anche dal comunicato finale, in particolar modo nella sezione dedicata al clima. E laddove il consenso non c’è – ha rimarcato la cancelliera tedesca – è bene che il dissenso sia espresso chiaramente nelle conclusioni.

Sul tema del cambiamento climatico, in Germania è venuta delineandosi la medesima contrapposizione già registrata nel corso dell’ultimo vertice dei capi di Stato e di governo dei Paesi del G7 di Taormina: da una parte gli Stati Uniti, dall’altra il resto del forum. Il G20 ha preso dunque atto della decisione di Washington di ritirarsi dall’accordo di Parigi, al fine di perseguire strategie per la riduzione delle emissioni che garantiscano ‘sostegno alla crescita economica’ e vadano incontro alle ‘esigenze di sicurezza energetica’ nazionali. C’è poi un ulteriore passaggio sulla questione, segno dell’impronta trumpiana sui contenuti del comunicato: alla luce degli impegni assunti dagli altri Paesi nel quadro dell’accordo sul clima, gli USA si dicono pronti a collaborare con tutti gli Stati che necessitino di accedere – oltre che alle fonti rinnovabili – anche a combustibili fossili più puliti ed efficienti. Un riferimento, quello ai combustibili fossili, che diversi interlocutori non hanno evidentemente gradito, ma che pare essenzialmente rispondere all’esigenza di trovare un compromesso su una materia così delicata anche nella formulazione testuale, con la cancelliera Merkel a fare da paziente tessitrice della tela del dialogo. Sul punto, dunque, il consesso ha ceduto alle richieste della Casa bianca, la quale a sua volta ha dovuto invece constatare il proprio sostanziale isolamento in materia: gli altri leader di Amburgo hanno infatti dichiarato ‘irreversibile’ l’accordo di Parigi, consolidando ulteriormente il loro impegno nella lotta al cambiamento climatico con l’approvazione di un apposito Piano d’azione sul clima e sull’energia.

L’altro grande nodo tematico su cui i capi di Stato e di governo si sono confrontati è stato quello del commercio, in una fase storica in cui gli echi del protezionismo risuonano con particolare fragore. Anche qui, gli sherpa sono stati chiamati a un attento lavoro di mediazione per la ricerca di un compromesso, ma le parole del comunicato finale permettono comunque di scorgere un clima diverso rispetto al passato. Sin dal preambolo, la fiducia quasi cieca nelle forze della globalizzazione sembra infatti aver lasciato spazio a un approccio più soft, in forza del quale la globalizzazione stessa viene riconosciuta come uno dei motori della crescita economica, ma anche come processo i cui benefici non sono stati sufficientemente condivisi. Qui, a ben guardare, risiede una delle contraddizioni concettualmente più interessanti del forum di Amburgo, ben evidenziata in un’analisi di Edward Lucas sul sito della CNN. La posizione così espressa, che di fatto si ricollega anche alle regole del commercio internazionale, rispecchia in effetti tanto il pensiero del presidente Trump quanto quello dei quei manifestanti pacifici che nella città tedesca hanno voluto far sentire la loro voce, denunciando le iniquità del sistema globale. Tuttavia, la condivisione del medesimo pensiero avviene sulla base di premesse contrapposte: per l’inquilino della Casa bianca, le regole del commercio internazionale penalizzano gli Stati Uniti e le loro attività produttive, per i manifestanti quelle regole sono state scritte dai potenti della Terra per perpetuare le disuguaglianze a scapito dei Paesi più poveri.

Nel comunicato finale, comunque, permane l’impegno a combattere il protezionismo, così come a contrastare quelle pratiche commerciali ‘ingiuste’ di cui Trump ha più volte parlato nel corso della sua campagna elettorale. Contro tali pratiche – si legge nelle conclusioni – è poi contemplato l’impiego di ‘legittimi strumenti di difesa commerciale’, sulla base di un orientamento che va evidentemente incontro ai desiderata del presidente degli Stati Uniti. Sull’acciaio poi, si gioca una partita di grande rilevanza: qui a essere sotto accusa è soprattutto la sovracapacità produttiva cinese, che più volte Trump ha attaccato. Entro il mese di agosto, si dovrebbe procedere a uno scambio delle informazioni, in vista dell’elaborazione entro novembre di concrete proposte politiche per ridurre tale sovracapacità. Dunque, condivisione dei processi per evitare l’ipotesi più rischiosa: che gli Stati Uniti, a causa di mancate risposte sul tema, procedano con iniziative unilaterali.

Nel corso del summit si è poi parlato di migrazioni, seppure – come ha evidenziato Gentiloni – in una prospettiva di collegamento con i temi riguardanti lo sviluppo del continente africano. Anche qui, secondo il premier, sarebbe stato raggiunto un ‘compromesso onorevole’, ma la proposta del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk di prevedere sanzioni a livello ONU contro gli scafisti non ha trovato spazio.

A margine del summit, ci sono inoltre stati non meno importanti incontri bilaterali. Il più atteso, ovviamente, quello tra Donald Trump e Vladimir Putin, che hanno discusso di Siria – concordando un cessate il fuoco nel Sud-Ovest del Paese –, di Ucraina e delle presunte interferenze di Mosca nel processo elettorale statunitense. Sul tavolo, anche il dossier nordcoreano, di cui il presidente degli Stati Uniti ha avuto modo di discutere anche con il suo omologo cinese Xi Jinping, il capo dello Stato sudcoreano Moon Jae-in e il primo ministro giapponese Shinzo Abe.

Il G20 si è, dunque, concluso con tante questioni ancora aperte, alle quali si è provato in diversi casi a dare comunque una direzione. Specchio di un mondo parzialmente in confusione, che pare navigare a vista senza un vero nocchiero. Ad Amburgo, intanto, si sono registrati episodi di vandalismo e scontri tra polizia e manifestanti. La Merkel, che ha voluto riportare il summit in una grande città, sperava probabilmente in un esito diverso anche sotto il profilo organizzativo, a pochissimi mesi dalle elezioni federali.

 

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30 giugno 2017

Hong Kong: vent’anni dal ritorno alla Cina

Il 1° luglio 1997 terminava la dominazione inglese e Hong Kong ritornava sotto la sovranità cinese. Per oltre un secolo, infatti, quella che oggi è una regione amministrativa speciale della Cina è stata una colonia dell’Impero britannico, fino a quando il governatore inglese Christopher Patten ha formalmente ceduto il controllo della regione al nuovo primo ministro Tung Chee-hwa, uomo d’affari e politico cinese. Sotto il controllo di Pechino è entrato subito in vigore il principio “un Paese, due sistemi”, in base al quale Hong Kong avrebbe potuto godere di un sistema politico diverso e di una magistratura indipendente rispetto alla Cina continentale.

Oggi, a vent’anni dalla restituzione, sia sul versante politico che su quello dei diritti umani la situazione non è affatto delle più rosee. Innanzitutto il malcontento va ricercato nel fatto che la cessione alla Cina è stata soltanto il frutto di una lunga negoziazione politica, colpevole di non aver preso in considerazione l’idea di ascoltare la volontà popolare tramite un referendum, come solitamente avviene nelle democrazie occidentali. La chiusura al circuito popolare è stata poi ribadita dalla complessa legge elettorale approvata dalla Costituzione scarna e frettolosa di cui Hong Kong è stata dotata nel 1997. Il sistema elettorale, infatti, è basato su circoscrizioni non territoriali ma di carattere puramente sociale, con l’inevitabile conseguenza che tutti i cittadini sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri. In questa maniera Pechino riesce a controllare meglio l’elezione dei leader locali, eliminando alla radice ogni tipo di opposizione.

Ad esempio, quando nel 2016 è stato eletto il nuovo LegCo (Legislative Council), una sorta di mini-Parlamento locale e Sixtus Leung e Yau Wai-ching, due giovani attivisti appartenenti a un partito indipendentista, si sono rifiutati di prestare il consueto giuramento di fedeltà nei confronti della Repubblica popolare cinese, l’Assemblea nazionale del popolo di Pechino ha deliberato la loro esclusione dalla carica di deputato. Tale giuramento, infatti, è vincolante e non può essere oggetto neanche di revisione costituzionale. L’indipendentismo locale, soprattutto nei ceti popolari più bassi, è forte, ma viene del tutto soffocato dai diktat del Partito comunista cinese.

Anche dal punto di vista della tutela dei diritti umani Hong Kong non ha tratto alcun vantaggio dal controllo cinese. In un primo momento sono state mantenute tutte le garanzie minime di libertà stabilite sin dai primi anni del Novecento dall’amministrazione britannica. Ma, con il passare degli anni, il ricambio generazionale dei giudici non ha fatto altro che indebolire l’impianto democratico della regione: i valori cinesi continentali hanno via via preso il sopravvento sul sistema di common law britannico, con pesanti ripercussioni sul diritto di libera associazione, sul diritto d’accesso all’informazione e sulla libertà di espressione. Nessuna associazione può operare sul territorio senza l’autorizzazione del governo locale e, indirettamente, di quello cinese, mentre tanti intellettuali sono stati imprigionati in Cina soltanto per aver diffuso opuscoli critici verso l’élite di Pechino.

Il 1° luglio 2017 verrà organizzato un grande evento a Hong Kong, con la partecipazione del primo ministro cinese Xi Jinping, per celebrare il ventennio del ritorno della regione sotto la sovranità cinese. La popolazione locale sarà costretta ancora una volta a battere le mani.

 

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15 maggio 2017

Moon Jae-in, il nuovo presidente della Corea del Sud

Una netta vittoria e un chiaro segnale della volontà di cambiamento degli elettori, in una delle regioni geopoliticamente più calde del globo. Il 9 maggio Moon Jae-in, candidato alla presidenza della Repubblica in Corea del Sud per il Partito democratico, si è aggiudicato oltre il 41% dei voti ed è stato eletto capo dello Stato, assumendo l’incarico il giorno successivo. Subito al lavoro, senza il tradizionale periodo di transizione che caratterizza il passaggio da una presidenza all’altra, né avrebbe potuto essere altrimenti, considerando che Moon si è insediato al posto di un capo dello Stato – Park Geun-hye – sottoposto a procedura di impeachment e destituito nel mese di marzo.

Per Park, figlia dell’ex presidente-dittatore Park Chung-hee, è stato fatale il “Choi-gate”, lo scandalo che l’ha vista coinvolta assieme alla sua amica e confidente Choi Soon-sil. Una donna, Choi, che sarebbe stata in grado di esercitare una notevole influenza sulla presidente, tanto da avere accesso a documenti riservati, e che avrebbe sfruttato i suoi rapporti personali per ricevere – anche da colossi industriali del Paese come Samsung – generosissime donazioni a favore delle sue fondazioni. Di lì poi, utilizzare i suoi buoni uffici presso la presidenza e dunque arrivare al centro del potere politico per supportare le richieste dei munifici benefattori sarebbe stato facile.

Allo scoppio del caso, in Corea del Sud è montata la protesta, con centinaia di migliaia di persone che dal mese di novembre hanno affollato strade e piazze per chiedere a Park – che secondo i procuratori sarebbe stata direttamente coinvolta nei meccanismi corruttivi – di rassegnare le dimissioni. Il 9 dicembre 234 parlamentari su 300 votavano a favore dell’impeachment della presidente, che veniva così temporaneamente sospesa dal suo incarico e sostituita dal primo ministro Hwang Kyo-ahn; intanto, Park dichiarava in un messaggio televisivo alla nazione di accettare la decisione dell’Assemblea nazionale e si scusava con i sudcoreani per il “caos” venutosi a creare. Il 10 marzo la Corte costituzionale si pronunciava all’unanimità per la destituzione della presidente, che a fine mese veniva arrestata: oggi su di lei pendono ben 18 capi di imputazione.

In questo caotico quadro, non sorprende, dunque, che gli elettori della Corea del Sud si siano recati alle urne per chiedere un cambiamento dello status quo, affidandosi – dopo le presidenze conservatrici del Partito Saenuri con Lee Myung-bak (2008-13) e Park Geun-hye (2013-17) – al liberale Moon Jae-in. Un cambiamento che, sul fronte interno, dovrebbe sostanziarsi negli obiettivi della creazione di nuovi posti di lavoro – 810.000 quelli promessi nel settore pubblico – e del contrasto alla crescente disoccupazione giovanile, del miglioramento del welfare e di una maggiore trasparenza al governo. In particolare, il neo-eletto presidente ha assunto l’impegno di procedere a una riforma delle chaebol, quei grandi conglomerati industriali che tanto peso hanno in Corea del Sud e che con il tempo sono riusciti a tessere una fittissima tela di rapporti con la politica, come del resto – ha osservato l’ISPI in una sua analisi sul tema – anche il Choi-gate sembra aver confermato. La sfida che attende Moon non sarà tuttavia semplice, poiché il suo partito controlla soltanto 120 dei 300 seggi parlamentari, e per portare avanti il suo programma e le sue proposte il presidente dovrà necessariamente fare affidamento sul sostegno di altre forze politiche.

Ci sono poi i profili di politica estera, che negli ultimi mesi hanno assunto particolare rilevanza e occupato le cronache internazionali per le rinnovate minacce nucleari e missilistiche lanciate dalla vicina Corea del Nord. Rispetto alla delicata questione geopolitica coreana – che complice il temporaneo ‘vuoto di potere’ legato al caso Park ha visto recentemente protagonisti soprattutto il regime di Kim Jong-un, gli USA e la Cina – Seul torna, infatti, a essere attore rilevantissimo e il nuovo presidente sembra voler modificare in modo importante l’approccio adottato dalla Corea del Sud negli ultimi anni. Di fatto Moon si è mostrato intenzionato a rilanciare, nei rapporti con il problematico vicino, quella Sunshine policy di cooperazione e coesistenza che fu declinata sotto le presidenze di Kim Dae Jung (1998-2003) e Roh Moo-hyun, di cui peraltro Moon fu capo di gabinetto.

Nel suo discorso di insediamento il capo dello Stato si è detto pronto a recarsi ovunque per garantire la pace nella penisola coreana, da Washington, a Tokyo, a Pechino fino addirittura a Pyŏngyang, se ci fossero le giuste condizioni. Inoltre, durante la campagna elettorale, Moon ha indicato l’obiettivo della riapertura del complesso industriale intercoreano di Kaesong, non mancando poi di criticare le modalità di installazione nel Paese del discusso sistema antimissilistico THAAD, su cui si sono registrate proteste tra la popolazione e che anche Pechino non ha gradito. Sul punto, in un’intervista rilasciata al Washington Post prima delle elezioni, Moon era stato esplicito: procedere così rapidamente con il THAAD alla vigilia di un voto importante come quello presidenziale non era una buona idea, perché decisioni tanto delicate rischiano di creare fratture e polarizzare ulteriormente l’opinione pubblica, quando questa non è stata adeguatamente informata. Moon, che aveva anche scritto che Seul dovrebbe imparare a dire qualche no all’America, ha voluto naturalmente puntualizzare che l’alleanza con gli Stati Uniti rimane centrale nella politica estera sudcoreana ed è alla base della sicurezza nazionale del Paese, pertanto la collaborazione con Washington sul delicato dossier nucleare di Pyŏngyang proseguirà con convinzione. Tuttavia, secondo il presidente, restare nelle retrovie mentre USA e Cina affrontano la questione nordcoreana non sarebbe nell’interesse della Corea del Sud, che è invece chiamata ad assumere un ruolo di primo piano in quanto Paese direttamente coinvolto. Nessuna azione unilaterale – ha osservato Moon – ma semplicemente libertà di iniziativa, ribilanciando, dunque, in parte i rapporti con Washington nella questione degli equilibri nella penisola.

Anche qui come nel campo della politica interna, l’impresa per il nuovo presidente non sarà semplice: come osservato da Scott Snyder su Forbes, il rilancio della Sunshine policy potrebbe risultare complesso, perché gli scenari internazionali sono cambiati da quando essa fu originariamente elaborata e il programma nucleare di Pyŏngyang è andato avanti. Inoltre, Moon dovrà necessariamente trovare un punto d’incontro tra la sua linea e quella di Trump, coltivando le relazioni con Washington ma al tempo stesso rivendicando un maggiore spazio per le posizioni di Seul.

Il nuovo presidente si è insediato da pochi giorni, ma ad attenderlo c’è un lavoro durissimo.

 

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