29 marzo 2018

La Francia della lotta al terrorismo

di Stefano Carpentieri

Venerdì 23 marzo 2018, ad una settimana dalle vacanze di Pasqua, per molti si svolge l’ennesima atrocità che, ormai, viene considerata quasi come un avvenimento di cronaca nera.

Un giovane di origine marocchina sferra tre attacchi, sia con un’arma bianca sia con un’arma da fuoco (dettaglio, quest’ultimo, non ancora ben chiaro), a Trèbes e Carcassonne, non lontano da Tolosa. Bilancio: 5 morti – tra cui un agente che si è offerto al posto di altri ostaggi, salvando, così, diverse vite – e numerosi feriti. All’indomani dei fatti, sulla stampa si ripetono gli stessi titoli, che compaiono costantemente da tre anni a questa parte dopo ogni attentato rivendicato dallo Stato islamico: il sospetto era noto per fatti di crimine ordinario, era inserito nel “fichier S”, la lista dei soggetti considerati pericolosi, è passato all’atto all’improvviso senza dare avvisaglie, operava da solo.

Sembra quasi una lotta contro i mulini a vento, una caccia a fantasmi che ogni tanto scompaiono, inghiottiti dalle minacce nucleari o dagli scandali presidenziali. Eppure la Francia, da tre anni a questa parte, appare la vittima privilegiata del fanatismo religioso di matrice islamista. Cosa è stato fatto dai nostri vicini d’Oltralpe per affrontare questa minaccia?

Dopo gli attacchi terroristici del 13 novembre 2015, tra cui quello al teatro Bataclan, lo Stato francese ha dichiarato lo “stato d’urgenza”, uno strumento comune a molti Paesi, che permette di velocizzare i tempi di risposta dell’autorità pubblica di fronte ad eventi eccezionali. Questa “eccezionalità” è durata molto a lungo, 719 giorni per la precisione, un periodo nel quale la Francia si è anche svincolata dagli impegni internazionali, sospendendo di fatto quanto previsto dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, tramite il ricorso all’articolo 15, che permette di derogare agli obblighi della Convenzione in caso di “guerra o di altra minaccia nei confronti della vita della nazione”. Risultati? Circa 4200 perquisizioni amministrative, 710 assegnazioni a residenza, 588 divieti di soggiorno, la chiusura di 18 luoghi di incontro: tutte decisioni prese senza l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria; nonché 32 attacchi evitati tra il 2015 e il novembre 2017 (secondo Gérard Collomb, ministro degli Interni). Ma anche una quindicina di attacchi, che hanno causato circa 250 morti e traumi indelebili a migliaia di persone.

Lo stato d’urgenza non è però concepito per far fronte ad una molteplicità di attacchi sul territorio da parte di cellule interne formate e collegate tramite un’ideologia terrorista a Paesi esteri. Nessuno si era trovato prima d’ora in una situazione simile. Di conseguenza lo Stato francese ha frenenticamente cercato di colmare il divario tra l’azione di un organismo mastodontico e burocratico, da un lato, ed azioni letali, condotte da singoli e incontrollabili individui dall’altro. Nel solo 2015, il piano “Vigipirate” (il meccanismo interministeriale di difesa e controllo del terriorio tramite l’utilizzo di forze armate) è stato modificato 26 volte, rispetto alle 5 previste in periodi normali.

Un altro organismo cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi anni è il Secrétariat Général de la Défense et de la Sécurité Nationale (SGDSN), che dipende direttamente dal primo ministro: solo nel 2016 detto organismo ha assunto ben 773 esperti nei settori più disparati: chimici per contrastare gli attacchi batteriologici, hacker per il controllo della sicurezza informatica, ex militari, diplomatici e molte altre categorie ancora, il tutto nel tentativo di fornire uno strumento efficace di smistamento ed analisi delle informazioni provenienti dai numerosi servizi segreti (DGSE, Direction Générale de la Sécurité Extérieure; DGSI, Direction Générale de la Sécurité Intérieure; DRM, Direction du Renseignement Militaire; DPSD, Direction de la Protection et de la Sécurité de la Défense; BRGE, Brigade de Renseignement et de Guerre Électronique; DCPJ, Direction Centrale de la Police Judiciaire; CNCIS, Commission Nationale de Contrôle des Interceptions de Sécurité; SCRT, Service Central du Renseignement Territorial).

Tuttavia, la frammentarietà delle informazioni e la mancanza di comunicazione tra le diverse agenzie non è l’unico problema di questo sistema; senza lo stato d’urgenza, infatti, ogni intervento delle forze dell’ordine deve essere autorizzato dall’autorità giudiziaria, rendendo molto difficile le azioni contro singoli individui non legati ad alcuna organizzazione. Per ovviare a questa difficoltà e per rispettare la promessa fatta in campagna elettorale, il governo di Emmanuel Macron ha approvato, il 30 ottobre scorso, una nuova legge “per rinforzare la sicurezza interna e la lotta contro il terrorismo”.

Lo scopo di questa legge è proprio la normalizzazione di tutte le misure rese possibili dallo stato d’urgenza, che permettono una maggiore rapidità di azione e prevenzione. Esse si possono dividere in quattro grandi gruppi: 1) le misure che permettono di instaurare un perimetro di protezione intorno a grandi eventi o a luoghi sensibili (aeroporti, uffici statali, centri ricerca ecc.); 2) le misure che attribuiscono il potere di chiudere i luoghi di culto, ove si ritenga che vi sia rischio di radicalizzazione o vi sia prova di “attività, idee o teorie che incitano al terrorismo o ne fanno l’apologia”; 3) le misure che rendono possibile all’autorità amministrativa effettuare controlli sugli individui ritenuti pericolosi o in contatto con organizzazioni di stampo terroristico (come ad esempio i  circa 4000 inscritti al “fichier S”), nonché la possibilità di adire l’autorità giudiziaria in via di urgenza per dare corso a un’assegnazione a residenza; 4) il potere, attribuito ai prefetti, di ordinare la perquisizione dei luoghi ove sussistono serie ragioni di minaccia terroristica.

Nell’ambito di questi macrogruppi si rinvengono, poi, numerose misure che facilitano i controlli telefonici, i controlli online, la creazione di database, tutte pratiche ampiamente in contrasto con la tutela delle libertà fondamentali, delle quali ogni cittadino francese e straniero gode in base alla Costituzione ed in conseguenza di numerosi trattati internazionali a cui la Francia ha aderito.

Non a caso il presidente Macron è stato il primo presidente francese a comparire davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo, prima della promulgazione della suddetta legge, per difendere il suo progetto, e ancora a gennaio la Francia è stata convocata dal Consiglio per i diritti umani (organismo dell’ONU) per fornire ulteriori garanzie circa il fatto che gli strumenti di controllo presenti nella legge saranno utilizzati esclusivamente nell’ambito di attività contro il terrorismo.

Tutto ciò non ha, però, impedito ad un ventiseienne di uccidere quattro persone nel nome di un Dio e della “liberazione della Siria”.

Crediti immagine: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International. Autore : Mstyslav Chernov


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