3 maggio 2019

La Germania verso le europee

di Fernando D‘Aniello

A distanza di poco più di un anno dalla formazione del governo di Angela Merkel e della nuova Grande coalizione, le elezioni europee di maggio costituiscono un primo banco di prova importante della politica tedesca. A maggio il voto a Brema e a settembre, poi, le elezioni in tre Bundesländer rappresenteranno un nuovo test, tanto per i conservatori che per i socialdemocratici: lo scorso anno furono proprio le elezioni in Baviera e Assia a convincere Angela Merkel a non ricandidarsi alla guida della CDU. Da allora la cancelliera, sostituita da Annegrett Kramp-Karrenbauer, è sembrata più libera, decisa ad arrivare alla fine della legislatura, concludendo così il patto di coalizione sottoscritto lo scorso anno.

Il suo partito ha avviato una nuova stagione con Kramp-Karrenbauer, considerata una delfina della Merkel: per molti è lei la prossima cancelliera federale. Tuttavia, ai conservatori tedeschi manca ancora molto per definire un programma coerente per andare oltre il ‘merkelismo’, che non è solo uno stile di governo ma rappresenta la capacità di fare del partito il baricentro istituzionale del Paese, senza pretese assolutiste, ma anzi coinvolgendo altri soggetti politici e sociali al raggiungimento di precisi obiettivi e al rispetto dei valori di quel Grundgesetz che proprio quest’anno compie settant’anni.

Il programma per le europee è un esempio di questa fase di transizione: l’Union di CDU e CSU ha assunto un profilo più ‘radicale’, molto diverso da quello sperimentato nella gestione Merkel. L’obiettivo è contenere i populisti di Alternative für Deutschland (AfD), cercando di drenarne il consenso. Una preoccupazione, per la verità, eccessiva, visto che AfD sembra aver perso la sua spinta iniziale e si sta confrontando con le difficoltà legate al suo essere ormai una forza politica ‘tradizionale’, che, dilaniata da scandali e correnti, non appare poi molto diversa da quelle élites che fino a ieri contestava (più problematico quello che potrebbe accadere nei Bundesländer dove occorre trovare una soluzione per la formazione di governi stabili tenendo presente la ormai assodata pluralità di partiti e la crisi di quelli tradizionali).

Si spiegano così alcune formulazioni del programma sui richiedenti asilo (la sezione è interamente dedicata al far convivere (sic!), gli obblighi giuridici e morali con l’intenzione di ridurre il numero di rifugiati in Germania) e, persino, sulla possibilità di reintrodurre (temporanei) controlli alle frontiere con Stati membri dell’UE, ipotesi che la scorsa estate provocò una profonda crisi tra Angela Merkel e il suo ministro degli Interni, il bavarese Seehofer.

Quello dei conservatori appare un europeismo preoccupato di non essere ‘troppo’ europeista, per vincere la sfida con AfD che, certamente non parla più di un’uscita immediata dall’euro (la cosiddetta Dexit), ma che vuole eliminare il Parlamento europeo e le altre istituzioni e riconsegnarne tutte le competenze agli Stati nazionali. Così se per i populisti l’Europa è una “comunità economica e di interessi di Stati sovrani”, per la CDU è “una salda associazione di Stati, uno spazio economico di successo e un’ancora di stabilità globale”. In questo modo, mentre AfD si configura come una forza nazionalista in senso stretto, fortemente identitaria e ‘sovranista’ (lo Stato difende le proprie tradizioni e la propria identità, e torna a utilizzare la svalutazione per fare fronte alle difficoltà della propria economia, consiglio non richiesto per i Paesi del Sud Europa), la CDU prova a superare gli anni di Merkel con una miscela di pragmatismo, fedeltà alla tradizione europeista e una robusta iniezione di conservatorismo vecchio stile.

Tuttavia, se i populisti sanno perfettamente di non poter costruire alcuna connessione con altri partiti ‘fratelli’ se non al fine di rendere ingovernabile l’Europa e inevitabile il collasso della moneta unica, ai conservatori tedeschi manca, al momento, tanto un chiaro programma politico di riforma dell’Unione – quanto a scetticismo, diffidenza e ostilità sulle politiche sociali europee i conservatori non sono poi così distanti da AfD – tanto un sistema di alleanze per implementarlo.

Il programma esplicita, anzi, una chiara frattura con la Francia di Macron, il cui attivismo in politica estera è avvertito con sempre maggiore insofferenza da Berlino. Le sue proposte, ad esempio quella sul ministro degli Esteri e sul bilancio comune, sono state bocciate, mentre l’obiettivo resta sempre quello della realizzazione del meccanismo di stabilità (dunque del metodo intergovernativo, originariamente un’idea di Schäuble poi fatta propria anche da Merkel) e una politica comune sui rifugiati. Anche qui le priorità appaiono da un lato scelte per non impensierire troppo l’elettorato tedesco, dall’altro prive di un disegno unitario ed efficace: la situazione europea è al momento di estrema divisione, con Berlino e Parigi in una situazione di reciproca diffidenza, Londra impelagata nella Brexit, Roma ormai divenuta una preoccupante incognita per le altre capitali.

Certamente la nomina del bavarese Manfred Weber quale candidato alla presidenza della Commissione europea evidenzia come la Germania intenda impegnarsi direttamente per individuare un compromesso per le necessarie riforme istituzionali di cui l’Unione necessita. Va sottolineato che in questo modo i conservatori aderiscono al modello delle candidature indicate dai partiti e che devono poi passare al vaglio degli elettori: si tratta di un primo, indispensabile passaggio verso un ruolo più attivo dei cittadini e di partiti realmente europei.

Il campo progressista tedesco è, invece, caratterizzato dalla ormai cronica crisi della SPD, data dai sondaggi ben sotto il 20% e superata dai Grünen, mentre la Linke non approfitta della debolezza dei socialdemocratici. I Grünen sono certamente una sorpresa di questi anni: una forza politica pragmatica, presente, nei governi dei Bundesländer, in ogni sorta di coalizione (con i conservatori, con i liberali, con la SPD etc.) e capace di intercettare il voto giovane, prevalentemente delle città medio-grandi. Un elettorato poco ideologizzato che vede negli ecologisti la sola forza pronta a rappresentare le proprie istanze in qualsiasi coalizione, cosa che, invece, non riesce alla SPD e tantomeno alla Linke.

La socialdemocrazia tedesca, che da circa un anno ha una nuova Vorsitzende, Andrea Nahles, cerca di uscire dalla crisi nella quale è precipitata. Il programma è indubbiamente quello più completo e avanzato, anche abbastanza interessante per le riforme suggerite (seppur ancor troppo timide, sia sul piano istituzionale sia su quello sociale e per le politiche del lavoro). Soffre, tuttavia, di due grandi handicap.

In primo luogo l’incapacità di costruire un fronte europeo socialdemocratico, di tipo nuovo, con il quale fronteggiare tanto il populismo nazionalista quanto il conservatorismo classico: la socialdemocrazia dovrebbe essere chiamata al compito di governare davvero la globalizzazione e non soltanto a quello di provvedere ad una gestione delle sue criticità. Il suo europeismo è ancora estremamente immaturo ed esposto ai contraccolpi della Brexit, problema comune anche alla Linke. Se, infatti, la Brexit dovesse andare in porto, potrebbe rafforzarsi, sulla scia di un ipotetico successo di Corbyn, l’idea di quanti a sinistra propongono una valutazione estremamente negativa dei trattati europei e delle attuali istituzioni, che sarebbero strutturalmente fondati sull’ideologia neoliberale e, pertanto, ‘irriformabili’. Questa impostazione era rappresentata nella Linke da Sahra Wagenknecht che, dopo aver tentato invano la costruzione di un movimento trasversale ai partiti progressisti, si è ormai defilata, annunciando persino di non volersi ricandidare alla guida del gruppo parlamentare, ma che potrebbe tornare a bersagliare il proprio partito, che ha invece scelto una prospettiva decisamente europeista, in caso di un risultato elettorale non soddisfacente.

In secondo luogo, se nel capitalismo renano una mediazione di alto profilo tra capitale e lavoro sembrava possibile (e in parte fu realizzata), oggi la socialdemocrazia sembra priva di un’ipotesi alternativa a quella di un capitalismo del tutto libero da controlli, mentre, ad esempio, la questione ambientale ci riporta quotidianamente al tema dei limiti e della qualità della crescita. Su questo anche i Grünen potrebbero a breve palesare tutte le ambiguità del loro successo e, soprattutto, l’impossibilità di esportare a livello federale in Germania o europeo la loro ‘elasticità’ nelle coalizioni sperimentate a livello locale.

Il rischio è una progressiva marginalizzazione, fino alla scomparsa della socialdemocrazia e dell’intero campo progressista: uno scenario che, ha ricordato Jürgen Habermas, è sempre coinciso con profondissime crisi della democrazia tedesca ed europea.

 

Immagine: Manifesti delle campagne elettorali di CDU, SPD, Die Linke e Alliance 90/The Greens, i partiti politici tedeschi per le elezioni del Parlamento europeo di maggio, a Berlino, Germania (14 aprile 2019). Crediti: Cineberg / Shutterstock.com

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