8 novembre 2019

La Spagna al voto: delusione, questione catalana e crisi della leadership

di Ettore Siniscalchi

Oggi finisce una campagna elettorale che ufficialmente dura solo una settimana, anziché le due canoniche, ma che nella realtà va avanti sin dal voto dello scorso 28 aprile. Il dimezzamento dei tempi la dice lunga sull’umore degli spagnoli verso una campagna elettorale continua, praticamente permanente se teniamo conto che sono stati chiamati al voto per quattro volte negli ultimi quattro anni.

Ad aprile ‒ col centrodestra di Ciudadanos (C’s) e Partido popular (PP) pronto a rinnovare su scala nazionale l’accordo andaluso con l’estrema destra di Vox, con il quale strappò ai socialisti il bastione sempre governato in democrazia ‒ venne evocato un governo delle sinistre che non solo fermasse l’avanzata delle destre, ma, soprattutto, riportasse nei binari della politica il conflitto catalano. Gli spagnoli risposero all’appello, ma nulla di tutto questo è avvenuto.

Pedro Sánchez, anziché aprire una seria trattativa per la formazione di un governo, si è trincerato nella ricerca di un governo di minoranza, chiedendo a C’s un’astensione che ne consentisse la nascita, visto che la richiesta non era stata accolta da Unidas Podemos (UP), il potenziale partner di maggioranza, né dalle altre forze parlamentari il cui apporto, tramite astensioni benigne e voti a favore, era indispensabile per il varo dell’esecutivo. Alla fine di luglio l’investitura mancata è arrivata a sancire il fallimento della politica nel compimento del mandato elettorale.

Sánchez si aspettava un risultato migliore dal voto e si è convinto che questo potesse arrivare con un nuovo passaggio elettorale. Le cose però stanno andando diversamente da come il segretario del Partido socialista obrero español (PSOE), e il suo consigliere politico Iván Redondo, si immaginavano. Perché il ritorno alle urne non è a costo zero, per la democrazia spagnola e per il Partito socialista.

Mesi di mancate trattative, diktat, aperture agli avversari e chiusura all’unico possibile alleato, hanno esaurito pazienza e speranze di buona parte dell’elettorato. Un grave colpo al rapporto tra cittadinanza e politica che sembrava aver avuto un’iniezione di fiducia proprio con la sua battaglia nel PSOE e nel Paese, testimoniata dall’alta affluenza alle ultime elezioni. Adesso il sentimento prevalente è la delusione. Si prevede che molti resteranno a casa. Il dato del voto per posta, un indicatore attendibile della mobilitazione dell’elettorato, registra una diminuzione delle richieste del 30%.

I sondaggi delineano uno scenario molto diverso da quello sperato dai socialisti. Il PSOE non migliorerebbe, perdendo forse anzi qualche seggio, pur restando saldamente primo partito. I popolari di Pablo Casado, che sembravano non riuscire ad arrestare la perdita di voti conseguente agli scandali di corruzione che ne stanno flagellando la storia recente, frenerebbero la caduta consolidandosi come secondo partito. Mentre C’s, il partito di Albert Rivera, manifestazione nel centro-destra della crisi del bipartitismo spagnolo, dimezzerebbe i suoi deputati restituendo voti a PSOE e PP e dandone al Vox. L’ultra destra filofranchista, machista e trumpiana sembra poter essere la maggior beneficiaria della ripetizione del voto, con la prospettiva di raddoppiare consensi e seggi e la possibilità di scavalcare UP in numero di eletti, anche se non come voti assoluti. UP, il partito fondato da un gruppo di docenti e studiosi dell’Università di Madrid che per primo infranse il bipartitismo spagnolo, invece, pur continuando a scendere, frenerebbe l’emorragia, recuperando voti che alle ultime elezioni erano andati, o tornati, al PSOE. Pablo Iglesias, oltre alla scarsa abilità nella gestione della trattativa per la formazione del governo e alla perdita di entusiasmo degli elettori per le continue espulsioni che hanno caratterizzato la sua gestione del dissenso interno, sconta anche la presenza del concorrente Más País, nuova formazione dell’ex fondatore di Podemos, Íñigo Errejón. Uno scenario che, se confermato nelle urne ‒ i sondaggi sono abbastanza concordi, ma in un Paese sull’orlo di una crisi di nervi le scelte sono quanto mai volatili ‒, riconfermerebbe lo stallo che ha riportato al voto. E, paradossalmente per Sánchez, annullerebbe ogni alternativa alla coalizione con UP, a meno che Iglesias non decida questa volta di dare un appoggio esterno o che si manifesti un impossibile accordo col PP, venendo a mancare la stampella di un appoggio esterno da parte di C’s, i cui voti non sarebbero più sufficienti.

Partita nella partita, quella che si gioca nel campo catalano, dove gli indipendentisti arrivano divisi e in feroce lotta fra loro. Lo scontro per la conquista dell’egemonia politica catalana fra Esquerra republicana de Catalunya (ERC) ‒ il cui leader Oriol Junqueras, dopo due anni di carcere preventivo, è stato quello che ha avuto la condanna più pesante, tredici anni, al processo per i fatti relativi allo pseudo-referendum per l’indipendenza del 2017 ‒ e Junts pel Catalunya (JxC), la formazione erede di quello che un tempo era il catalanismo moderato ‒ guidata dall’ex presidente della Generalitat de Catalunya fuggito all’estero, Carles Puigdemont ‒ è arrivato alla resa dei conti. Uno scontro che viene da lontano e fu anche motore dell’escalation secessionista.

Non emergenza climatica, crisi economica, welfare e problemi occupazionali, e men che meno le vicende internazionali, hanno trovato spazio in una campagna elettorale dominata dalla questione catalana, in un Paese in cui da almeno tre anni non si parla d’altro. Il dibattito televisivo tra i candidati lo ha confermato, assieme alla sensazione che nessuno abbia una soluzione.

Dai fatti del 2017 alla sentenza dello scorso 14 ottobre, attorno alla Catalogna si è creata una polarizzazione di trincee che ha impedito ogni tentativo di riportare alla politica la questione territoriale. Gli opposti nazionalismi, quello centralista spagnolo e quello secessionista catalano, hanno ucciso ogni dibattito politico, sostituito da un confronto strumentale e dalla sentimentalizzazione della politica, che ha fatalmente spostato a destra il discorso pubblico. Nella competizione fra le destre spagnole, Rivera ha avuto la peggio, snaturando l’immagine di nuovo partito liberale moderno pronto a sostituire il vecchio, nostalgico e corrotto PP, sacrificata nella rincorsa a rappresentare meglio il nazionalismo centralista spagnolo. Le reazioni alla sentenza, le proteste, gli scontri, la violenza dei manifestanti e quella della polizia, inattese in questi termini, hanno ribaltato il tavolo delle previsioni.

Anche il PSOE è stato risucchiato dallo spostamento a destra, incapace di uscire dalla contrapposizione dei blocchi. Un passo falso è stata la cancellazione di ogni riferimento dal programma al federalismo, caposaldo storico dei socialisti, rientrata solo dopo che il segretario del Partit del socialistes de Catalunya (PSC) Miquel Iceta (il PSOE è un partito federale le cui federazioni locali godono di ampia autonomia) ha espresso pubblicamente le sue rimostranze. Poi da Sánchez è arrivata la proposta di una legge per vietare i referendum illegali, che già lo sono, sancendo nuovi specifici reati e aumentando le pene; le inutili minacce all’alleato belga, dove risiede l’espatriato Puigdemont, la cui giustizia deve pronunciarsi sul riattivato mandato di cattura internazionale della Spagna; infine, la gaffe con la quale ha insinuato che la Procura nazionale agisca gli ordini del governo, ottenendo sdegnate e compatte reazioni da parte del mondo giudiziario. Pedro Sánchez sembra agire con confusione e improvvisazione, incapace di controllare un’agenda dominata dalla questione catalana, della quale non riesce a rompere gli schemi.

Se la questione catalana non è altro che il più evidente sintomo di una più ampia crisi che investe la democrazia spagnola nata nel 1978, a partire dal patto territoriale con cui la democrazia tentò di rispondere al carattere plurinazionale dello Stato spagnolo, nessuno sembra avere delle risposte da offrire. Dopo che alla Brexit è stato dato altro tempo, quella spagnola rischia di diventare la più grave crisi del continente europeo, assieme al rallentamento dell’economia tedesca.

Le élites politiche e mediatiche spagnole, i due corni su cui si articola il dibattito pubblico nelle odierne democrazie di partiti sempre più leggeri e sempre più leaderistici, non sembrano essere in grado di offrire, se non una soluzione, neanche la capacità e la volontà di provare a cercarla.

Nella parabola di Sánchez ‒ che se dovesse fallire ancora l’obiettivo dovrebbe affrontare la rivolta di un partito che non lo ha mai amato e che già due volte lo ha fatto fuori ‒ si ritrova qualcosa in comune con le nuove leadership nate nella disintermediazione e nel ridimensionamento del ruolo della politica. Un tema non solo spagnolo, ma che attraversa tutte le democrazie rappresentative europee. La ricerca della rendita di posizione a scapito dell’interesse generale, l’abbandono di quelle bussole che aiutano nell’inquadrare le questioni complesse, la tentazione del chicken game e del colpo che spariglia, la pervicacia nell’imboccare e mantenere le strade che portano in un vicolo cieco, rinunciando a valutare come le cose possano sfuggire di mano e negandosi ogni piano alternativo, sembrano, nelle differenze, ritornare in personalità e contesti tanto diversi. Il referendum di David Cameron e quello di Matteo Renzi, l’iniziale sfida greca alla UE applicando la teoria dei giochi e non la pratica della politica, l’estate pazzesca di Matteo Salvini, l’escalation indipendentista catalana di propagande e bugie di Junqueras e Puigdemont nel chicken game con Madrid, la sua accettazione da parte dell’allora premier popolare Mariano Rajoy e il suo alzare la posta quando avrebbe potuto disinnescare e controllare la crisi, la confusione di Pedro Sánchez, la tentazione di scorciatoie più o meno blandamente autoritarie e superficiali. Tutti questi avvenimenti, pur così diversi, ci parlano di leadership politiche che si esauriscono nella contemplazione delle proprie volontà e sono incapaci di misurarsi con la realtà e con le conseguenze delle loro scelte. Schiacciate sulla rendita immediata e incapaci di guardare, e proporre alla cittadinanza, un futuro. Un futuro, quello che avrebbe bisogno di immaginare la giovane democrazia spagnola per affrontare, col coraggio di pensare riforme radicali, la sua più grave crisi. Una crisi sempre più europea.

 

Immagine: Manifesti elettorali di Pedro Sánchez per le elezioni spagnole del 2019, Magaluf, Maiorca, Spagna (18 aprile 2019). Crediti: Abel Halasz / Shutterstock.com

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