13 dicembre 2019

La Spagna in cerca di governo

di Ettore Siniscalchi

Pedro Sánchez è alle prese con la ricerca del consenso parlamentare per il varo del governo tra PSOE (Partido Socialista Obrero Español) e Unidas Podemos. Il primo esecutivo di coalizione della recente storia spagnola democratica, un passaggio obbligato adesso, dopo la scommessa perduta del ritorno alle urne. Il segretario socialista prova a sbrogliare una matassa molto ingarbugliata, la costruzione di quel complicato gioco di voti a favore e astensioni “benigne” che non solo consentano la nascita dell’esecutivo, ma costituiscano anche le basi per una sua prosecuzione nella legislatura.

Il dialogo con Unidas Podemos è in fase avanzata. Dopo aver rapidamente risolto il riparto delle competenze con l’alleato Pablo Iglesias ‒ quello che fu impossibile dopo le elezioni di aprile è stato ora, da entrambi, affrontato col dovuto pragmatismo ‒ i due soci hanno anche affrontato i temi da mettere al centro dell’azione di governo. La revisione di alcune parti della cosiddetta Ley Mordaza, la legge museruola, il regolamento di ordine pubblico che ha reso tanto difficile, pericoloso e costoso (per le multe che accompagnano le sanzioni) manifestare, tanto da attirare l’attenzione degli uffici dellONU e dell’Unione Europea che si occupano dei diritti politici e di espressione. Non derogare, ma almeno apportare alcune sostanziali modifiche alla legge sul Lavoro varata dal PP (Partido Popular), a partire dal ripristino dell’interlocuzione con le parti sociali. L’aumento dell’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche)  per i redditi più alti. Una revisione del processo di privatizzazione delle casse di risparmio, flagellate dai fallimenti dovuti alla cattiva gestione delle nuove proprietà ‒ per i quali lo Stato ha speso oltre 65 miliardi, nel tentativo di attenuarne le conseguenze per i correntisti ‒, probabilmente a partire dalla costituzione di una banca pubblica, per facilitare il credito alle piccole e medie imprese, e attraverso il mantenimento nel pubblico di Bankia, l’istituto che venne nazionalizzato da Mariano Rajoy quando la crisi lo travolse e che, nei piani, dovrebbe essere rimesso a breve sul mercato. Poi, l’aumento del salario minimo, maggiori strumenti ai comuni per intervenire nella regolazione del mercato degli affitti, misure contro la “povertà energetica”, la difficoltà di molte famiglie a pagare le bollette di gas e luce, enormemente aumentate negli ultimi anni. Sullo sfondo, il richiamo alla riconversione verde dell’economia produttiva, prudentemente messa in disparte rispetto alle prime dichiarazioni.

Un programma minimo, di stampo moderatamente socialdemocratico, sul quale Iglesias e Sánchez sembrano vicini all’intesa. Sembra, perché le trattative vanno avanti in maniera opaca, in luoghi e fra persone differenti rispetto a quelle che pubblicamente portano avanti le trattative, per cui bisogna seguire le tracce delle indicazioni che ufficiosamente vengono emanate dagli ambienti vicini alle due segreterie. Fatta questa tara, dovremmo essere davanti a un accordo di governo praticamente concluso. Con il voto del PNV (Partido Nacionalista Vasco) e di altre formazioni regionaliste assicurato, in teoria l’esecutivo potrebbe partire subito, cioè entro Natale. Se questo non avviene è perché in Catalogna la situazione è molto difficile.

Affinché il governo abbia una base solida questa volta è necessario un accordo con i nazionalisti dell’ERC (Esquerra Republicana de Catalunya) che, almeno, porti a un voto di astensione. Una risicata maggioranza avrà assicurato forse solo il respiro della manovra finanziaria, una necessità per il Paese che ha varato l’ultima tre anni fa, proseguendo per due anni in deroga. Ma per un «governo di legislatura», quale hanno detto di voler fare Iglesias e Sánchez, occorre impegnarsi sul nodo attuale della democrazia spagnola: il ritorno alla politica della questione catalana. Questione complessa sia a Madrid che a Barcellona.

ERC chiede impegni precisi sulle sorti dei dirigenti indipendentisti incarcerati e sull’apertura di un tavolo tra il governo madrileno e quello catalano. Entrambe le ipotesi sono possibili, sul secondo tema le aperture del PSOE sono state numerose e sul primo le possibilità di intervento del governo e del ministero di Giustizia sono molto ampie. Il problema, in questo momento, è soprattutto sul fronte catalano. La “gestione della sconfitta” dell’escalation indipendentista è molto difficile, a partire dalla sua accettazione. Le divisioni tra ERC, di Oriol Junqueras, condannato a dodici anni di carcere dopo averne passati già due in attesa di giudizio, e JxC (Junts per Cat), la formazione di Carles Puigdemont, l’ex presidente della Generalitat de Catalunya autoesiliatosi in Belgio, non favoriscono le scelte politiche. Un appoggio al governo potrebbe costare molto a ERC. Costituirebbe la rottura di una unità, ormai solo di facciata, con le altre forze con le quali governa la Generalitat, JxC e la CUP (Candidatura d’Unitat Popular), formazione indipendentista di estrema sinistra che ha ottenuto anche due seggi nel Parlamento nazionale. Un ritorno alle urne costituirebbe un’incognita. Nel clima esasperato e sentimentalizzato che domina la Catalogna le differenze politiche vengono descritte facilmente come tradimento ed ERC stenta a trovare la forza di fare un passo che potrebbe, in prima battuta, costargli la supremazia elettorale conquistata.

Mercoledì c’è stato un passaggio cruciale per il prosieguo del dialogo. Le direzioni dei tre carceri nei quali sono reclusi i leader indipendentisti hanno deciso della loro situazione penitenziaria. Gli avvocati avevano chiesto l’interruzione del primo grado, quello più restrittivo, per avere il terzo, cioè la semilibertà. Le amministrazioni dei penitenziari hanno concesso il secondo grado. Si tratta di una “normalizzazione” del regime di detenzione che permette, al compimento di un quarto della condanna, di poter accedere ai benefici penitenziari, come i permessi di uscita e di lavoro all’esterno. Una decisione “mediana” che sgombra il campo dal rischio che la Procura si opponga davanti al giudice di sorveglianza, portando il caso dinanzi al Tribunale supremo, cosa che sarebbe certamente avvenuta in caso di concessione del terzo grado. I primi a beneficiare di un miglioramento potrebbero essere Jordi Sánchez e Jordi Cuixart, ex presidenti rispettivamente dell’Assemblea Nacional Catalana e di Òmnium Cultural, le due principali associazioni civiche che hanno animato la protesta indipendentista. Col miglioramento delle condizioni di detenzione il governo vuole dare un segnale della serietà delle sue intenzioni e determinare condizioni che possano favorire l’accettazione dell’abbandono della via unilaterale da parte di un’opinione pubblica travolta da anni di propaganda, consentendo così a ERC di gestire meglio sul fronte interno il “peso” di favorire la nascita del governo a Madrid.

 

Immagine: Pedro Sánchez (2 luglio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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