10 aprile 2020

La berniesfera dopo Bernie Sanders

 

Bernie Sanders è stato il movimento di Bernie Sanders. “Not me. Us” era uno slogan credibile: il paradigma della personalizzazione della politica è stato messo in discussione da due figure che hanno attraversato l’anglosfera in questi ultimi anni, ovvero Jeremy Corbyn e Bernie Sanders. I due sono usciti di scena, quali leader nazionali, più o meno negli stessi giorni. Hanno mostrato caratteri simili, e simili punti di forza e di debolezza; una grande capacità di animare movimenti e difficoltà nell’allargare il campo del consenso (avevamo parlato dei limiti di Bernie Sanders il 9 marzo, con questo articolo). È sempre complesso comparare le parabole di due diversi sistemi politici, ma abbiamo assistito a un percorso affine: in assenza di leadership giovani che superassero “a sinistra” la cosiddetta “terza via” ‒ che aveva già consumato la sua breve spinta propulsiva a seguito della crisi del 2008 ‒ la domanda di radicalità emersa nell’ultimo decennio si è rivolta a quello che si trovava su piazza. Ovvero, leader politici anziani ma coerenti, la cui proposta appariva credibile a una platea in cerca di risposte nuove: ma oltre a un’offerta di nuove politiche sociali, redistribuzione, giustizia sociale, il vero asset di queste due figure ‒ seconde file per decenni ‒ è stata la coerenza del percorso politico e la risposta a una richiesta di moralizzazione della politica, divenuta più forte dopo la crisi del 2008. Molto, ma non abbastanza.

 

Simile è il modo nel quale la sinistra intellettuale ‒ spesso giovane e radicale ‒ sta trattando The Day After fra rabbia, delusione e pragmatismo delle valutazioni strategiche. Trattandosi, sia nel campo inglese che in quello americano, di movimenti numericamente forti e organizzativamente reattivi, la discussione sulla “uscita” attraversa il loro dibattito, anche se questa non è certamente l’indicazione dei due vecchi leader: lasciare Labour e Partito democratico ‒ o almeno parlarne ‒ per crescere in una casa davvero propria (in fondo, le due anziane figure possedevano un’ulteriore funzione: erano i garanti del fragile patto di convivenza con i vituperati moderati di quei partiti).

 

Una cartina di tornasole? Il dibattito sulla ormai celebre rivista Jacobin, punto di riferimento di molti militanti, ma letto con curiosità anche dagli oppositori culturali di quel campo. Due riferimenti per chi volesse approfondire: l’articolo di Dawn Foster sull’edizione americana di Jacobin (Socialist, Stay in the Labour Party) e l’intervento di Connor Kilpatrick tradotto e ripreso dall’edizione italiana della stessa rivista (Abbiamo perso una battaglia, non la guerra). Soprattutto nel secondo, l’astio nei confronti dell’establishment del partito è feroce (reo di essersi coalizzato contro Bernie); e infatti appare più feroce l’antipatia verso Biden di quella rivolta al nuovo leader del Labour, Keir Starmer: in entrambi i testi l’invito a restare, mantenere i presidi conquistati (per Sanders giovani e latinos), occupare il campo, diffondere il messaggio, rafforzarsi nel livello locale, aumentare il numero degli eletti. Per gli anziani come noi, una sensazione di riflesso trotzkista che non sappiamo se essere strutturale o casuale, non conoscendo a sufficienza la biografia degli autori.

 

Il parallelo era doveroso, ma ora concentriamoci sul caso americano con tre titoli per altrettanti campi nei quali siamo certi Bernie Sanders lascerà un’eredità: temi, organizzazione e leadership.

 

I temi: lo ripetono tutti. Sanders ha vinto la partita dell’agenda, con quattro anni di instancabile attivismo politico: candidati e programmi del Partito democratico sono tutti spostati più a sinistra. Biden ha già espresso chiaramente la sua volontà di aprire su precisi punti programmatici di Sanders, che riguardano la crisi del Coronavirus, il debito studentesco e il diritto universale alla salute (con una proposta debolissima, agli occhi dei sanderisti: abbassare a 60 anni l’accesso al Medicare). Domanda lecita: dietro queste proposte immediate, c’è un accordo politico precedente il ritiro politico di Sanders? C’è la mediazione di Barack Obama? Per ora non troveremo risposta. Ma la bernisfera ha davvero poca fiducia in Biden, sicuramente meno di quanta ne abbia Sanders stesso. E ancora meno nell’establishment che si è stretto attorno a lui.

 

L’organizzazione. La bernisfera è composta da un articolato mondo di militanti e campaigner, più o meno noti. Alcuni si sono formati nella campagna delle primarie del 2016 (un nome per tutti: Zack Exley), altri hanno incrociato il proprio attivismo con i temi e l’organizzazione nazionale ‒ meglio dire, le organizzazioni ‒ della campagna di Bernie Sanders. Queste resteranno comunque, a prescindere da se, quanto e come decideranno di appoggiare Biden a novembre. Il sistema delle organizzazioni politiche americane è talmente reticolare che davvero non sappiamo cosa ne sarà di loro senza l’agglutinante Bernie Sanders. Sunrise Movement, Democratic Socialist of America, Justice Democrats e altre decine di organizzazioni, più o meno solide, legate a specifiche soggettività politiche e territoriali. Un patrimonio incredibile che è lì per restare, con il suo bagaglio di tecniche di mobilitazione, di comunicazione e di rapporti. Difficile, ora, capire come muterà. Un dato di fatto: negli USA, dopo l’inizio della crisi del Coronavirus, metà degli under 45 hanno perso il lavoro, sono a orario ridotto o sono in congedo senza paga; il 35% di loro non ha più l’assicurazione medica: un’offerta radicale di protezione e intervento pubblico trova, oggi, una domanda ancora più forte di quella degli ultimi quattro anni, soprattutto nei giovani e nelle minoranze.

 

Le leadership. “Not me. Us”: uno slogan che descriveva davvero il rapporto fra Bernie Sanders e i suoi sostenitori, e quelli che un tempo, in Europa, avremmo definito “i quadri intermedi”. Alexandria Ocasio-Cortez, la piccola pattuglia di deputate radicali denominata The Squad, i nuovi candidati nel 2020 (Marie Newman in Illinois, per fare un esempio): esistono delle giovani leve che possono afferrare la torcia di Bernie Sanders. La politica elettorale americana, priva di partiti solidi ‒ il che non vuol dire che siano deboli, attenzione ‒ si basa sulla funzione di collante delle leadership (ricordiamoci anche che si tratta di un sistema presidenziale). Il mondo dopo Bernie è quindi, comunque, una scommessa. Non sappiamo se le nuove leve sapranno tenere insieme la baracca, e neppure se sapranno aggiustare il tiro rispetto agli errori di Sanders. Come detto, hanno dalla loro due asset. Per il loro prodotto c’è domanda, alcune delle macchine citate a proposito dell’organizzazione hanno già avuto un buon rodaggio: farsi maggioranza, però, è un mestiere molto duro, che a volte cozza con il cercare di avere sempre ragione.

 

Immagine: Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders (19 ottobre 2019). Crediti: lev radin / Shutterstock.com

 

 


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