11 gennaio 2018

La bussola turca

di Dimitri Bettoni

La Turchia si è affacciata sul nuovo millennio con l’intento di riproporsi come potenza economica, politica e culturale sia della regione mediorientale, sia mondiale. Il Paese attraversa profondi e controversi cambiamenti sotto la guida del presidente della repubblica Recep Tayyip Erdoğan, a capo di un governo di stampo islamico e conservatore da ormai 15 anni. Erdoğan, dopo un avvio pragmaticamente europeista e liberale e con il mirino puntato verso l’élite kemalista, nel corso dell’ultimo lustro ha impresso al Paese una svolta populista e autoritaria, allo scopo di assicurarsi l’assoluto controllo sullo Stato e procedere ad una riforma totale del Paese.

Di pari passo è mutato anche l’approccio turco alle sfide del XXI secolo. La “Nuova Turchia” di Erdoğan è ambiziosa e cerca di scrollarsi dalle spalle ciò che percepisce come i fardelli ereditati dal secolo scorso. È viva la volontà di smarcare almeno in parte il Paese dagli orizzonti e dai vincoli europei e atlantici. Per cercare una nuova indipendenza, ma anche in nome di un cammino volto al recupero di una parte dell’identità turca, quella ottomana, che l’ideologia kemalista aveva quasi un secolo fa sconfessato, sia per l’impeto di modernizzazione  ̶  ma anche di impoverimento  ̶  impresso da Atatürk, sia per il senso di fallimento e spaesamento che hanno accompagnato il collasso di un impero secolare. Per la Turchia, in un certo senso, il prestigio e il ruolo di potenza regionale rappresentano una forma di dovuta eredità storica.

A tutto questo si accompagna la forte volontà di riproporre il modello turco alla comunità islamica internazionale quale soluzione ai problemi e alle divisioni che la attanagliano.

In prospettiva economica, il governo ambisce a trasformare la Turchia in un hub del mercato energetico mondiale sfruttando la sua posizione geografica privilegiata. Questo consentirebbe sia di soddisfare il crescente fabbisogno interno, sia di diversificare le fonti di approvvigionamento e, quindi, acquisire indipendenza energetica. Un’indipendenza che si traduce in una maggiore libertà d’azione nei rapporti bilaterali e multilaterali con gli altri Paesi ed è quindi da considerarsi sinergica all’ambizione di potenza regionale già citata.

 

Ovest

L’Europa resta per la Turchia un imprescindibile partner economico: l’Unione rappresenta infatti per il Paese anatolico il 44% dell’export e il 38% dell’import. L’Italia stessa ha stretto legami economici importanti con Ankara, con collaborazioni relevanti nel settore tecnologico e aerospaziale.

Di altro tenore, invece, sono gli attuali rapporti politici. Tra i Paesi del Vecchio Continente, lo storico scetticismo verso le ambizioni europeiste della Turchia si è trasformato in aperta ostilità verso un Paese che, dal punto di vista europeo, non offre sufficienti garanzie in materia di diritti umani individuali e collettivi. Bruxelles, ad esempio, ha insistito molto nel chiedere al governo turco un adeguamento agli standard europei della legge antiterrorismo, considerata alla base di numerose violazioni dei diritti umani. Erdoğan tuttavia rifiuta qualsiasi emendamento alla legge e sostiene che la Turchia stia affrontando sfide che impongono misure drastiche, dalla questione curda all’ex alleato e oggi nemico Fethullah Gülen; la legge antiterrorismo e lo stato di emergenza in vigore rappresentano per la presidenza strumenti irrinunciabili per adottare provvedimenti impossibili all’interno del normale regime costituzionale. Costi quel che costi anche in termini di diritti umani e collettivi, nella visione del governo il momento storico lo impone.

Una membership turca nell’Unione Europea sarebbe possibile, agli occhi del presidente turco, soltanto se Europa e Turchia si considerassero dei pari: di fondo c’è un sostanziale rifiuto a subordinare gli interessi nazionali agli interessi collettivi, come l’Unione invece richiederebbe. Un problema, questo, che riguarda anche gli attuali Paesi dell’Unione ed alimenta perciò lo scetticismo ad accogliere nuovi membri. La posizione europea è sovente percepita come ipocrita dalla base elettorale (oscillante tra il 40 e il 50%) su cui il partito di governo AKP (Partito della giustizia e dello sviluppo) di Erdoğan si appoggia: alla Turchia sarebbero avanzate richieste più stringenti rispetto ai Paesi già aderenti all’Unione e lo scopo finale dei negoziati sarebbe piuttosto quello di manipolare il Paese, secondo una mentalità dal sapore coloniale che il Vecchio Continente non avrebbe mai perso.

La dipendenza della Turchia dal mercato europeo frena Ankara dal compiere uno strappo in piena regola. Dal canto suo Bruxelles  ̶  non esente da ipocrisie e interessi particolari  ̶  persevera in politiche di armonizzazione ai propri standard degli impianti legislativi dei Paesi confinanti. Queste politiche impongono di mantenere sempre aperti i canali di dialogo. A ciò si aggiunge l’imprescindibilità del Paese anatolico come crocevia del mercato energetico: basti pensare al progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline), il gasdotto che, congiungendo Turchia e Italia, intende spalancare all’Europa le riserve energetiche del Mar Caspio.

Di TAP si è parlato a margine della visita di Erdoğan in Grecia dello scorso dicembre. Un evento storico, giacché erano 65 anni che un presidente turco non visitava il vicino ellenico. L’incontro diplomatico è giunto in un momento di crescente tensione tra i due vicini, storicamente belligeranti a causa di irrisolte questioni territoriali nelle acque dell’Egeo. Il mancato accordo nella definizione degli spazi aerei, nautici e di sfruttamento della piattaforma continentale produce continue scaramucce politiche e talvolta belliche sin dai tempi del trattato di Losanna. Europa e NATO, alleanza di cui entrambi i Paesi fanno parte, monitorano costantemente le tensioni tra i due Paesi, ma non paiono riuscire a sbloccare un’impasse ormai quasi secolare.

Ad aumentare gli attriti ci sono i risvolti legati alle recenti questioni interne alla Turchia: la Grecia ha infatti offerto asilo politico ad un gruppo di militari ritenuti da Ankara corresponsabili del tentato golpe del 2016. Una decisione inaccettabile per il governo turco e che ha aumentato la tensione a cavallo dell’Egeo.

Lanciando lo sguardo oltre l’Atlantico, il deterioramento delle relazioni tra Turchia e Stati Uniti può essere riassunto attorno ad una diversa visione del Medio Oriente coltivata dai due Paesi. Il modello americano ha perso fascino anche perché sono cambiate le élite turche di riferimento: a differenza dei gruppi kemalisti, i nuovi poteri di Turchia che il partito AKP ha raccolto attorno a sé guardano con interesse anche verso oriente, sia verso la comunità islamica, sia verso i legami panturchi che attraversano l’Asia. Gli Stati Uniti restano un partner commerciale importante soprattutto in materia di tecnologia, si pensi al tentativo di collaborazione tra governo turco e l’azienda americana Tesla per lo sviluppo di veicoli elettrici.

Soprattutto, la Turchia e il suo presidente hanno voglia di scrollarsi di dosso quello che percepiscono come il giogo NATO, che renderebbe, ai loro occhi, il Paese una pedina degli interessi americani in Medio Oriente.

La collaborazione tra truppe americane e milizie curde YPG (Unità di protezione popolare) in Siria, ideologicamente innaturale ma rispondente alle esigenze atlantiche nello scenario, è stato l’ultimo dei bocconi amari che Ankara si è trovata costretta a ingoiare: un vero e proprio tradimento.

La questione legata a Gerusalemme, con la contestatissima mossa del presidente americano Trump di riconoscere la città capitale israeliana, è stata per Erdoğan una ghiotta occasione per soffiare sul fuoco dell’anti-americanismo, in particolare in un momento in cui da Washington arrivano più problemi che soluzioni. Dalla mancata estradizione dell’imam Gülen, che Ankara considera a capo del tentato golpe del 2016, all’avvio del processo Zarrab-Atilla sulle violazioni delle sanzioni contro l’Iran, che sfiora i vertici politici e bancari turchi, la Turchia ritiene che, su questioni per essa fondamentali, l’America non sia più da considerare un alleato.

Immaginare una Turchia che volta improvvisamente le spalle alla NATO e a Washington è poco realistico. Piuttosto, il presidente turco si trova a camminare su una corda molto sottile che separa le zone d’influenza delle grandi potenze mondiali. Ecco perché il suo sguardo corre spesso verso nord, dove per Ankara risiede un partner potenzialmente tanto utile quanto pericoloso.

 

Nord

Putin rappresenta l’alleato più forte di Erdoğan nei confronti degli americani, a cui l’idea di una Turchia in orbita russa non piace affatto. Superata la crisi del caccia militare russo abbattuto sul confine turco-siriano nel 2015, i rapporti tra Ankara e Mosca attraversano oggi una fase di idillio non però priva di insidie. I due Paesi cooperano per frenare i piani e le ambizioni americane in Medio Oriente, dove l’influenza di Washington è valutata come deleteria sia dal Paese anatolico che dal gigante eurasiatico.

Ma è soprattutto in ambito energetico che i due Paesi lavorano alacremente insieme. Al Turkish Stream, ad esempio, il gasdotto che amplierà enormemente l’afflusso di gas naturale verso l’affamata Turchia. Allo stesso tempo si lavora allo sviluppo del settore nucleare in Turchia attraverso la costruzione della centrale di Akkuyu. Questi progetti salderanno ancora di più i legami tra i due Paesi, sebbene Ankara intenda perseguire anche strade alternative per evitare di diventare troppo dipendente dalle forniture russe. Ecco perché lavora a 360°, guardando alle risorse energetiche azere, cipriote, curdo-irachene e anche israeliane.

 

Sud

Il giacimento Leviathan, scoperto da Israele nel 2010, ha ingolosito enormemente la Turchia, sempre in cerca di nuovi approvvigionamenti. Israele vuole raggiungere i mercati europei per monetizzare parte delle nuove risorse, e la via più semplice per farlo è proprio quella anatolica. Ecco perché, anche in tempi di terremoti diplomatici legati a Gerusalemme capitale, Turchia e Israele continuano a tenere aperti i canali di comunicazione del business energetico. Il gasdotto dovrebbe attraversare il Mediterraneo passando per Cipro, per cui il governo turco continua a chiedere ad Israele di esercitare sull’isola il proprio peso regionale per sbloccare le reticenze greco-cipriote ad avvallare un progetto di grande utilità per lo scomodo vicino turco.

Sempre a sud, a tenere impegnata Ankara, ci sono la Siria e la sua orribile guerra.

I colloqui di Astana, a cui partecipano Turchia, Russia e Iran, consentono ad Erdoğan di perseguire un doppio obiettivo: continuare ad avere voce in capitolo nello scenario di guerra e al futuro tavolo di pace, dopo che l’iniziale strategia turca (e americana) del sostegno alla ribellione non ha portato i frutti sperati; ottenere al contempo il meglio che si può da questo fallimento e coltivare i rapporti con Russia e Iran, contrappeso all’indesiderata alleanza curdo-americana nella regione.

 

Est

Questo nonostante i rapporti tra Ankara e Teheran siano fondati su una fredda collaborazione su temi specifici. Il terreno fertile per le relazioni bilaterali consiste nell’opposizione congiunta all’indipendentismo curdo, come si è visto nel corso del recente referendum nel Kurdistan iracheno, quando i due Paesi si sono allineati per frenarne l’impatto politico. Obiettivo centrato per entrambi, anche se a guadagnarci di più è stato l’Iran, la cui influenza regionale è enormemente aumentata a scapito di quella turca.

Turchia e Iran continuano a lavorare anche per superare l’isolamento internazionale imposto a quest’ultimo dalle nazioni a guida americana, perché l’embargo rappresenta un blocco al potenziale economico e commerciale di entrambi i Paesi confinanti ed è mal digerito pure ad Ankara. Un dato ben evidenziato dal processo Zarrab-Atilla in corso negli Stati Uniti.

Ma a separare Teheran e Ankara resta la questione religiosa, poiché se la prima è il faro dello sciismo mondiale, Ankara ambisce a guidare l’islam sunnita. Le reciproche ambizioni ideologiche conducono quindi ad attriti anche importanti.

Nel frattempo Ankara continua a guardare anche alle steppe e alle cime dell’Asia centrale nella ricerca di nuovi partner e nuovi mercati, specialmente a quei Paesi che condividono radici turche. La comunità economica eurasiatica, sponsorizzata soprattutto da Mosca, è stata spesso propagandata come un’alternativa all’area commerciale europea, ma le potenzialità economiche della regione restano infinitamente meno attraenti.

Sullo sfondo, cominciano a risvegliarsi anche le relazioni con il gigante cinese: l’antica Via della Seta è pronta a riproporsi nel nuovo millennio come spina dorsale di un’economia mondiale di cui Turchia e Cina possono rappresentare capo e coda.


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