31 marzo 2020

La campagna asimmetrica negli USA del Coronavirus

 

Per l’istituto Gallup l’indice di approvazione del presidente Trump è al 49%: uno dei più alti dall’inizio della sua presidenza. E gli ultimi due sondaggi sulla sfida tra il presidente e il quasi candidato democratico Biden assegnano a quest’ultimo un vantaggio rispettivamente di due e nove punti. Il 2% è certamente dentro al margine di errore di un sondaggio, ma se riflettiamo sul fatto che questi sono sondaggi nazionali e il voto si tiene Stato per Stato, scopriremo che questo vantaggio ‒ con gli Stati più popolosi che tendono a votare democratico ‒ Biden probabilmente perderebbe, pur vincendo il voto popolare.

 

Nella crisi da Coronavirus il messaggio presidenziale è stato quanto meno incoerente, i risultati magri, eppure sembra pagare nonostante lo spettro di una recessione e il record assoluto di domande di disoccupazione in una settimana. Come mai? Cerchiamo di capirlo, per poi chiederci se si tratta di una tendenza destinata a durare. Non senza ricordare alcune affermazioni recenti che aiutano a chiarire dove si diriga il messaggio presidenziale, che da diversi giorni ha smesso di essere veicolato dai comizi e prende la forma consueta di interviste televisive, tweet e della nuova piattaforma garantita dal briefing quotidiano sull’epidemia in corso.

 

Da questo palco il presidente ha accusato i governatori di non distribuire il materiale inviato da Washington, promesso di far ripartire l’economia in fretta, parlato di un vaccino pronto in settimane, nominato medicine usate in via sperimentale spiegando che «stanno dando risultati fantastici», silenziato giornalisti che facevano domande non gradite, insinuato che il fabbisogno eccessivo di maschere a New York sia dovuto a «qualcosa di strano su cui sarebbe bene indagare» (furti compravendita da parte degli infermieri), negato affermazioni ancora visibili in TV (e si è chiesto come mai i medici non possano usare più volte le mascherine). Da ultimo il messaggio con il quale ha accompagnato l’invito al lockdown per altri 30 giorni: «I modelli parlano di due milioni di morti, ma se alla fine ci saranno 100/200 mila morti avremo fatto un buon lavoro». Un mese fa il presidente diceva che il virus avrebbe fatto poche vittime, oggi dice che sarà una carneficina. Se i morti saranno meno di 100 mila potrà prendersene il merito.

 

Quella presidenziale è una comunicazione incoerente, condita da cose non vere, attacchi personali ad avversari politici e nella quale gli aggettivi “fantastic” e “great” accompagnano ogni iniziativa presa. Durante i briefing quotidiani i membri dell’amministrazione incensano il lavoro di guida straordinario del presidente. Un messaggio ripetuto in maniera ossessiva che è difficile non immaginare come definito dagli strateghi di comunicazione della Casa Bianca.

 

Trump gode del privilegio di essere un presidente “di guerra”. Ha fatto un discorso davanti a una nave ospedale militare, firmerà di persona la lettera che accompagna l’assegno di quarantena approvato dal Congresso con sostegno bipartisan, spedirà una lettera alle famiglie americane nella quale le regole emanate dal Center for Disease Control prendono il nome di Linee guida del Presidente Trump sul Coronavirus.

 

Qualsiasi leader svolga il ruolo di coordinamento durante una crisi severa come quella di queste settimane tende, soprattutto al principio, a essere ascoltato. Pur non potendo fare comizi, Trump entra nelle case degli americani tutti i giorni, in diretta su tutti i canali e con una quantità di spettatori paragonabile ai grandi eventi sportivi. Un messaggio senza dubbio contraddittorio o quasi, probabilmente detestato da coloro cui Trump proprio non piace, ma efficace per gli elettori meno militanti.

 

Ma non c’è solo questo. Il Coronavirus ha, per forza di cose, cancellato la campagna elettorale dagli schermi: sebbene Joe Biden stia cercando di re-immaginare il proprio messaggio e trovare forme per veicolarlo on-line, ha un handicap oggettivo. L’account Twitter dell’ex vicepresidente ha 4,6 milioni di followers, la pagina Facebook un milione e seicentomila, l’account Instagram 1 milione e seicentomila. Sono numeri che scompaiono di fronte al presidente, ma anche a Bernie Sanders (e su alcuni social sono molto più bassi di quelli di Elizabeth Warren). A Biden manca una base militante pronta a rilanciare il suo messaggio ‒ una base che il presidente ha ‒ e per il momento non sembra essere in grado di costruirla. In questa fase, a prescindere dalle idee o dal programma, Sanders avrebbe un vantaggio enorme in termini di capacità di creare contenuti virali per le persone che restano a casa: tra l’altro Biden è ancora impegnato nelle primarie, rimandate di mesi ovunque, e deve ancora diffondere messaggi come “La gente vuole risultati, non rivoluzioni”, che non sono contro Trump, ma riferiti a Bernie.

 

La campagna sta lavorando per riorganizzarsi, ha lanciato un podcast, una newsletter e ottenuto dei risultati in termini di visualizzazioni (almeno così sostiene il direttore della parte digitale di Joe2020  Rob Flaherty su Twitter). E parallelamente Biden moltiplica le sue apparizioni TV, veicolando un messaggio che coniuga competenza su come si lavora durante una crisi e empatia nei confronti di vittime e persone impegnate in prima linea. Certo, nulla è paragonabile al briefing quotidiano. La speranza dell’ex vicepresidente è che le contraddizioni del presidente emergano man mano che l’epidemia si diffonde, come è inevitabilmente destinata a fare.

 

Biden può contare anche sui governatori. Cuomo e la governatrice del Michigan Whitmer – altri ne verranno – protestano con Washington e smentiscono con frequenza le esagerazioni del presidente sugli aiuti forniti. Il Michigan è uno Swing State ed è stato determinante per la vittoria di Trump nel 2016.

 

Infine, l’ex VP ha altre carte. La prima è il segnale che gli americani non sono così creduloni: un sondaggio Ipsos segnala come gli americani tendano a non credere alle notizie false diffuse dal presidente. L’effetto commander in chief potrebbe dunque non durare a lungo. La seconda riguarda le crisi del passato. Il presidente George W. Bush, nei tre anni successivi all’11 settembre, ha goduto di una popolarità oscillante tra il 70% e il 58%. Trump è ancora più impopolare che popolare.

 

Durerà questa mezza luna di miele trumpiana? Difficile a dirsi. Tutto dipenderà dall’evoluzione dell’epidemia, dal numero di morti che l’America riuscirà o meno a scongiurare, dall’andamento dell’economia. Anche su questo, Biden sembra in affanno: in tempi di crisi dura non basta rassicurare, ma occorre dare risposte in grande. L’ex VP ha pochi mesi per immaginarne alcune.

 

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Immagine: Donald Trump (27 aprile 2018). Crediti: Nicole Glass Photography / Shutterstock.com

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