28 aprile 2020

La comunicazione di Trump, dai medicinali miracolosi alla candeggina

 

È dall’inizio dell’epidemia che le dichiarazioni pubbliche di Donald Trump divengono materiale scottante: spesso esagerate e improntate a diffondere ottimismo. L’ultima occasione ‒ divenuta celebre, trasformata in meme e tormentoni ‒ è quella nella quale il presidente ha sostenuto, il 23 aprile, che una forte irradiazione di luce e l’assunzione di disinfettante possono uccidere il virus presente nel corpo umano. Da sottolineare che il suo intervento seguiva quello di un esperto del Dipartimento della Homeland Security, William Bryan, il quale aveva messo in evidenza alcune risultanze scientifiche ‒ anche queste volte a rassicurare il pubblico (ovvero l’elettorato che si recherà alle urne a novembre) ‒ che dimostrerebbero la rapidità con la quale il virus muore all’aperto in luoghi caldi e umidi, nonché la grande efficacia di alcuni disinfettanti. In entrambi i casi, sosteneva Bryan, le goccioline depositate tramite saliva disperderebbero la carica virale in tempi molto rapidi.

Di lì l’intervento del presidente, che (a suo dire) dialoga con Bryan e rielabora quanto sostenuto dal capo dello Science and Technology Office della Homeland Security. Vista e rivista la conferenza stampa come si osserva alla moviola un intervento da rigore, ciò che fa Trump è quello di acquisire un’informazione, farla propria e rielaborarla offrendo un happy ending ancora più forte di quello che l’esperto aveva proposto. Non si capisce se questo sia parte di uno schema ‒ “tu porti questo dato positivo, il lo rimarco ulteriormente” ‒ o di una insoddisfazione del presidente: la comunicazione positiva non era arrivata con l’efficacia immaginata dallo stesso Trump. Non lo sapremo mai, ma l’elemento centrale era, per lui, uno e uno solo, quello appena descritto: dare informazione positiva. Non possiamo sapere se Trump ‒ in questo momento stanco come tutti i capi di Stato, da sempre poco abituato a comunicare dati e complessità, portato soprattutto per una comunicazione emotiva ‒ si perda dentro la comunicazione scientifico/fattuale fino a commettere incredibili errori, o se a volte agisca addirittura in coscienza.

Sappiamo dalla stampa ‒ nota necessaria, perché le parole di un capo hanno un effetto ‒ che in diversi angoli della nazione alcuni individui hanno consumato disinfettante. In alcuni Stati, quelli di cui si ha notizia, sono arrivate almeno un centinaio di chiamate ai numeri di emergenza dovute all’ingestione di disinfettante. Ipotizziamo sia avvenuto in ogni Stato (a prescindere dalla sua dimensione), farebbero già 5.000 persone (sappiamo di 100 persone nel Maryland, per esempio; 30 casi in 18 ore nella sola New York, per lo più per assunzione di disinfettanti da uso domestico). Di qui le smentite delle istituzioni che si occupano di salute pubblica: non bevete disinfettante o candeggina. Le stesse che erano arrivate quando il presidente ha sostenuto l’esistenza di un mix di farmaci miracoloso, ovvero la combinazione di idrossiclorochina e azitromicina, che avrebbe fatto guarire dal Coronavirus. Il National Institutes of Health (NIH) e la Food and Drugs Administration (FDA) si sono trovati a spiegare che le due medicine possono essere utilizzate solo all’interno di un percorso di ricerca clinica sperimentale e hanno ricordato che, altrimenti, potrebbero causare anomalie cardiache (per alcuni con il rischio di decesso). Anche in questo caso, dopo le dichiarazioni del presidente, ci sono stati diversi casi di utilizzo non appropriato delle sostanze citate da Trump in conferenza stampa.

 

Ma cosa porta un presidente ad assumere una linea di comunicazione così avventata? Sul disinfettante ha poi sostenuto di aver scherzato, di aver “provocato la stampa”, con buona parte della quale mantiene un conflitto continuo. Questa è una linea comunicativa ben precisa, che porta avanti dal 2016: i “media mainstream” sono uno dei nemici contro il quale ha mobilitato sostenitori ed elettori, fino a proporre al pubblico una dieta mediatica tutta sua (un misto di Fox, con la quale ha avuto qualche dissapore, e OANN, una piccola emittente di estrema destra). Agganciandoci al candegginagate: in un tweet di rettifica Trump ha descritto i media come «corrotti e malati». Ma l’invito ad assumere candeggina? Rimane una doppia chiave di lettura, l’unica possibile (a parte il momentaneo appannamento in cui si può arrivare a dire una cosa del genere): mantenere una comunicazione estremamente semplificata, dove il presidente offre cure miracolose e via di uscita, e un nemico sempre visibile (la Cina, i media). È la dicotomia del 2016 che ritorna per il 2020.

 

In ultimo, il team di comunicazione di Donald Trump si è ormai abituato agli scivoloni del presidente, tanto che essi e lui stesso adottano una tattica che Peter Kafka su Vox descrive come quella della «confusione»: a seguito di errori che non si possono cancellare, arrivano rettifiche che ricostruiscono il fatto sotto un’altra luce, fornendo elementi nuovi di chiarificazione e d’interpretazione, fino a far disperdere nella nebbia il fatto in sé per sé. Immaginando un pubblico poco abituato a verificare, ascoltare e rileggere… quello che basta è fornire argomenti che mettano in dubbio ‒ nel pubblico a lui simpatetico ‒ qualsiasi interpretazione precedente fornita dalla stampa “mainstream”. Creando così due pubblici: uno che ride dei meme del “Crazy President”, un altro che si posiziona su di un versante completamente opposto. Chi dei due arriverà alle elezioni di novembre più motivato?

 

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Immagine: Donald Trump (27 aprile 2018). Crediti: Nicole Glass Photography / Shutterstock.com

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