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09 novembre 2017

La crisi catalana vista da Bruxelles

di Nicolò Carboni

Come prevedibile la crisi catalana è arrivata a Bruxelles. Non sulla punta delle baionette o con le feluche della diplomazia ma, più prosaicamente, a bordo d’un volo Ryanair partito da Marsiglia. La rocambolesca “fuga” di Carles Puigdemont ha dato corpo al peggior incubo del governo spagnolo, ovvero l’internazionalizzazione della vicenda iniziata col referendum dello scorso mese. Così, mentre la magistratura spagnola ha chiesto ai colleghi belgi l’estradizione dell’ex (?) presidente della Generalitat de Catalunya, il governo presieduto da Charles Michel si è dovuto affrettare a negare qualsiasi possibile concessione di un non meglio specificato diritto d’asilo col rischio  ̶  non del tutto superato  ̶  che il partito indipendentista fiammingo (l’N-VA, grande sponsor dell’esilio belga dei fuggitivi catalani) apra una crisi parlamentare dagli esiti non scontati.

Nel mentre Puigdemont ha tenuto una conferenza stampa dove, oltre a invitare i suoi compatrioti alla calma e a manifestare senza violenza, ha chiamato direttamente in causa l’Unione Europea sostenendo che la Spagna sta violando i diritti fondamentali di Barcellona e affini. Così, dopo lunghissime settimane di silenzioso sostegno a Madrid, Jean-Claude Juncker ha dovuto dichiarare esplicitamente che la Commissione europea ritiene il referendum catalano illegale e che la Spagna è pienamente titolata ad agire con tutti gli strumenti che riterrà opportuni.

Aspettarsi una dichiarazione diversa dal capo dell’esecutivo europeo sarebbe stato peccare d’ingenuità, tuttavia, ormai non è più un mistero che la Catalogna sia un grattacapo gigantesco nei corridoi all’ultimo piano del Berlaymont, molto più della Brexit. Il caso blaugrana è un unicum nella pur turbolenta storia delle relazioni internazionali: non si tratta di una separazione consensuale come fu tra Slovacchia e Repubblica Ceca nel 1992 ma neppure di una disgregazione violenta  ̶  addirittura drammatica  ̶  come durante l’agonia della Iugoslavia.

Puigdemont, seppur tacciato da molti di avventurismo, s’è mosso con intelligenza: la trasferta a Bruxelles, considerata da molti un (tragi)comico finale, rafforza l’impegno europeista degli indipendentisti e conferma (come scrivevamo in un precedente articolo) la totale assenza di velleità sovraniste nelle rivendicazioni catalane. Al tempo stesso la Moncloa si trova nel paradosso di possedere una forza sulla carta enorme  ̶  in potenza addirittura l’esercito  ̶  ma inutilizzabile: Rajoy ha convocato le elezioni regionali per il prossimo 21 dicembre, se vinceranno di nuovo gli attuali partiti di maggioranza sarà molto difficile dichiarare illegittima o antidemocratica l’indipendenza, se invece si affermasse un’improbabile grosse koalition fra popolari e socialisti unionisti il rischio sarebbe la marginalizzazione degli ex governanti col rischio di spingerli verso l’extraparlamentarismo o, addirittura, alla lotta armata sul modello basco.

Insomma, l’unica strada percorribile da Madrid sarebbe un ardimentoso negoziato che però, oltre a dare la stura alle rivendicazioni di tutte le altre comunità autonome spagnole, segnerebbe pure la morte politica del governo Rajoy. Nel mentre la Commissione europea guarda con terrore agli appetiti che potrebbero nascere in praticamente ogni Stato membro, dalle Fiandre, al Veneto, passando per tutte le piccole vandee continentali. Non più un mero problema di scuola, la balcanizzazione dell’Europa rischia di rivelarsi in un presente dagli esiti quasi imprevedibili, dando corpo alla fosca previsione di Slavoj Žižek che, in Cosa vuole l’Europa?, considerava la dissoluzione del monolite socialista creato dal maresciallo Tito non come l’ultimo grido del Novecento ma come un drammatico antipasto del futuro:

«lungi dall’essere l’Altro dell’Europa, la ex-Iugoslavia era piuttosto l’Europa stessa nella sua alterità, lo schermo su cui l’Europa ha proiettato il proprio rovescio rimosso».

Così come Belgrado sbatteva in faccia ai ruggenti anni Novanta i demoni che da secoli tormentano il nostro continente, Barcellona rischia di diventare  ̶  forse suo malgrado  ̶  il fantasma di Banquo seduto al desco europeo. Un monito agli errori dell’Europa postideologica e poststatuale, incapace di risolvere le sue contraddizioni e destinata, fatalmente, a subire un eterno ritorno di tensioni incapaci di trovar pace nella Storia.


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