12 marzo 2013

La crisi del FMI e il caso argentino

Lo scontro tra il Fondo Monetario Internazionale e l’Argentina, esploso nel febbraio 2013 sulla credibilità dei dati economici relativi all’inflazione forniti dal governo argentino, potrebbe evolversi fino ad arrivare all’espulsione del Paese sudamericano; a parte i casi molto diversi della Cecoslovacchia nel 1954, di Cuba nel 1964, della Somalia e dello Zimbabwe, non era mai successo che il FMI avesse intrapreso una simile azione di censura nei confronti di un Paese membro. Ma la gravità della presa di posizione viene letta paradossalmente da molti osservatori come un sintomo della debolezza dell’istituzione sovranazionale e delle sue difficoltà ad adeguarsi ai cambiamenti in corso. Infatti i paesi del Bric (Brasile, Russia, India e Cina) auspicavano una riforma della rappresentanza adeguata alla nuova situazione, che incrementasse il potere decisionale della Cina in primo luogo ma anche del Brasile e dell’India, ridimensionando il ruolo di Arabia Saudita e Canada. Ma i cambiamenti sono stati rinviati al 2014, in un’atmosfera di delusione e di insofferenza. La condanna dell’Argentina, appoggiata da Usa ed Europa, si scontra con l’opposizione dei Paesi emergenti: non si tratta soltanto di uno scontro di potere, però, perché la ricetta argentina, accusata di protezionismo, di statalismo e di gestione non trasparente dei dati, ha ottenuto dei risultati, in termini di difesa dell’occupazione e del tenore di vita dei ceti più poveri. Anche elettoralmente Cristina Kirchner dimostra una buona tenuta, fondendo populismo e nazionalismo e la ‘guerra’ contro la Lagarde e il FMI probabilmente le gioverà. Naturalmente però dovrà dimostrare nei tempi medi che le sue ricette sono un’alternativa al liberismo e all’austerità e non un gigante dai piedi di argilla come predica il FMI.


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