29 agosto 2017

La crisi umanitaria in Yemen e la difficile partita saudita

di Mirko Annunziata

In Medio Oriente non sono solo Siria, Iraq e Palestina a vivere momenti difficili. In Yemen, Paese è afflitto dall’instabilità politica ormai da decenni – a cominciare dalla guerra civile che vide contrapposti, durante la guerra fredda, il Nord, appoggiato dagli Stati Uniti e il Sud guidato dai marxisti e sostenuto dai sovietici – mai si era registrata una violenza di proporzioni paragonabili a quella scatenata dal conflitto iniziato nel 2015 tra il governo centrale e i ribelli Houthi, con al-Qaida in qualità di terzo attore (per ora) marginale.

A peggiorare la situazione, a due anni dall’inizio del conflitto, una grave epidemia di colera rischia ora di decimare la popolazione già martoriata. La scarsità di acqua e le condizioni igieniche inaccettabili hanno fatto scoppiare l’epidemia, con centinaia di migliaia di persone contagiate. I dati fin ora raccolti dalle organizzazioni internazionali sono agghiaccianti. I morti accertati sono circa ventimila, dieci milioni di persone (su un totale di venticinque milioni) non hanno a disposizione cibo a sufficienza, per via soprattutto del blocco delle vie aeree di comunicazione attuato dalla coalizione saudita verso i territori controllati dagli Houthi.

Due terzi della popolazione necessitano di aiuti urgenti e senza un immediato cessate il fuoco tra le parti in lotta la situazione non potrà far altro che precipitare. Secondo la direttrice del World Food Program, Ertharin Cousin, è in atto «una corsa contro il tempo per scongiurare la carestia» poiché c’è cibo disponibile solo per i prossimi tre mesi. Sono già due milioni i bambini malnutriti e ogni dieci minuti uno ne muore per cause prevenibili. Per le Nazioni Unite si tratta della più grande crisi umanitaria che il mondo stia oggi affrontando; «una catastrofe umanitaria senza precedenti» secondo il vice segretario dell’ONU per gli Affari umanitari.

Per poter comprendere le ragioni di un conflitto che ancora oggi è largamente ignorato dai media internazionali, occorre ampliare la prospettiva di analisi dallo Yemen fino all’intera area mediorientale. Tale conflitto va infatti collocato all’interno della generale contrapposizione, in vari Paesi della regione, tra gli sciiti guidati dall’Iran da un lato e le formazioni islamiste sunnite sostenute dall’Arabia Saudita dall’altro.

Come molti altri Paesi del Medio Oriente, lo Yemen ha una popolazione per lo più sunnita ma con al suo interno una nutrita minoranza sciita; nel caso specifico essa è singolarmente numerosa e comprende il 35% della popolazione. La presenza di una tale percentuale di sciiti è il risultato di lunghe e antiche vicende storiche, e come nel caso degli aleviti in Siria e degli sciiti del Libano del Sud, il dato religioso coincide con l’appartenenza a un gruppo etnico e tribale distinto e con una collocazione geografica ben precisa, in questo caso nel Nord dello Yemen al confine con l’Arabia Saudita. Ai contrasti di natura religiosa si associano spesso dispute sul territorio e tensioni di natura etnica e sociale, che contribuiscono ad alimentare quel clima di tensione permanente che in molti Paesi della regione è stato terreno fertile per lo scoppio di guerre intestine, teatro del confronto tra sauditi e iraniani per il controllo del territorio.

Quando, nel 2015, le forze sciite Houthi e i ribelli a sostegno dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh si sono sollevati contro il governo di Abd Rabbu Mansour Hadi, cacciandolo dalla capitale Sana’a e marciando verso Sud, il governo saudita non ha esitato a schierarsi fin da subito a favore di Hadi, organizzando una coalizione di altri otto Paesi arabi contro gli Houthi. Per Riyadh l’eventualità di uno Yemen a guida sciita non solo costituirebbe una seria minaccia per suoi traffici commerciali, in particolar modo per le esportazioni petrolifere, ma renderebbe anche più probabile l’ipotesi di una sollevazione della vessata minoranza sciita al suo interno (il 10% della popolazione fortemente radicata per l’appunto nel Sud, a cavallo del confine yemenita e nell’Est sulle sponde del Golfo Persico). Già in diverse occasioni, infatti, gli Houthi hanno fatto incursioni in territorio saudita, sostenuti dagli sciiti locali, aumentando le preoccupazioni di Riyadh. Eppure, nonostante gli sforzi spesi dai sauditi per sconfiggere gli Houthi e rinforzare il claudicante governo ufficiale attualmente insediato nella città costiera di Aden, ciò che Riyadh è riuscita a ottenere al momento è una situazione di stallo tra i due contendenti, a tutto svantaggio della popolazione locale. Si tratta della peggiore sconfitta patita recentemente dall’Arabia Saudita, che nonostante la prossimità geografica e l’impegno in termini militari ed economici, non riesce a ottenere quel successo decisivo necessario a dimostrare di essere ancora in gioco nella battaglia per il predominio del Medio Oriente.

Ampliando l’analisi fino a comprendere l’intera regione si può notare, infatti, come l’Iran stia gradualmente conquistando posizioni rispetto ai rivali sunniti. In Siria, dove le forze ribelli sostenute da Ryadh sono ormai ai margini della guerra civile; in Libano, dove è ormai consolidato il ruolo chiave di Hezbollah, formazione sciita alleata storica di Teheran, nella politica di difesa del Paese; in Palestina dove Hamas ha recentemente guardato all’Egitto come nuovo possibile alleato, ignorando i sauditi per via della loro alleanza de facto con Israele, nata soprattutto in funzione anti-iraniana. Più recentemente, il perdurare dell’assedio politico contro il Qatar, accusato dai sauditi e da altri Paesi arabi di sostenere il terrorismo, ha avuto come prevedibile effetto un’accelerazione dell’avvicinamento tra Iran e Qatar, con quest’ultimo che da pochi giorni ha ripreso rapporti diplomatici formali con il governo iraniano. Con la definitiva defezione del Qatar, precedentemente parte della coalizione anti-Houthi, si è indebolita parecchio la coalizione di Paesi arabi sunniti a guida saudita che Riyadh e gli Stati Uniti da anni hanno messo in campo per controbilanciare l’ascesa degli iraniani. Sebbene sia la custode delle due grandi città sante dell’Islam e abbia speso miliardi di dollari per veicolare la sua versione del sunnismo, quello wahabita, l’Arabia Saudita non riesce a essere per i sunniti ciò che l’Iran è per gli sciiti (o anche solo il Vaticano per i cattolici). Per questa ragione il “fronte sunnita” con cui Riyadh da anni spera di schiacciare l’Iran grazie alla semplice forza dei numeri (nell’Islam i sunniti pesano per il 90%) costituisce, nei fatti, un’illusione che sta consumando le risorse economiche del Paese.

In Arabia Saudita, infatti, da qualche anno si registrano difficoltà dal punto di vista economico, anche a causa dell’impegno in Yemen. Con la progressiva riduzione del prezzo del petrolio le risorse economiche a disposizione del governo si fanno sempre più difficili da reperire, con un calo delle entrate tra il 2015 e il 2016 del 20%. Ciò nonostante, però, proprio verso la fine dell’anno scorso, il governo di Riyadh ha approvato un aumento della spesa militare del 6%. D’altra parte ha destato scalpore sui media mondiali l’accordo sottoscritto qualche mese fa da Trump per la fornitura di armi per un valore di circa 100 miliardi di dollari. Nel 2017 l’Arabia Saudita risulta essere il quarto Paese al mondo per spesa militare (era il terzo nel 2015) con 63 miliardi di dollari nonostante sia solo la diciannovesima economia mondiale per Prodotto interno lordo. Nel tentativo di ottenere nuove risorse per la spesa militare a dispetto di una bilancia commerciale sempre più sfavorevole, il governo ha approvato diversi aumenti delle imposte, per esempio sui visti. Si tratta però di una misura che potrebbe aggravare la situazione nel medio e lungo termine, in quanto scoraggerebbe gli investimenti stranieri fondamentali nei piani di Riyadh per la riconversione di un’economia troppo dipendente dalle esportazioni petrolifere (senza contare gli scenari futuri che vedono gli idrocarburi sempre meno fondamentali per l’economia globale).

Le dinamiche interne alla Penisola arabica rischiano di avere gravi conseguenze anche a livello globale. Lo Yemen, infatti, ha attualmente una forte presenza di al-Qaida sul suo territorio, soprattutto nelle aree orientali del Paese. Con il proseguire del conflitto e l’aggravarsi delle già dure condizioni a cui è soggetta la popolazione, è plausibile che un numero crescente di yemeniti sunniti non reputi più adatto il governo ufficiale a sconfiggere gli Houthi affidandosi invece ad al-Qaida, in maniera simile a quanto avvenuto in Siria e Iraq con l’Isis. Per scongiurare quest’eventualità, da poche settimane truppe americane e degli Emirati Arabi Uniti hanno occupato alcune posizioni strategiche nel Sud-Est dello Yemen, dando il via a un’operazione che se da un lato dà un aiuto importante alla causa, dall’altro potrebbe rappresentare una minaccia alla leadership saudita nel fronte anti-Houthi. Un appoggio sempre più diretto da parte di Washington rischia, inoltre, di intaccare ulteriormente l’appeal dell’Arabia Saudita verso le formazioni islamiste sunnite più osservanti, alimentando l’ormai storico paradosso per cui quando l’esercito americano si impegna direttamente sul terreno per eliminare i jihadisti non fa che rafforzarli proprio per via della sua presenza diretta sul luogo del conflitto.

Nel corso della sua lunga storia lo Yemen si è guadagnato la fama di “cimitero degli imperi”, in questo secondo solo forse all’Afghanistan. Romani, ottomani, egiziani hanno cercato di prenderne il controllo impegnandovi grandi risorse, salvo poi doversi ritirare per via dell’insostenibilità del conflitto. Nonostante la vicinanza geografica, etnica e religiosa, l’Arabia Saudita rischia di seguire lo stesso destino dei precedenti invasori. Uno scenario che però Riyadh non è disposta ad accettare e che, se la situazione dovesse degenerare verso un’instabilità cronica, potrebbe indurla a fare scelte disperate, come, per esempio, un intervento diretto dell’esercito saudita in Yemen dalle conseguenze imprevedibili ma senza dubbio disastrose.

 


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