10 marzo 2014

La diplomazia europea e la crisi ucraina

In seguito all’intervento russo in Crimea, l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno denunciato l’illegalità dell’operazione militare di Mosca e si sono affrettate a promettere sostegno economico e finanziario al nuovo governo di Kiev. La presa di posizione di Usa e Ue dà adito ad alcune considerazioni sulla credibilità e sull’opportunità politica delle mosse della diplomazia occidentale nella crisi ucraina.

Dal punto di vista del diritto internazionale, l’intervento russo in Crimea è una chiara violazione dell’integrità territoriale di uno stato sovrano. Si tratta dell’ultima di una lunga serie di violazioni di questo principio (sancito nello Statuto delle Nazioni Unite), al pari degli interventi in Kosovo, Iraq e Georgia, nessuno dei quali è stato autorizzato dall’Onu. Se in Kosovo e Georgia c’era un esercito che usava la forza contro i suoi cittadini (il che comunque non costituiva base legale sufficiente per un intervento armato esterno senza mandato Onu), in Crimea non era vero nemmeno questo. Per quanto riguarda l’Iraq, come sappiamo, l’affermazione che il paese possedesse armi di distruzioni di massa si è rivelata del tutto infondata.

Il fatto che diverse potenze abbiano violato ripetutamente il titto internazionale rende l’operazione russa in Crimea meno inaudita. Allo stesso tempo, appaiono ipocriti gli appelli al rispetto dell’integrità territoriale ucraina da parte degli Usa e dei loro alleati che hanno partecipato agli interventi in Kosovo e in Iraq. Questo non significa che l’operazione militare russa in Ucraina sia meno illegale. Significa semplicemente che tutti gli interventi sopra citati - in Kosovo, Iraq, Georgia e Crimea – sono illegali e che le grandi potenze continuano ad abusare del diritto internazionale a loro piacimento.

Se il ricorso al diritto internazionale da parte di Usa e Ue è ipocrita, le promesse di sostegno economico fatte alle nuove autorità in Ucraina dopo l’intervento russo appaiono quanto meno inopportune. Innanzitutto, è lecito chiedersi: perché a novembre la Ue prometteva a Kiev appena 610 milioni di Euro e oggi promette ben 11 miliardi? Se i soldi c’erano, non sarebbe stato meglio fare subito una buona offerta, mettendo lo stesso Januković  nelle condizioni di firmare l’Accordo di associazione con la Ue al summit di Vilnius? Evidentemente, da novembre a marzo a Bruxelles sono state fatte dubbie considerazioni di carattere puramente politico, che hanno suggerito di aprire il portafoglio per l’Ucraina – nonostante al contempo s’imponga una rigida austerità a paesi che sono già membri dell’Unione.

Il sostegno economico appare tanto più inopportuno se si considerano i beneficiari politici. Nel nuovo governo ucraino ci sono esponenti di estrema destra (per esempio Oleksander Sych, vice primo ministro)  e persino un membro del Settore Destro (Dmytro Yarosh), movimento con forti simpatie neonaziste. Indubbiamente, estrema destra e neonazisti sono in minoranza nel nuovo governo. Ciò non toglie che la Ue stia sostenendo un esecutivo composto anche da tali elementi. Viene da chiedersi se questa è la stessa Unione europea che nel 2000 impose sanzioni all’Austria per la presenza del partito di Jörg Haider in un governo di coalizione. Probabilmente, avendo già tollerato i vari Orban e Kaczynski (comunque più “moderati” dei nazionalisti ucraini) al governo di stati membri dal 2005 a questa parte, la Ue sta diventando più comprensiva nei confronti delle destre estreme nell’Europa orientale.

Nei prossimi mesi, comunque vada, l’Ucraina dovrà affrontare una difficile situazione economica. Le forze più moderate di Maidan sono quelle più rappresentate nel governo, dunque anche quelle più esposte a subire il malcontento che l’austerità potrebbe causare. Come si comporterà la Ue se l’estrema destra ucraina, già rafforzata dal successo ottenuto nella guerriglia urbana contro le forze di Januković a Kiev, acquista ulteriore popolarità?

Si possono già trarre alcune conclusioni sulla diplomazia dell’Ue verso l’Ucraina negli ultimi mesi. Spingendo Kiev a firmare l’Accordo di associazione mentre la Russia si irrigidiva sulle sue posizioni e rifiutando un negoziato trilaterale, l’Unione ha scelto la via dello scontro geopolitico e diplomatico con Mosca. Se l’obiettivo era quello di stabilizzare l’Ucraina e rafforzarla economicamente, nel breve e nel medio termine è stato mancato clamorosamente. Il paese è in ginocchio, non controlla più nemmeno tutto il suo territorio e la situazione politica è incerta. Può darsi che nel lungo termine le cose cambino, ma nell’attuale situazione di scontro con la Russia (che per l’Ucraina è un partner economico importante) e di crisi politica, le premesse non sono buone.

Per la Ue, il prezzo più importante da pagare rischia di essere il deterioramento dei rapporti con la Russia, paese economicamente e strategicamente di gran lunga più importante dell’Ucraina. È difficile immaginare che Bruxelles imponga dure sanzioni a Mosca e che le tensioni attuali perdurino. In paesi come Germania, Italia, Regno Unito e Francia, le grosse compagnie attive nel mercato russo spingeranno i governi verso un ritorno alla normalità nei rapporti con la Russia. Se, ciononostante, dovesse prevalere la logica dello scontro, l’Unione europea rischia ripercussioni negative sulle sue esportazioni e sui fondamentali rifornimenti energetici. Eventuali ritorsioni russe sarebbero molto più sentite in Europa che negli Stati Uniti, visto che il volume del commercio tra Ue e Russia è 15 volte più grande di quello tra Usa e Russia. Per la Ue sarebbe poi molto difficile ovviare alle enormi importazioni di gas e petrolio russo, in un momento in cui diminuisce la produzione interna di questi combustibili e si chiudono molte centrali nucleari.

Sebbene un ulteriore inasprimento dello scontro politico ed economico tra Russia e Occidente sia improbabile, è lecito chiedersi fino a dove si spingerebbe la Russia in questa eventualità.  Per i russi, l’Ucraina è una questione identitaria e di sicurezza nazionale, oltre che economica e geopolitica. Se Mosca percepisce una minaccia ai suoi interessi strategici, è pronta a usare la forza, violare il diritto internazionale, rivedere la sua posizione su dossier non meno importanti come Iran e Siria e, nel medio e lungo termine, forse anche a riorientare la sua economia verso la Cina e il resto dell’Asia, seppur con costi notevoli.

Se invece Usa e Ue aprono a un negoziato che entro certi limiti tenga conto degli interessi russi – in particolare garantendo la neutralità dell’Ucraina e aprendone il mercato sia a est sia a ovest – la Russia sarà più conciliante e potrebbe ritirare le sue truppe dalla Crimea, regione che al momento appare irrimediabilmente persa per Kiev. Di buoni rapporti tra Ue e Russia beneficerebbe la stessa Ucraina, che ha bisogno di una partnership politica e commerciale con entrambi i vicini e deve dunque sfruttare al meglio, evitando scontri e nazionalismi, il suo stato di terra di confine, multietnica e pluri-identitaria.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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