11 settembre 2018

La direttiva sul copyright al voto al Parlamento europeo

di Nicolò Carboni

Il dibattito sul diritto d’autore è una costante della modernità. Le prime leggi che provavano a normare le “macchine per la stampa” risalgono al XVI secolo e, non a caso, in inglese si parla proprio di copyright, ovvero diritto alla copia, per indicare l’autorizzazione a produrre, replicare e vendere prodotti editoriali. A poco più di trecento anni dallo Statuto di Anna (10 aprile 1710), considerata la prima legge organica sul copyright mai approvata, le polemiche non sono diminuite, anzi, la situazione s’è fatta ancora più complessa.

Domani, 12 settembre, il Parlamento europeo dovrà esprimersi sulla direttiva sul copyright e, se possibile, cercare di rimediare alla figuraccia dello scorso luglio in cui l’Aula di Strasburgo votò contro il testo proposto dal relatore Axel Voss (cristianodemocratico tedesco) e fortemente sostenuto dalla Commissione europea. Gli oggetti del contendere sono due articoli molto specifici, dedicati in particolare alla fruizione dei contenuti online e alla loro distribuzione su piattaforme di condivisione come YouTube o i social network. I creatori di contenuti, insieme agli editori e, in generale, a chi detiene i diritti d’autore di un qualsiasi prodotto giornalistico, letterario o televisivo ritengono infatti che Google, Facebook e gli altri over the top “monetizzino” (tramite visualizzazioni, raccolta dati e condivisioni) dei prodotti su cui non hanno investito, di fatto cannibalizzando il lavoro e l’ingegno altrui. La Silicon Valley, di converso, sottolinea la sua – imbattibile – capacità di aggregare contenuti e renderli fruibili a un numero altissimo di utenti, molti più di quanti andrebbero di loro sponte a cercare libri, articoli, serie TV e film.

Entrambe le parti hanno, da un certo punto di vista, ragione e, di fatto, finiscono per sostentarsi a vicenda, pur avendo obiettivi praticamente opposti. Ai creatori di contenuti occorrono le piattaforme per veicolare le opere, alle piattaforme occorrono prodotti di qualità per convincere gli utenti a non cercarli altrove.

Data la quasi inesistenza di over the top europei e, più in generale, l’antipatia bruxellese per alcune (esecrabili) pratiche commerciali made in California, il testo portato in Aula ha finito per essere estremamente volto alla tutela di un solo lato della catena del valore, andando a intaccare non lo strapotere di Google e Facebook, ma la struttura vera e propria di Internet. Gli articoli 11 e 13, nella loro formulazione bocciata, prevedevano che le piattaforme (tutte, da Facebook all’ultimo blog) fossero responsabili legalmente di qualsiasi contenuto pubblicato e dovessero dotarsi di sistemi di identificazione e rimozione automatica dei contenuti coperti da copyright. Paradossalmente la norma avrebbe finito per rendere molto più difficile la vita alle start up: Google e affini dispongono già di dati, tecnologia, personale e strumenti per elaborare algoritmi molto sofisticati, realtà più piccole, invece, dovrebbero spendere un pezzo importante delle loro entrate solo per mantenersi in linea con la normativa. Un vero e proprio paradosso, insomma, reso ancora più intricato dall’impossibilità per il testo legislativo di essere sempre aggiornato con le ultime novità tecnologiche.

Come se non bastasse, l’applicazione del diritto d’autore veniva estesa a qualunque contenuto “derivativo”, comprese le anteprime degli articoli (i cosiddetti snippet), le condivisioni e, addirittura, i meme (le immagini satiriche che spesso vediamo nelle nostre timeline di Facebook). Questa deriva ha sollevato una vera e propria ondata di proteste, con Wikipedia che ha oscurato le sue pagine per giorni e una potentissima azione di lobbying da parte delle realtà mediatiche più importanti del mondo.

Ma sarebbe sbagliato leggere lo scontro sulla direttiva sul copyright come una mera guerra fra due industrie potenti, danarose e massificate: contro il testo di Voss si sono espressi luminari come Sir Tim Berners-Lee (considerato l’inventore di Internet) e John Romero (creatore di Doom, fra i pionieri dei videogiochi moderni), nonché il mondo delle ONG con in testa la Electronic Frontier Foundation.

Il dibattito, insomma, è velocemente passato dalle questioni tecniche a una dimensione quasi filosofica, andando a toccare temi come l’accesso alla conoscenza e la libera rielaborazione delle idee.

Sul fronte più politico l’errore principale è stato compiuto dal relatore: dopo aver fatto passare la sua proposta in Commissione affari giuridici con pochissimi voti di scarto, ha voluto andare dritto in Aula senza cercare alcuna mediazione con i contrari al provvedimento. Un errore costato carissimo e che, a quanto pare, si sta provando a correggere in queste ore con alcuni emendamenti che – fermo il principio sacrosanto di tutela degli editori e del diritto d’autore – proveranno a rispondere ad alcune delle criticità sollevate in questi mesi. Basterà? Lo scopriremo nei prossimi giorni.


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