17 gennaio 2017

La droga della guerra

di Stefano Carpentieri

Cosa hanno in comune i jihadisti dello Stato Islamico, i berretti verdi che hanno combattuto in Vietnam, i soldati del Terzo Reich e gli Assassini descritti nel Milione di Marco Polo? Può sembrare l’inizio di una barzelletta di dubbio gusto, ma la risposta non è per nulla ridicola: l’abuso di sostanze stupefacenti.

All’indomani degli attentati del 13 novembre 2015, un’inchiesta dell’Espresso ha fatto scoprire al pubblico italiano l’esistenza del Captagon, nome commerciale dell’anfetaminoetilteofillina o più semplicemente fenetellina. Questo psicostimolante è stato inventato negli anni Sessanta ed è un’alternativa più blanda all’anfetamina, benché produca effetti non dissimili. La droga agisce sui neurotrasmettitori che inducono lo stato di fatica e quello di autosoddisfazione; il risultato è un sentimento narcisistico di onnipotenza e una totale assenza di sonnolenza e fame per lunghi periodi.

Dopo essere stata bandita dai mercati statunitensi alla fine degli anni Ottanta e da quelli europei all’inizio dei Novanta, questa droga ha, oggi, invaso il Medio Oriente. Il suo costo di produzione estremamente basso (meno di un dollaro USA per dose) e un semplice processo produttivo ne hanno fatto il bestseller del conflitto siriano, in particolare per quei jihadisti che hanno bisogno di un po’ di spoiler del Giardino dell’Eden Coranico e di motivazione.

Questa pratica non è nuova: nella regione una delle prime testimonianze dell’uso di oppiacei come “risorsa bellica” risale al tardo Medioevo.

Hassan-i Sabbah (1050–1124), noto anche come il “Veglio della montagna”, è passato alla storia come il fondatore della setta degli Hashshashin, in italiano Assassini. Storicamente questo gruppo di sciiti ismaeliti è riuscito a sopravvivere per molti secoli all’attacco dei regni sunniti che lo circondavano grazie all’estrema determinazione dei suoi soldati e a mirati omicidi politici; la leggenda vuole che questa determinazione fosse dovuta a uno stratagemma psicotropo. Lo stesso Marco Polo parla di un giardino dove Hassan rinchiudeva i giovani che avessero mostrato una propensione per l’uso delle armi. In questo giardino i futuri sicari vivevano sotto gli effetti dell’hascisc profittando delle attenzioni di bellissime fanciulle. Ogni volta che lo Scia aveva bisogno di eliminare un nemico potente, prelevava uno di questi giovani e gli prometteva che sarebbe potuto rientrare nel giardino paradisiaco solo una volta completata la missione. La determinazione e la ferocia con la quale gli adepti di Hassan-i Sabbah agivano sono testimoniate dall’attuale significato del termine “assassino”.

Meno leggendaria, ma molto più importante per il suo effetto sulle vicende del XX secolo, è la storia del Pervitin. Questo “farmaco” a base di anfetamina era tra i prodotti più venduti nella Germania nazista. Già durante la repubblica di Weimar l’industria farmaceutica primeggiava nella produzione di oppiacei, in particolare di morfina, ma la dottrina nazista ripudiava tutte quelle sostanze che favorissero un distaccamento dalla realtà. Viceversa, erano benvenuti i prodotti stimolanti che aiutassero l’ariano medio a raggiungere gli standard del “Übermensch” nazista. Grazie a un prodigioso apparato industriale-farmaceutico, i nazisti misero rapidamente a punto la loro versione della metilanfetamina, ossia il Pervitin. Grazie alle industrie Temmler , a partire dal 1933 il mercato tedesco fu inondato da prodotti derivati dalle anfetamine, fino ad arrivare alla produzione di barrette di cioccolata.

Secondo Norman Ohler, autore del libro Der totale Rausch, ancora non tradotto in italiano, il ruolo del Pervitin nel secondo conflitto mondiale fu considerevole. Prima del conflitto le metanfetamine parteciparono all’euforia generale che portò Hitler a ottenere un ampio supporto popolare; la strategia del Blitzkrieg fu anch’essa resa possibile dall’utilizzo di stimolanti che permettevano ai soldati della Wermacht di marciare per 36 ore senza riposo.

Certo, non si può attribuire unicamente al Pervitin il successo del partito nazionalsocialista durante i primi anni del conflitto, soprattutto perché l’utilizzo di droghe non era una prerogativa dei tedeschi. In seguito al successo tedesco, gli alleati si munirono rapidamente di “medicinali” per ottenere gli stessi risultati. Gli archivi di storia militare a Lauriel (Ontario, Canada) contengono documenti che indicano le modalità di somministrazione del “Benzedrine”, ossia il cocktail a base di metanfetamina scelto dal comando alleato per mantenere i loro soldati all’altezza di quelli nazisti; secondo un calcolo approssimativo basato sulle ordinanze mediche, si calcola che circa 72 milioni di tavolette di metanfetamina siano state utilizzate dalle truppe alleate durante il secondo conflitto mondiale.

Viste le quantità di psicofarmaci utilizzate sorprende lo scarso rilievo attribuito all’uso di droghe nei testi sul secondo conflitto mondiale. Una spiegazione può essere ipotizzata tenendo conto che per la maggior parte del XX secolo l’uso di droghe nei conflitti è rimasto un’ufficiosa costante. Soltanto negli anni Settanta, all’indomani della guerra in Vietnam, il pubblico è venuto a conoscenza dei devastanti effetti degli stimolanti che i soldati assumevano per sopportare gli orrori del conflitto. Nel 1971 un’inchiesta del Congresso americano rivelava che tra il 1966 e il 1969 l’esercito americano aveva utilizzato 225 milioni di pillole stimolanti, in prevalenza “Dexedrina”, un farmaco derivato dall’anfetamina circa due volte più forte della “Benzedrina”.

Il rapporto, alla pari di questo articolo, si limitava a trattare gli psicofarmaci all’epoca non illegali, tralasciando di considerare le droghe dure altamente additive.

Ai giorni nostri, nonostante le campagne di sensibilizzazione e penalizzazione sempre più importanti, il problema dell’abuso di sostanze stupefacenti non sembra trovare alcuna soluzione; al contrario, l’assunzione di sostanze che ci sostengano nella sopravvivenza giornaliera o aumentino le nostre performance quotidiane è un mercato in piena crescita. Certo, si parla di medicinali con dettagliate note informative, ma tali sono stati considerati per molti anni anche i derivati della metanfetamina.

 


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