5 giugno 2020

La fame in tempi di pandemia

 

Il Coronavirus ha messo in luce le carenze dei servizi sanitari pubblici sia nei Paesi ricchi che nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo. L’incapacità dei governi di affrontare questa pandemia, che ha agito come una bomba a grappolo causando, oltre alla crisi sanitaria, una crisi economica e sociale, sta iniziando a diventare evidente in America Latina. Allo stesso modo si stanno manifestando differenze nella capacità dei governi di affrontare una crisi sconosciuta e nella capacità finanziaria di erogare sussidi, crediti e aiuti a imprese e lavoratori.

Mentre nelle società con un sistema di welfare esteso è impensabile che una famiglia rimanga senza risorse per nutrirsi, o che una grande azienda fallisca di punto in bianco, questa è una realtà concreta in molti Paesi dell’America Latina, dove peraltro è difficile impedire la diffusione del virus nei contesti in cui non è possibile seguire le prescrizioni per una quarantena efficace. Ciò è particolarmente vero nelle megalopoli latinoamericane come Città del Messico, che conta oltre 22 milioni di abitanti, San Paolo con 21 milioni, Buenos Aires con 16, Lima con 10 o Santiago con 8. Tutte queste metropoli sperimentano fenomeni di segregazione sociale, con aree esclusive per le famiglie di reddito medio e alto, e vaste aree popolari conosciute come Tepito a Città del Messico, le favelas brasiliane, le villas miseria a Buenos Aires, le barriadas di Lima o le callampas che si trovano a Santiago.

In questi luoghi, dove famiglie numerose vivono in pochi metri quadrati, insieme al virus che si diffonde a causa del sovraffollamento, è arrivata anche la fame. Più corretto sarebbe però forse dire che la fame è aumentata, visto che si tratta di un fenomeno endemico in quelle aree a margine delle grandi città.

Secondo i dati recentemente diffusi dal direttore della FAO per l’America Latina, Julio Berdegué, nel 2019 si contavano 42,5 milioni di persone che pativano la fame, 54 milioni in stato di insicurezza alimentare e 133 milioni in stato di insicurezza alimentare moderata. La stessa organizzazione stima che quest’anno il numero di persone affamate potrebbe aumentare di 20 milioni di unità. Il Cile, il Paese che presenta i migliori indicatori economici, secondo la FAO conta oggi 500.000 persone in quella situazione.

La Bibbia, nel Libro della Rivelazione, ci parla dei quattro cavalieri dell’Apocalisse, simboli di guerra, fame e pestilenza, che cavalcano insieme inesorabilmente. Ciò testimonia che la sofferenza dovuta a mancanza di cibo è presente nella storia dell’umanità da tempi immemorabili, a causa di carestie ricorrenti provocate da eventi naturali, come la siccità e le malattie, o causati dall’uomo, come le guerre.  

Speriamo che, una volta contrastata la pandemia, i governi, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, e la comunità internazionale, sappiano reagire per tempo e affrontare anche le sue terribili conseguenze economiche e sociali. In alcune città dell’America Latina, come Santiago, è necessario che le persone rimangano nelle loro case per evitare la diffusione del contagio. È una precauzione utile e inevitabile, ma solo se è accompagnata da sussidi finanziari che consentano effettivamente di effettuare la quarantena. Ciò non può accadere in Paesi dove, come nel Cile, un terzo della forza lavoro è precario.

Cosa si fa in una famiglia se non ci sono risorse e se lo Stato non fornisce sostegno o lo fa solo per qualche giorno? Si torna a lavorare per mangiare. È ciò che è accaduto in questi giorni in cui alla spinta della fame si sono uniti proteste e scontri con la polizia, nonostante il coprifuoco e la presenza dei militari nelle strade. Dozzine di “pentole comuni” sono state organizzate spontaneamente, cioè gruppi di vicini che cooperano in solidarietà condividendo cibo, cucinando e consegnando razioni gratuite a chi non ha nulla. Sono apparsi anche gruppi che hanno assaltato i supermercati, e i trafficanti di droga hanno distribuito cibo in cambio della lealtà della popolazione.

L’inverno sta arrivando nell’emisfero meridionale, e si stima che i casi di contagio continueranno ad aumentare; è necessario che i governi agiscano generosamente in modo che la pressione sociale non aumenti.

È paradossale che ci sia fame nel XXI secolo quando un terzo del cibo nel mondo va sprecato. È urgente ripensare le catene alimentari, legiferare contro lo spreco alimentare e creare strutture agili e decentralizzate per consegnare tutto quel cibo a chi ne ha bisogno. Ora, in tempi di Coronavirus, nell’attuale crisi economica e sociale, è certo che la fame aumenterà nei Paesi in via di sviluppo, anche a causa di fenomeni scollegati dal virus come invasione di locuste che sta rovinando i raccolti in Africa, o per le conseguenze delle trasformazioni legate al cambiamento climatico che, presi dalla lotta al virus, abbiamo dimenticato, ma che può diventare devastante per il pianeta e l’umanità, come un quinto cavaliere dell’Apocalisse, che  cavalca con la sua spada infuocata su un cavallo verde.

 

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Immagine: Nella favela di Santa Marta, a Botafogo, nella zona sud di Rio, si disinfettano le strade per impedire l’espansione del Covid-19, Rio de Janeiro, Brasile (10 aprile 2020). Crediti: Photocarioca / Shutterstock.com

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