21 gennaio 2019

La geopolitica del 5G

di Giacomo Natali

Dopo il caso diplomatico scoppiato tra Stati Uniti e Cina in seguito all’arresto di Meng Wanzhou, direttrice finanziaria di Huawei e figlia del capo e fondatore dell’azienda, nei giorni scorsi un caso analogo ha spostato improvvisamente la partita sul suolo europeo. In Polonia, un cittadino cinese dipendente di Huawei è stato arrestato per spionaggio e ora il governo di Varsavia chiede all’Unione Europea (UE) e a alla NATO di prendere posizione per escludere l’azienda di Shenzhen ‒ considerata troppo vicina all’intelligence di Pechino ‒ dalla corsa alla realizzazione delle infrastrutture europee per la tecnologia mobile 5G. Ma esistono davvero altre possibilità o il vantaggio tecnologico cinese nel settore è ormai incolmabile? E in generale quali sono gli equilibri geopolitici legati allo sviluppo del 5G e perché improvvisamente appaiono così importanti?

Per comprenderlo occorre partire da cosa sia il 5G e perché sia così diverso dalle tecnologie precedenti. A partire dal 1982, data della diffusione commerciale del primo standard tecnologico per la trasmissione dei dati mobile, circa ogni dieci anni si è assistito al passaggio a una nuova generazione: più efficace, più affidabile e soprattutto più veloce. Rispettando queste tempistiche, anche nel 2020 è previsto che l’attuale 4G venga sostituito globalmente dalla quinta generazione: il 5G.

Ogni passaggio ha significato un profondo cambiamento nelle potenzialità di queste tecnologie. Ad esempio, l’avvento degli smartphone non sarebbe stato possibile con le velocità di trasmissione dati del 2G. Ma se fino ad ora si è proceduto a passi regolari in avanti, il 5G promette di rappresentare un balzo senza precedenti. Basti pensare che, se il passaggio dal 3G al 4G ha consentito velocità fino a dieci volte maggiori, il 5G si prevede che sarà almeno cento volte più veloce rispetto alle attuali tecnologie.

Questo consentirà anche un cambio nella concezione stessa della rete: mentre le tecnologie precedenti erano state ideate considerando essenzialmente l’utilizzo da parte dell’utente umano (perché potesse fare chiamate, visualizzare pagine web, scaricare file, vedere video in streaming ecc.), il 5G è concepito in gran parte per la comunicazione tra quei sistemi digitali che abbiano bisogno di enormi quantità di dati per funzionare in modo automatico. Detto altrimenti, il 5G è ciò che dovrebbe consentire alle auto a guida autonoma, alle città smart, all’automatizzazione delle industrie e a tutti gli altri analoghi progetti innovativi di passare dalla fase sperimentale a quella dell’applicazione e della diffusione a livello commerciale e globale.

Proprio per via di questo potenziale impatto sui trasporti, sull’industria e su altri settori chiave per la sicurezza nazionale, lo sviluppo di questa tecnologia ha sollevato fin dal principio enormi preoccupazioni geopolitiche. Sia per la possibilità che dati e informazioni che transitano nel network possano essere intercettate, sia per la possibilità che i sistemi nascondano un codice che consenta di bloccare le reti o manipolarne il funzionamento in caso di conflitto con i Paesi che ne guidano la ricerca e sviluppo.

In particolare, l’acuirsi del conflitto commerciale tra Stati Uniti e Cina ha aumentato la rilevanza e l’urgenza diplomatica della questione. L’appello di Washington a sospendere le collaborazioni con Huawei nello sviluppo delle proprie infrastrutture 5G è stato già seguito da Australia e Nuova Zelanda, geograficamente più vicine e sensibili alla crescente influenza cinese. Mentre in Europa, fino ad ora, a rompere con Huawei sono stati essenzialmente alcuni grandi operatori privati delle telecomunicazioni, come la francese Orange. Ma il nuovo appello polacco chiede che la scelta non stia più alle singole aziende o ai singoli Paesi, ma che sia l’UE stessa a prendere una posizione netta sulla situazione.

La Cina appare effettivamente in vantaggio nella corsa all’introduzione del nuovo standard, al punto da ipotizzare le prime applicazioni commerciali già nel corso del 2019. Non solo Huawei, ma anche ZTE è tra le aziende leader nella realizzazione della rete tecnologica necessaria al 5G. Ma anche aziende di altri Paesi si sono mosse per tempo: sia negli Stati Uniti, che in Europa (in particolare Ericsson e Nokia), ma anche in Giappone, così come Samsung in Corea del Sud.

Nessuno ha investito quanto la Cina, però, nel preparare il terreno e spingere tutte le principali realtà nel campo della ricerca a prendere parte al progetto, con l’obiettivo di essere i primi a presentarsi operativamente sul mercato. Forse con un anticipo addirittura maggiore rispetto al previsto, se la spinta occidentale per la realizzazione di infrastrutture completamente indipendenti dalla tecnologia cinese dovesse finire per rallentare rispetto ai tempi previsti, in questi Paesi, l’introduzione del 5G.

Questa corsa cinese contro il tempo, a sua volta, nasce però da quella che è una debolezza di cui Pechino è certamente consapevole. Oltre all’infrastruttura stessa, lo scontro è aperto anche sullo sviluppo delle applicazioni che utilizzeranno la nuova tecnologia. In ogni settore: energetico, dei trasporti, industriale, della salute e così via.

E in questo campo gli Stati Uniti mantengono un grande vantaggio competitivo, legato alla maggiore capacità di innovazione delle aziende americane. L’unica possibilità di colmare il divario con la Silicon Valley, dunque, appare a Pechino quella di sfruttare il vantaggio temporale per testare e provare concretamente le applicazioni. Confidando nella capacità delle società cinesi di imparare sul terreno e farsi trovare, quando anche gli americani si affacceranno sul mercato, con un’offerta già avanzata e consolidata.

Una spaccatura del genere, che potenzialmente potrebbe portare anche allo sviluppo di due standard tecnologici parzialmente incompatibili, uno legato alla Cina e uno agli Stati Uniti, mette in seria difficoltà i Paesi terzi. I tradizionali alleati americani saranno certamente messi sotto pressione per distanziarsi dalla Cina. Ma è chiaro che questo avrebbe come conseguenza un rallentamento del passaggio al 5G e un aumento dei costi.

In Africa, Sud America e Medio Oriente, ciò potrebbe spingere molti Paesi in via di sviluppo, per i quali sarà prioritaria la questione dei costi di realizzazione delle infrastrutture e di attivazione dei servizi, ad affidarsi comunque alle tecnologie cinesi.

Per Europa, Giappone e Corea, che possiedono un know-how già esistente e maggiori risorse economiche, la scelta potrebbe essere quella di cercare di realizzare in autonomia la rete, mentre secondo altri sarebbe comunque necessario fare squadra con gli USA, affidandosi in parte a tecnologie statunitensi.

In particolare, nell’Unione Europea non sembra esserci al momento una posizione chiara in merito e in Italia la discussione politica si è concentrata piuttosto sull’asta per l’assegnazione delle frequenze che non sullo sviluppo della tecnologia e sul suo peso geopolitico. Ma la data prevista per l’introduzione del 5G si avvicina e prendere una decisione in merito sarà presto non più rinviabile.

 

Crediti immagine: metamorworks / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0