8 febbraio 2018

La geopolitica delle Olimpiadi di Pyeongchang

Corea del Sud e Corea del Nord sotto un’unica bandiera: la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pyeongchang, XXIII edizione dei Giochi invernali che cominceranno domani in Corea del Sud, vivrà come climax simbolico la sfilata congiunta delle due delegazioni olimpiche coreane sotto l’insegna riunificata, un vessillo sul cui sfondo bianco si staglia, azzurra, la sagoma della penisola nella sua interezza, isola di Jeju compresa. Una decisione che caratterizzerà la manifestazione, così come la partecipazione di una squadra unificata nella competizione di hockey femminile: accordi che sono il frutto degli sforzi diplomatici intessuti da Pyŏngyang e Seoul negli ultimi mesi in un ambito, quello sportivo, solo apparentemente neutrale.

Del resto, per la sua specificità di facilitatore di dialogo, lo sport si presta come pretesto per l’attuazione di specifiche mosse politiche, e il potenziale comunicativo di un appuntamento come quello olimpico rappresenta una delle più penetranti forme di propaganda in tempi di pace. Ma è d’uopo ricordare che sia la presenza delle due delegazioni sotto un’unica bandiera, sia la partecipazione di squadre unificate, non sono situazioni inedite: le Coree presero parte congiuntamente ai Mondiali di tennistavolo e ai Mondiali Under 20 di calcio del 1991, senza contare che Sydney 2000, Atene 2004 e Torino 2006 furono appuntamenti olimpici in cui venne sventolata la bandiera di cui sopra, mostrata anche ai Giochi Asiatici del 2002 e del 2006 e all’Universiade del 2003.

Pertanto, se è vero che la parata di domani resterà comunque una pietra miliare, sarebbe opportuno frenare gli entusiasmi e fissarli nel contesto geopolitico attuale, in cui la presenza a Pyeongchang di Kim Yong-nam, leader cerimoniale nordcoreano e presidente dell’Assemblea suprema del popolo – il funzionario di grado più alto a recarsi in Corea del Sud dal 1953 ad oggi – permette di paventare un incontro diretto con il presidente sudcoreano Moon Jae-in con un convitato di pietra che appare il vero sconfitto dell’intera strategia, in termini diplomatici: Donald Trump.

Ma saranno anche i Giochi delle polemiche antidoping, quelli sudcoreani. La sospensione della Russia e dei suoi atleti macchiati dallo scandalo evidenziato dal rapporto McLaren – sospensione gestita con pragmatismo e avvedutezza diplomatica dal CIO, che ha permesso la presenza di una delegazione di 169 atleti russi sotto le insegne olimpiche – rimette al centro dell’agenda la battaglia sulla pulizia dello sport, ma allo stesso modo presta il fianco alle polemiche (nonché agli eventuali ricorsi degli esclusi) sull’effettiva percezione del problema e delle relative sanzioni. Prova ne sia la recente decisione del TAS, il Tribunale arbitrale dello sport, di sospendere il provvedimento della squalifica a vita per 15 atleti, fortemente contestata dalla WADA (World anti-doping agency) e non recepita dal Comitato olimpico.

Crediti immagine: Korea.net / Korean Culture and Information Service (Photographer name)

Non si tratta di una mera questione tribunalesca, ma è un discorso che ha a che fare con l’idea di movimento sportivo che si ha: per sua natura, quella dell’antidoping è la rincorsa inarrivabile a un avversario che corre più forte, che si avvale di metodi sempre più raffinati e sofisticati tanto nella pratica quanto nella copertura, ed è per questo che il provvedimento inflitto alla Russia – ovvero a una federazione per le sue pratiche, non solamente ai singoli atleti – è stato portato avanti e strenuamente difeso da Thomas Bach. Ma nello stesso momento in cui arriverà il primo caso di atleta positivo a Pyeongchang, il nuovo comitato olimpico russo (i cui vertici erano stati azzerati dal CIO dopo lo scandalo) avrebbe gioco facile nell’alzare il livello della contesa dopo i toni concilianti espressi in merito – e, anche in questo caso, con acume politico considerando l’organizzazione da parte della Russia dei prossimi Mondiali di calcio – da Vladimir Putin.

Lo sport, poi, farà il resto. Storia ed epica, tra fuoriclasse che sono già leggenda nelle rispettive discipline e curiosità capaci di calamitare l’attenzione dei media. 2925 atleti in rappresentanza di 92 Paesi, record per i Giochi invernali; 102 medaglie da assegnare e 6 nazioni al debutto: una, la più giovane in termini di riconoscimento da parte del CIO, è il Kosovo, che ha già esordito nelle manifestazioni a cinque cerchi a Rio 2016 ed è alla prima Olimpiade bianca. La Nigeria, qualificatasi con la squadra femminile di bob, è la capofila dei Paesi che non conoscono la neve: Malaysia, Singapore, Tonga, per la quale gareggia l’eclettico Pita Tuafatofua, già atleta di taekwondo in Brasile due anni fa, pronto a cimentarsi nello sci di fondo a Pyeongchang.

E l’Italia? L’obiettivo della delegazione azzurra è quello di fare meglio rispetto a Sochi 2014, quando nessun atleta riuscì a vincere un titolo olimpico. Fu un fallimento epocale: due argenti e sei bronzi per un 22° posto assoluto nel medagliere in quella che era stata la prima Olimpiade invernale dell’era Malagò. Il presidente del CONI resterà a Pyeongchang sino alla fine dei Giochi ma, per paradosso, in questi giorni si sta parlando di lui più che altro per il ruolo attivo in uno sport che, con le gare sulla neve, non c’entra proprio nulla: esattamente una settimana fa infatti Malagò è diventato il commissario straordinario della Lega di Serie A, la litigiosa associazione di categoria delle squadre della massima divisione calcistica, rimasta senza presidente per più di un anno.

Era già in Corea del Sud nel giorno dell’assegnazione dei diritti TV 2018-2021 a Mediapro, intermediario spagnolo che in patria ha avuto più di un problema con l’antitrust, ma che ha presentato un’offerta di 1000 euro superiore alla base d’asta (1 miliardo e 50 milioni) e dunque sufficiente per essere accettata, scatenando le ire di Sky, che adombra possibili ricorsi rispetto alla posizione degli spagnoli. Insomma, un nuovo fronte per un commissario di Lega che però, sino al 25 febbraio, avrà altro a cui pensare sulle alture di Pyeongchang. Dove, per intestarsi un miglioramento, basterà in fondo una sola medaglia d’oro.


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