23 ottobre 2013

La guerra al terrore fa tappa in Africa

di Barbara Maria Vaccani

Nel 2011 il governo degli Stati Uniti aveva individuato la regione asiatica come una delle aree su cui andavano diretti gli sforzi di politica estera. Ora, sul finire del 2013, l’amministrazione guidata dal presidente Obama sembra aver cambiato rotta e le regioni prioritarie, in materia di politica estera, rimangono quelle del Medio Oriente e dell’Iran. Accanto a queste aree, però, c’è un’attenzione crescente, da parte degli Stati Uniti, nei confronti dell’Africa, tanto da far parlare dell’emergere di un pivot to Africa nella politica estera statunitense.

A febbraio la Casa Bianca ha annunciato l’invio di soldati americani in Niger per l’allestimento di una base aerea per operazioni di raccolta di informazioni sui militanti di al Qaeda dell’area tramite droni. Nell’estate del 2013 il presidente Obama si è recato in viaggio in Africa, dove ha visitato Senegal, Tanzania e Sud Africa, mentre durante il suo primo mandato l’unica visita nel continente era stata in Ghana, nel 2009 e per più o meno 24 ore. All’inizio di ottobre, a seguito dell’attacco terroristico nel centro commerciale di Westgate, in Kenya, soldati statunitensi hanno condotto due operazioni, una in Somalia (fallita) e una in Libia, per catturare due figure chiave, rispettivamente di al Shabab (affiliazione qaedista di base in Somalia) e di al Qaeda. Infine, una nuova strategia del Pentagono, che prevede l’addestramento e la consulenza da parte di forze statunitensi alle forze armate di paesi esteri per fronteggiare le minacce terroristiche, ha individuato l’Africa come caso pilota e intende condurre più di cento operazioni nel continente nel corso del prossimo anno.

Questa dinamica di crescente interesse, ed impegno, da parte del governo americano, nei confronti dell’Africa (principalmente sub-sahariana) ha fatto emergere riflessioni circa una sostituzione del pivot to Asia, ormai abbandonato, con un pivot to Africa. Nel caso del pivot to Asia, il punto della politica estera americana era quello di un riposizionamento, economico, politico e militare, degli Stati Uniti nella regione dell’Asia-Pacifico per garantire l’influenza americana e i suoi interessi, a fronte dell’importanza economica della regione e dei paesi dell’area che potevano sfidare la potenza americana (come la Cina).

Nel caso dell’Africa, l’interesse da parte del governo americano sembra mancare di una parte economica e politica concreta e il maggior sforzo registrato nel corso dell’ultimo anno rimane sul piano militare. Esistono iniziative portate avanti con il sostegno degli Stati Uniti per lo sviluppo economico dell’Africa sub-sahariana e per il rafforzamento delle istituzioni statali dei paesi della regione, ma i mercati africani emergenti restano dei potenziali partner commerciali piccoli e l’impegno sul piano della cooperazione politica per la stabilità delle istituzioni di governo si gioca su tempi lunghi.

Se il coinvolgimento politico ed economico resta limitato, per scelta o per difficoltà di azione, il più solido impegno militare è motivato da ragioni ben precise. L’Africa è diventata sempre più terreno fertile per la nascita e la crescita di gruppi terroristici di matrice jihadista. Tra i gruppi più noti ci sono Aqim, che opera principalmente in Algeria e Mali, al Shabab in Somalia e Boko Haram in Nigeria, organizzazioni che per ora non hanno dimostrato di essere in grado di compiere attacchi direttamente su suolo americano o europeo, ma che non hanno esitato a colpire gli interessi occidentali presenti sul territorio (come nel caso di Westgate, in Kenya).

Il timore della diffusione dell’estremismo militante islamico in Africa ed una conseguente recrudescenza del terrorismo a livello globale spiegherebbe il rilancio dell’impegno militare in Africa e la scelta dell’Africom, il comando dell’esercito statunitense responsabile delle relazioni e delle operazioni militari in Africa, come test per il programma del Pentagono di training delle forze locali in operazioni di lotta al terrorismo.

Parlare di pivot nei confronti dell’Africa, per ora, è probabilmente prematuro. Il cambiamento dell’approccio degli Stati Uniti nei confronti del continente non sorge dalla volontà di rilanciare la propria influenza nella regione o nel promuovere lo sviluppo di quest’ultima. Si tratta piuttosto di una strategia funzionale a vincere la guerra al terrorismo, che si gioca, in questo round, anche in Africa.


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