29 luglio 2020

La guerra dei consolati

 

È un altro tassello di questa inarrestabile escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Cina quello provocato dalla decisione dell’amministrazione Trump di chiudere il consolato cinese di Houston, seguita dalla pronta rappresaglia di Pechino che ha adottato analogo provvedimento nei confronti della rappresentanza diplomatica statunitense a Chengdu. Decisione, ha affermato l’amministrazione Trump, dettata dalla necessità di porre termine alle attività di intelligence promosse e coordinate dal consolato di Houston, trasformatosi secondo il segretario di Stato Mike Pompeo in un vero e proprio “hub delle attività spionistiche e di furto delle proprietà intellettuali” che contraddistinguerebbe l’azione della Cina negli USA. Le prove offerte sono per il momento abbastanza tenui ovvero non paiono esservi stati significativi salti di qualità rispetto alle scoperte degli ultimi anni, quando varie indagini dell’FBI rivelarono la malagestione del programma cinese Mille Talenti proprio in alcuni centri di ricerca dell’area di Houston, su tutti al MD Anderson Cancer Center della University of Texax. Istituito nel 2008 con lo scopo d’intensificare gli scambi e la ricerca scientifica congiunta, oltre che per attrarre studiosi statunitensi in Cina, questo programma prevede la possibilità per ricercatori cinesi di ottenere un doppio incarico, in Cina e negli USA. Negli anni esso è finito al centro delle polemiche (e, appunto, delle attenzioni dell’FBI) sia per i casi di corruzione legati a questi doppi finanziamenti sia per i timori ‒ concreti e talora fondati ancorché spesso esagerati ‒ che esso sia utilizzato da Pechino nella sua azione di spionaggio scientifico o per catturare conoscenze e ricerche sviluppate negli USA e pagate grazie a finanziamenti e tasse americani.

Nella decisione di chiudere il consolato di Houston, e nelle dure dichiarazioni di Pompeo che l’hanno giustificata, troviamo quindi un altro esempio della linea fermamente anticinese adottata in questi ultimi mesi dall’amministrazione Trump. Una linea, questa, che in una certa misura stride con la tregua trovata il gennaio scorso sulle guerre commerciali dell’ultimo biennio e i cui termini paiono per il momento essere rispettati da entrambe le parti. Ma una linea che riflette l’intreccio tra politica estera e politica interna, ambiziose grand strategy e terrene considerazioni elettorali, che sembra informare e definire l’atteggiamento dell’amministrazione Trump nei confronti di una Cina sempre meno partner (a dispetto della persistenza e profondità dell’interdipendenza economica tra i due Paesi) e sempre più competitor e rivale.

Sottolineata in tutti i principali documenti strategici dell’amministrazione Trump, a partire dalla National Security Strategy (NSS) del dicembre 2017, che denunciano invariabilmente la Cina come una “potenza revisionista” intenta a scardinare un ordine globale ancora a leadership americana, questa rappresentazione della Cina come antagonista e nemico si è fatta nel tempo egemone e quasi incontestata negli USA. È diventata, anzi, quasi uno dei pochi e residui comuni denominatori bipartisan, con molti democratici a esprimere apprezzamento per la posizione di fermezza adottata da Trump o, addirittura, a contestarne l’insufficiente efficacia e a chiedere misure ancor più drastiche. Pesano, rispetto a ciò, sia l’onda lunga della crisi del 2008 sia la svolta neoautoritaria e nazionalista imposta sotto la guida di Xi Jinping. La prima ha rivelato i limiti, i costi e le intrinseche contraddizioni dei processi d’integrazione globale sviluppatisi negli ultimi tre decenni sull’asse Pechino-Washington, in particolare gli effetti su pezzi di middle-class statunitense duramente colpita dai processi di delocalizzazione produttiva in Cina di molte industrie americane e non più compensati dall’accesso a facili (e crescenti) consumi a debito. La seconda ha rivelato tutta l’ingenuità di chi teorizzava l’inevitabile interdipendenza tra apertura economica della Cina e sua liberalizzazione politica, evidenziando al contrario come la grande crescita economica e l’accesso a tecnologie sofisticate e sensibili possano essere messe al servizio di un disegno di consolidamento della potenza cinese e, in teoria, di contestazione del primato statunitense a partire ovviamente dall’Asia-Pacifico.

La Cina viene quindi presentata come un rivale e finanche una minaccia esistenziale: per gli USA e per la loro libertà. «Abbiamo bisogno di una strategia che protegga l’economia americana e il nostro stesso stile di vita (way of life)», ha proclamato Mike Pompeo, «il mondo libero deve trionfare su questa nuova tirannia». Il linguaggio, insomma, è quello della guerra fredda; e si appoggia ad antinomie retoriche – su tutte quella libertà vs. schiavitù ‒ che hanno radici profonde nella storia statunitense. E però, accanto a queste narrazioni binarie – di se stessi, della propria missione, di chi vi si oppone – e alle prescrizioni strategiche che essere paiono indicare vi sono, inevitabilmente, concreti interessi politici ed elettorali che spiegano il perché dell’attuale escalation e della decisione di chiudere il consolato di Houston in questo preciso momento. Trump cerca cioè di capitalizzare sulla crescente impopolarità della Cina negli USA, alimentata anche dalla pessima gestione cinese delle fasi iniziali della pandemia di Covid-19. In questi mesi Pechino è diventata bersaglio sempre più frequente delle intemerate presidenziali oltre che comodo diversivo su cui scaricare tutte le responsabilità di una crisi sanitaria che sta colpendo duramente gli USA anche a causa dell’acclarata inettitudine dell’attuale amministrazione. I sondaggi di cui disponiamo indicano una crescente ostilità dell’opinione pubblica statunitense nei confronti della Cina, con un aumento in pochi mesi di quasi un terzo di chi considera Pechino a tutti gli effetti un nemico, e una maggioranza senza precedenti nell’ultimo mezzo secolo di rilevazioni Gallup di coloro che danno un giudizio negativo del regime cinese. Questi sondaggi, si sa, vanno presi con mille cautele, come la loro forte volatilità ben evidenzia. Sono però indicativi di una fase difficile e complicata delle relazioni sino-statunitensi; che Trump cerca di sfruttare elettoralmente, imputando ai suoi predecessori Clinton, Bush Jr. e Obama la responsabilità di avere dolosamente facilitato l’ascesa cinese e alimentando così la rappresentazione della sua elezione come un momento drammatico di rottura e discontinuità, che avrebbe posto termine a un’epoca di compiacimento e debolezza di cui lo spionaggio cinese negli Stati Uniti sarebbe solo uno dei tanti portati.

 

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Immagine: Bandiere USA e Cina. Illustrazione 3d. Crediti: Gil C / Shutterstock.com

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