15 gennaio 2014

La guerra in Sud Sudan

di Barbara Vaccani

Dallo scorso dicembre in Sud Sudan c’è la guerra. Le cause del conflitto sono da ricercarsi nella lotta per il potere all’interno del partito di governo, nelle divisioni etniche della popolazione e nei problemi interni all’esercito regolare. La frammentarietà governativa e demografica sono caratteristiche che il paese aveva fin dalla sua nascita. Il Sud Sudan è il paese più giovane del mondo: ha ottenuto l’indipendenza con la secessione dal Sudan nel luglio del 2011.  Lo scoppio della guerra mette a fuoco le difficoltà di portare avanti un progetto di costruzione di un nuovo Stato, un processo che non termina nel momento in cui si vince la lotta per l’indipendenza.

Il conflitto è scoppiato a metà dicembre, quando in seguito ad un incidente non troppo chiaro, la violenza è arrivata nella capitale Juba. A scontrarsi sono le forze governative, che fanno capo al presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, e le forze ribelli che rispondono a Riek Machar, ex vicepresidente del governo di Kiir. Ora, dopo un mese di battaglie, i mediatori dell’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (l’ Igad , l’organizzazione internazionale che raggruppa i paesi dell’Africa orientale) cercano di convincere le due parti a raggiungere un accordo per il cessate il fuoco. 

I negoziati sono cominciati ad Addis Abeba, in Etiopia, il 5 gennaio ma l’accordo sulla fine delle ostilità non è mai stato raggiunto: il blocco principale è costituito dal respingimento del governo della richiesta di rilascio di undici detenuti accusati del tentativo di colpo di Stato contro il presidente Kiir, accuse respinte dalle forze ribelli che fanno capo a Machar. I ribelli, inoltre, chiedono il ritiro dei soldati ugandesi che sarebbero intervenuti a sostegno dell’esercito regolare del Sud Sudan.

Sul campo, i combattimenti non si sono mai fermati. Dopo lo scoppio delle ostilità, la capitale Juba è rientrata sotto il controllo delle forze governative, ma i ribelli si sono spostati in alcune città del nord del paese, nelle regioni in cui si trovano i giacimenti di petrolio che rappresentano la fonte di guadagno principale del giovane Stato. Le forze governative starebbero avanzando verso Bor, a circa 200 chilometri a nord di Juba, ultima città in mano ai ribelli, secondo quanto riportato da un portavoce dell’esercito. I ribelli affermano però di essere prossimi alla riconquista di Malakal, città nel nord del paese, capitale dello Stato più ricco di petrolio.

Le forze di governo sono meglio equipaggiate e dispongono di maggiori mezzi per una guerra di medio o lungo periodo. Allo stesso tempo, i ribelli, avrebbero più potere di leva al tavolo dei negoziati se riuscissero a mantenere il controllo degli stati settentrionali del paese, quelli in cui ci sono i giacimenti di petrolio, sostanzialmente unica fonte di ricchezza per lo Stato del Sud Sudan.

I morti causati dal conflitto sono stimati in circa un migliaio, secondo le Nazioni Unite, ma in realtà le vittime potrebbero essere molte di più. International Crisis Group, un centro di analisi e ricerca con base a Bruxelles, stima le vittime a circa 10000. I profughi rimasti all’interno del paese sono invece circa 200000, mentre sono circa 60000 i sud sudanesi fuggiti oltreconfine.

Tutto questo in un paese con dieci milioni di abitanti, che, oltre ad essere il più giovane del mondo, è anche tra i più poveri, nonostante le potenzialità economiche dei giacimenti di petrolio. Mancano infrastrutture e accesso a cure mediche ed istruzione, i tassi di malnutrizione infantile sono molto alti. Secondo i dati riportati dalla BBC, negli ultimi anni ci sono stati dei miglioramenti nelle condizioni di vita, ma le spese militari vanno a discapito del welfare. Sempre la BBC riporta che il bilancio statale del Sud Sudan del 2011 prevedeva più di un miliardo di sterline sudanesi investiti per il Movimento armato per la liberazione del popolo sudanese (SPLM/A), il movimento che ha prima portato il paese all’indipendenza e ne ha poi guidato il governo e i cui guerriglieri sono stati regolarizzati nell’esercito del neonato paese. Le spese per sanità, educazione e previdenza sociale ammontavano invece, rispettivamente, a circa 200, 400 e 14 milioni di sterline sudanesi.

Su Foreign Affairs Alex de Waal e Abdul Mohammed scrivono che l’SPLM/A, a differenza di altri movimenti di liberazione, non investì in programmi di sviluppo delle istituzioni, della democrazia, né in politiche a favore dell’istruzione e dell’assistenza sociale. Il raggiungimento dell’indipendenza implica che si costruiscano le istituzioni del paese e che si sviluppino ex-novo le linee guida della politica del nuovo governo, in ogni ambito: economia, affari interni, trasporti, sanità, istruzione, lavoro, difesa. La conversione di un’organizzazione paramilitare, come può essere un movimento per la liberazione, in un’entità politica e di governo è un’ulteriore difficoltà da considerare.

Nel caso del Sud Sudan, a complicare il quadro di partenza per la riuscita del progetto nazionale c’erano le fratture etniche e le rivalità in seno alla popolazione, con la replica di queste divisioni negli apparati militari e di governo. La situazione è peggiorata quest’estate, quando il presidente Kiir aveva estromesso dal governo il suo vice Machar, ora capo dei ribelli, e altri ministri. Kiir aveva accusato Machar di voler preparare un colpo di Stato. Machar aveva accusato Kiir di un crescente autoritarismo e aveva messo in luce le inefficienze della sua politica. Quella che era una lotta di potere all’interno del partito, ha velocemente fatto presa sulle divisioni etniche già presenti e sottese nel paese, lungo le due popolazioni più numerose, i Dinka, a cui appartiene il presidente, e i Nuer, a cui appartiene il suo ex vice.

Le due fazioni che si contendono il potere ora sul campo di battaglia, truppe dell’esercito e soldati che rispondo a Machar, descrivono un quadro solo parziale. L’esercito sud sudanese è un’entità disorganizzata e difficilmente riconducibile ad un’autorità centrale. I ribelli sono un gruppo disomogeneo in cui rientrano anche altri movimenti di guerriglia che combattono l’autorità centrale, ma i cui interessi non coincidono necessariamente con quelli di Machar e del suo gruppo.

La lotta separatista che il Sud Sudan ha combattuto contro il Sudan ha origini lontane. Era cominciata negli anni Cinquanta, con una tregua solo fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. Nell’ultimo atto di questa guerra, quella che ha portato all’accordo di pace del 2005 e al successivo referendum sull’indipendenza del 2011, ha causato più di un milione e mezzo di vittime. La lotta dei sud sudanesi non ha mai perso vigore perché il progetto di una nazione indipendente era un collante sufficiente per mantenere insieme etnie e gruppi di potere rivali.

Una volta raggiunto l’obiettivo, però, le fratture latenti sono riemerse ed ora, nonostante i negoziati di pace e l’auspicio di un cessate il fuoco, una pacificazione durevole necessiterà un lungo processo di riconciliazione sociale e di costruzione dell’identità nazionale.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali


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