23 settembre 2019

La lotta geopolitica del quantum computing

Il 20 settembre il Financial Times, in un articolo già molto pubblicizzato e commentato, ha annunciato un traguardo raggiunto da Google: la cosiddetta “supremazia quantistica”. In sintesi, un computer quantistico di Google dovrebbe aver compiuto in 3 minuti e 20 secondi un calcolo per cui i computer tradizionali più avanzati impiegherebbero circa 10.000 anni. Premettiamo che il passo compiuto da Google deve essere ancora verificato bene, nella sua concretezza e nelle sue implicazioni, per non trarvi indicazioni premature. Come ha ricordato Raffaele Mauro nel libro che rappresenta la migliore guida italiana a questi temi, Quantum Computing di Tag Books, di computer quantistici (basati su qubit invece che su bit) si parla fino dagli anni Settanta, anche se proprio in tempi più recenti si cominciano a cogliere le loro potenzialità. Non solo grazie a start up promettenti, come Rigetti Computing, ma anche e soprattutto grazie agli investimenti degli Stati Uniti, della Cina e dei giganti dell’impresa digitale.

In questi termini, la corsa quantistica si interseca con la geopolitica della tecnologia. Nessuna tecnologia è neutra. È sempre posseduta da qualcuno, con diversi gradi di accesso degli altri, con diverse possibilità di influenza, e pertanto con implicazioni sui rapporti di potere. La corsa alle capacità quantistiche, in questo senso, si interseca con processi che segnano la nostra epoca: gli investimenti cinesi sui conglomerati tecnologici, sull’ecosistema dell’innovazione e sulle infrastrutture spaziali; la reazione degli Stati Uniti attraverso gli strumenti di geodiritto, l’allargamento del dominio della sicurezza, il rapporto con i giganti digitali americani.

In questo scenario, sono presenti aspetti diversi, che coinvolgono direttamente la lotta tra Pechino e Washington. Nonostante alcune iniziative di cui andrà verificata l’attuazione, come Quantum Technologies Flagship, come al solito non sembra che entità europee possano giocare un ruolo di primo piano in questa partita.

Nel 2016 la Cina ha lanciato il primo satellite quantistico, che prende il nome dal filosofo Mozi (Micius) del periodo degli Stati combattenti. Il satellite, annunciato come «primo passo per una rete internet quantistica globale», ha permesso tra l’altro di organizzare videoconferenze e trasmissioni crittografate. Gli investimenti sul quantum computing sono da tempo una priorità del Partito comunista cinese e sono citati, tra l’altro, nel tredicesimo piano quinquennale del 2016. I protagonisti della crescita tecnologica cinese, anzitutto Alibaba e Tencent, ma anche Baidu e Huawei, hanno annunciato iniziative e laboratori per recuperare il divario con gli Stati Uniti. Il simbolo dell’accelerazione quantistica cinese è il fisico Pan Jianwei, la “tartaruga marina” (così i cinesi chiamano gli scienziati tornati dall’estero in patria) giunto dall’Austria quasi vent’anni fa per alimentare questa ondata.

Gli avanzamenti cinesi sono reali, ma vengono sovente esagerati negli Stati Uniti. Questa nuova “paura rossa” non nasce per caso, ma per aumentare i fondi e la capacità di fuoco del sistema americano. Un sistema di cui le aziende come Google sono parte, anche per il rapporto con la NASA che ha caratterizzato il possibile traguardo pubblicizzato dal Financial Times. Il quantum computing sta ricevendo maggiore attenzione anche nello spettro politico: per esempio, il candidato democratico Andrew Yang ha inserito il tema tra le sue proposte programmatiche. Anche se non è competitivo, altri candidati più solidi potrebbero seguire il suo esempio. Nel sistema americano, quello che conta di più in questi ambiti a cavallo tra l’industria e la tecnologia è sempre l’attenzione degli apparati, del Pentagono e delle agenzie di informazione e sicurezza. Da questo punto di vista, è significativo che il general counsel della National Security Agency, Glenn Gerstell, sia intervenuto sul New York Times il 10 settembre con un lungo articolo programmatico. Gerstell, oltre a battere cassa con il governo, ha scritto: «è vero che nessuno ha ancora costruito un computer quantistico funzionante. Ma sembra più probabile che prima della metà di questo secolo la Cina o gli Stati Uniti lo faranno, con straordinari vantaggi per la nazione che arriverà prima».

Anche per questo, capire la solidità e le implicazioni del passo compiuto da Google (o dei prossimi passi che verranno) sarà importante per decifrare i prossimi passaggi della geopolitica della tecnologia. 


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