14 novembre 2018

La lunga vita al potere dei leaders africani

di Luca Attanasio

Ad aggiornare di recente la statistica ha pensato l’ottantacinquenne Paul Biya. L’ex seminarista folgorato dalla politica, lo scorso 7 ottobre, con il 71% dei voti ha rinnovato per la settima volta il settennio alla presidenza del Camerun e si avvia a terminarlo, se avrà vita, alla sonora età di 92 anni. Il Camerun è praticamente una questione tutta sua fin dagli anni immediatamente successivi all’indipendenza raggiunta nel 1960: nel 1968 è nominato segretario generale della Presidenza, nel 1975 diviene primo ministro e nel 1982 conquista la presidenza per non lasciarla più.

Nel frattempo dall’Algeria giunge la notizia che l’ottantunenne presidente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999, colpito da un ictus nel 2013 e gravemente malato, si ricandiderà alle elezioni di aprile 2019. Il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, ha ‘solo’ 76 anni e, specie dopo l’uscita di scena a seguito delle elezioni nell’estate 2017 di Eduardo dos Santos, ex presidente dell’Angola al potere per quasi 38 anni, può tranquillamente sperare di concludere la sua carriera (e la vita) con la palma di più longevo di tutta l’Africa. È al potere dal 1979, il prossimo anno festeggerà 40 anni di regno incontrastato. L’ex dittatore del Gambia Yahya Jammeh dopo essere stato costretto a lasciare il Paese, nel gennaio 2017, si è rivolto al presidente di questa ex colonia spagnola, dove non esistono media se non governativi, per essere accolto assieme alla sua collezione di Rolls-Royce e milioni di dollari scippati alle già esangui casse del suo Paese. Meno longevo, ma di poco, il presidente della Repubblica del Congo Denis Sassou-Nguesso. Di formazione marxista, il colonnello settantaquattrenne dalle simpatie massoniche è l’unico tra i presidenti di lungo corso ad aver subìto una interruzione nella sua leadership assoluta. Salito al potere nel 1979, infatti, perse le elezioni nel 1992 e si fece da parte per un quinquennio, periodo nel quale organizzò la riscossa armata contro il rivale Pascal Lissouba e si riprese il comando nell’ottobre del 1997. Il suo ‘regno’ quindi ha totalizzato 34 anni e, dopo l’ennesima tornata elettorale vinta nel marzo 2016, sembra veleggiare in acque tranquille.

Molto più tempestosa, invece, è la presidenza del suo vicino Joseph Kabila, Repubblica Democratica del Congo. Preso il comando del suo Paese immediatamente dopo l’omicidio del padre Laurent-Désiré (in carica dal 1997 al 2001), Kabila avrebbe dovuto indire elezioni nel dicembre del 2016 e farsi da parte. Ma a novembre del 2017, beffandosi dell’accordo di San Silvestro raggiunto con la mediazione dei vescovi cattolici che già rinviava di un anno le urne, ha rimandato all’anno dopo e scatenato una fase di caos assoluto che ha fatto precipitare il Congo in una delle crisi peggiori del pianeta (decine di migliaia di morti e 4 milioni di sfollati interni ed esterni). Alcuni osservatori sostengono che Kabila non abbia alcuna intenzione di far rispettare neanche la data del prossimo dicembre fissata per le elezioni, adducendo scuse di instabilità e insicurezze diffuse, e accusano proprio lui, in combutta con forze esterne tra cui il Rwanda, di fomentarle. Per rimanere in area Grandi Laghi, il presidente del Rwanda Paul Kagame, detiene il potere da 18 anni in qualità di presidente eletto, anche se nei 6 anni precedenti alla sua nomina (2000), ha gestito il periodo postgenocidio come capo dell’esercito e, sostanzialmente, presidente de facto. Kagame ha praticamente sostituito l’aggettivo ‘ruandese’ a ‘bulgaro’ nell’espressione che indica il plebiscito elettorale: nell’ultima chiamata alle urne, lo scorso 4 agosto, ha sfiorato il 100% delle preferenze e in quelle precedenti non è mai sceso sotto il 95%. Il controllo totale, anche se conquistato a suon di consenso raramente oggetto di contestazioni per le sue dimensioni, fa di Kagame una sorta di monarca assoluto con il vizio, a detta di molti, di metodi ai limiti e oltre il dittatoriale.

Andando verso l’estremo oriente, si incontra Isaias Afwerki, il presidente e primo ministro dell’Eritrea noto per aver trasformato la sua terra in un bunker inaccessibile dai tratti brutalmente dittatoriali (il rapporto dell’aprile 2015 redatto dal Committee to Protect Journalists, CPJ, le assegnava il titolo di Paese meno libero al mondo, peggio anche della Corea del Nord). Le sue sindromi di accerchiamento lo hanno spinto a svuotare le esigue casse, provate da drammatiche carestie ricorrenti e siccità, a favore di folli military expenditures. È al potere da 25 anni e ha cancellato ogni forma di opposizione politica, culturale, mediatica. La recente pace siglata con la vicina Etiopia (estate scorsa) e le prospettive di timide aperture, fanno intravvedere un cambio di rotta e suscitano nuove speranze. A ovest dell’Eritrea, sorge il gigantesco Sudan. Al vertice della sua gestione politica siede da 25 anni il settantaquattrenne Omar al-Bashir, il temuto presidente dittatore che assomma ben dieci accuse di crimini di guerra – delle quali tre per genocidio – a seguito del conflitto nella regione del Darfur. Le accuse gli hanno ‘fruttato’ due mandati di cattura internazionali (mai eseguiti).

Yoweri Museveni è il presidente e incontrastato leader dell’Uganda dal 1986. Accusato da molte parti di favorire un regime oppressivo ha dalla sua l’essere riuscito a traghettare il Paese fuori da un conflitto tra i peggiori della storia d’Africa e l’aver reso l’Uganda un Paese tra i più accoglienti al mondo: ospita circa 1,5 milioni di profughi. In Ciad, invece, Idriss Déby gestisce il potere da 28 anni.

A chiudere questa carrellata di leader-monarchi, andrebbero citati i casi del Gabon e del Togo i cui attuali presidenti, rispettivamente Ali Bongo (attualmente ricoverato in condizioni gravi in Arabia Saudita) e Faure Gnassingbé, hanno direttamente ereditato la carica alla morte dei loro padri. 

Vittima ancora degli effetti mefitici del colonialismo (e del neocolonialismo), il continente nero, sembra lontano dai parametri di governance democratica raggiunti, con tutte le contraddizioni del caso, da altre aree del mondo. Le cose, però, stanno cambiando anche in Africa. I casi del Gambia e dello Zimbabwe, affrancatisi della dittatura in maniera democratica ed incruenta, quello dell’Etiopia che può vantare l’unico presidente donna d’Africa e che schiera un governo al 50% femminile, sono segnali di un fermento che non si arresterà.

 

Crediti immagine: da U.S. Department of State, attraverso www.flickr.com

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