19 dicembre 2018

La mappa del terrorismo jihadista in Nord Africa

L’attentato di Strasburgo dello scorso 11 dicembre, rivendicato dallo Stato islamico, riapre uno squarcio su un problema colpevolmente accantonato negli ultimi mesi: seppure nelle vecchie roccaforti levantine l’Isis sia in difficoltà, la sua capacità di fascinazione in Europa e il suo consolidamento in alcuni Paesi della “sponda sud” restano fenomeni allarmanti.

Nel quadrante nordafricano, una delle aree più a rischio è la Libia, in cui la sconfitta del Califfato nella roccaforte di Sirte, nel 2016, non ha implicato la fine della presenza dei suoi miliziani nel Paese. Una parte dei combattenti presenti nella città è fuggita, soprattutto verso il Fezzan, un safe heaven per i gruppi criminali che ne hanno fatto una vera e propria “base operativa” con campi di addestramento e depositi di armi. I flussi di jihadisti diretti verso il sud libico sono ripresi già dalla fine del 2017 grazie all’arrivo di nuovi combattenti in fuga dalla Siria e dall’Iraq. Gli ultimi dati delle Nazioni Unite dello scorso luglio parlano di circa 3.000-4.000 miliziani sparsi per il Paese.

Accantonando il progetto di un “proto-Stato” i combattenti hanno ripiegato verso il rafforzamento di una sorta di “rete terroristica clandestina”, trovando nel deserto libico l’habitat ideale per sopravvivere. Sfruttando i porosi confini del failed State si è sviluppata una vera e propria “connection” tra semplice criminalità organizzata e gruppi della galassia jihadista, declinabile in diverse forme. Alcune milizie offrono protezione armata ai contrabbandieri, altre, tra cui quelle appartenenti allo Stato islamico, sono coinvolte direttamente nei traffici illeciti come ad esempio quello di petrolio e droga.

La galassia dell’Isis in Libia, dunque, appare quanto mai fluida e in movimento. I rischi sono molteplici. In primo luogo l’ex Jamahiriya sta diventando un hub per i miliziani degli Stati vicini e dunque un connettore di gruppi terroristici sempre più vicino all’Italia. In secondo luogo, sfruttando il caos che negli ultimi tre mesi ha investito la capitale, gli affiliati alle organizzazioni jihadiste potrebbero avanzare verso la costa mettendo ulteriormente a rischio qualunque tentativo di stabilizzazione del Paese.

Tuttavia sarebbe riduttivo circoscrivere il fenomeno alla sola Libia. L’instabilità dell’ex Jamahiriya e la conseguente recrudescenza del terrorismo non sono solo un problema di ordine interno ma rischiano di aprire ulteriori fronti di crisi negli Stati vicini, a iniziare dalla Tunisia. L’eccezione felice nel prisma comparativo fallimentare delle rivolte arabe, come da più parti definita, si trova da tempo a fare i conti con la proliferazione di fenomeni di matrice jihadista. Il governo di Tunisi deve preoccuparsi soprattutto del terrorismo di ritorno visto che, come ben noto, è il Paese che ha esportato il maggior numero di foreign fighters nei teatri operativi levantini, tra i 4.000 e i 5.000 secondo la maggior parte delle stime. I combattenti stanno rientrando in patria da esperti miliziani, con tutti i rischi che ne derivano. Secondo uno studio del Soufan center nel 2017 circa 800 foreign fighters sono rientrati in Tunisia e i dati a disposizione per il 2018 indicano un ulteriore aumento.

I problemi, però, non riguardano solo Tunisi ma anche l’Algeria e l’Egitto. In Algeria una delle aree più a rischio è quella al confine con la Libia: qui, secondo il ministero della difesa, nel 2017 sono stati uccisi più di un centinaio di miliziani affiliati ad al-Qaida nel Maghreb islamico. Inoltre, per la sua posizione geografica e la ricchezza del sottosuolo, potrebbe essere il territorio ideale anche per i miliziani dello Stato islamico. Già nel 2015 l’Interpol aveva trasmesso alle autorità locali una lista di 1.500 possibili terroristi, molti dei quali affiliati all’Isis, che cercavano di eludere il sistema di controllo delle frontiere utilizzando passaporti falsi. Il rischio sembra destinato ad acuirsi anche in conseguenza dei possibili mutamenti istituzionali, legati alla sorte dello storico leader Bouteflika, molto malato. Il vuoto di potere che lascerebbe nel Paese potrebbe rendere ancora più critica la questione legata alle infiltrazioni jihadiste e alla proliferazione di reti criminali.

Infine l’Egitto. Le rivolte del 2011 e il fallimento della proposta islamista della Fratellanza musulmana hanno alimentato la creazione di alcuni movimenti jihadisti nel Paese e la porosità dei confini ha reso più agevoli le infiltrazioni da e nel territorio egiziano. Stime governative hanno riferito di almeno una trentina di organizzazioni terroristiche, alcune collegate con gruppi con base a Gaza, altre emanazione diretta di Al-Qaida o dello Stato islamico. Le principali formazioni sono attive nella penisola del Sinai ma ne sono state individuate altre anche al confine con la Libia. La presenza di gruppi jihadisti in territorio libico rischia, dunque, di aprire un ulteriore fronte per l’ingresso di miliziani nel Paese, stringendo il Cairo in una morsa infernale.

Da quanto detto è facile intuire che la stabilizzazione della Libia è un tassello fondamentale per la messa in sicurezza del quadrante nordafricano. Tuttavia, rappresenta solo il fulcro di un problema che si è oramai radicato e diffuso nei Paesi vicini e da qui potrebbe mettere a rischio anche l’Italia e l’Europa. La tardiva presa di coscienza delle cancellerie internazionali sulla necessità di attuare una politica comune per la pacificazione del Paese, laddove dovesse realmente essere implementata, dovrà essere considerata solo il primo step di un’azione che andrebbe allargata a tutto il Nord Africa.

 

Crediti immagine: Getmilitaryphotos /Shutterstock

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0