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11 settembre 2018

La nuova pelle dell’Isis

di Michele Chiaruzzi

«Non ce ne andremo più [dalla Siria] alla fine di quest’anno, bensì continueremo a restare fino a quando non otterremo una sconfitta duratura [del Daesh]». Questa dichiarazione di James Jeffrey, rappresentante speciale per la Siria del governo statunitense, restituisce l’ambigua condizione attuale del cosiddetto “Stato islamico”. Da un lato, le parole di Jeffrey certificano la sconfitta attuale nel quadrante mediorientale dei farneticanti disegni dei protagonisti di quel progetto politico, emerso come residuo nocivo della destrutturazione politica originata dalla guerra in Iraq e in Siria. Dall’altro, significano che il Daesh costituisce ancora un fattore di calcolo tattico nelle equazioni politiche delle potenze che si confrontano manu militari in Medio Oriente. Ciò non sorprende affatto: il Daesh è sempre stato una pedina soggetta al confronto strategico per ridefinire le sfere d’influenza nella Siria dilaniata dalla guerra e nell’Iraq martoriato. La sua stessa esistenza è coeva alla guerra: nell’inizio della guerra si trova la sua nascita e nella fine della guerra si troverà la sua morte – la “sconfitta duratura” evocata da Jeffrey.

È dunque il contesto bellico ciò che permette ancora la residuale sopravvivenza del Daesh in Medio Oriente, ormai più come oggetto passivo che come soggetto attivo. Dopo sette anni di guerra siriana e quasi il doppio in Iraq, non resta nulla del progetto del Daesh. Restano solo le tracce di morte, distruzione e terrore disseminate a più non posso e una presenza ormai letteralmente marginale. I suoi piani di conquista e ridefinizione territoriale – appunto lo “Stato islamico” – sono stati inconsistenti ed effimeri. I suoi miliziani sono stati spazzati via dai soldati degli Stati “veri”, quelli con gli eserciti, l’aviazione, la marina che ancora si confrontano a Idlib e altrove. A quel confronto militare, ovvero a quel contesto politico, è legato il destino degli ultimi avanzi del fallimentare Daesh, ridotto a un fantasma politico: la sorte della Siria dipende da potenze esterne, idem quella del Daesh.

È altrove, in Asia Centrale, che oggi ricompare con qualche vigore il nome di quel fantasma, la sigla transnazionale dell’Isis divenuta celebre grazie alla campagna terroristica condotta negli anni addietro e riprodotta a livello globale da una magistrale e coreografica propaganda. Lacerato da quarant’anni di guerra consecutiva, l’Afghanistan è l’habitat naturale per la riproduzione di qualsiasi germe di violenza a rischio d’estinzione. Cosicché non deve sorprendere che porzioni significative di quel territorio siano oggi controllate da milizie locali che a quella sigla ricorrono per legittimare la propria partecipazione al grande massacro. Da questo punto di vista la scena siriana si ripete con attori in parte uguali e in parte differenti bensì con logica analoga. Da un lato le potenze esterne, incancrenite sul fronte afghano: Stati Uniti e alleati, Russia, Pakistan, Iran, India. Dall’altro combattenti locali in conflitto tra loro per entrare nell’equazione politica definita da quelle potenze: l’ex minaccia assoluta detta Taliban e, appunto, un sedicente Isis, novello attore sulla scena locale. Cosicché, ad un osservatore ingenuo, le parole di Jim Mattis, segretario alla Difesa degli Stati Uniti giunto in Afghanistan pochi giorni fa, potrebbero quasi sembrare grottesche: «Sia i Taliban che l’alleanza della NATO a sostegno dell’alleanza afghana [sic] vedono l’Isis sotto la stessa luce. Per questo è probabile che continueranno a combattersi e noi continueremo a colpire duramente l’Isis». La guerra, si sa, è un camaleonte. Il Daesh, o Isis, o “Stato islamico”, lo è altrettanto, pronto a mutare pelle nel tipico tentativo di tutte le organizzazioni di sopravvivere alla propria estinzione.


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