12 giugno 2017

La partita europea nelle elezioni inglesi

di Nicolò Carboni

Doveva essere la notte di Theresa May, l’incoronazione di una leader che, per il Partito conservatore, avrebbe dovuto condurre il Regno Unito verso l’alba di una nuova era thatcheriana. La serata invece s’è chiusa con 12 seggi in meno per i Tory (che non hanno più la maggioranza assoluta a Westminster) e 31 deputati in più per il Partito laburista. Jeremy Corbyn, l’ineleggibile, il residuato di un passato fin troppo rosso per la generazione cresciuta con Tony Blair, ha sfiorato il miracolo, fermandosi a un’incollatura da Downing Street.

I risultati stupiscono, certo, ma sarebbe un errore leggerli in un’ottica prettamente domestica o come uno scontro classico fra politiche di destra e proposte progressiste. Come già nello scontro Macron/Le Pen il vero tema che, seppur in maniera più carsica rispetto alla Francia, ha dominato lo scenario rimane l’Unione Europea o meglio, il rapporto di quel particolare Paese con Bruxelles.

Dopo il referendum dello scorso anno e l’inizio dei negoziati per la Brexit la Gran Bretagna ha subito pressioni inattese: da un lato la grande industria e la finanza internazionale hanno fatto capire al governo di volere soluzioni stabili, in poche parole l’accesso senza condizioni al mercato unico, dall’altro i cittadini hanno - forse per la prima volta - avuto contezza degli oggettivi limiti del loro governo nella dura trattativa con i 27 Stati (ancora) membri della UE.

A queste due forze parallele si sono aggiunte le convulsioni del Partito conservatore ancora stretto fra le istanze dei brexiteers più rocciosi e i fautori di un approccio morbido.

Jeremy Corbyn ha molto intelligentemente evitato di far campagna su questo tema (su cui, peraltro, ha sempre avuto posizioni abbastanza ambigue) concentrandosi, invece, su una piattaforma paragonabile in parte a quella di Bernie Sanders e Jean-Luc Melénchon. In questo modo ha raccolto attorno alla sua proposta buona parte del voto giovanile, delle classi inurbate e, in misura minore, di quel proletariato periferico sedotto e abbandonato dallo Ukip (che crolla dal 12% del 2015 a un anemico 1,85%).

Nonostante la deludente prestazione elettorale Theresa May ha, però, già iniziato le consultazioni per la formazione del nuovo esecutivo (grazie a un accordo di non sfiducia con la destra irlandese) ma tutti i problemi che queste elezioni avrebbero dovuto risolvere rimangono sul tavolo e, se possibile, si sono ingigantiti. Con un tweet abbastanza affilato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk a urne ancora calde ha ricordato al governo di Sua Maestà che «non sappiamo ancora quando inizieranno i negoziati [per la Brexit] ma sappiamo già quando devono finire» chiudendo, almeno per ora, a qualsiasi procrastinazione ulteriore. Nel complesso il già accidentato sentiero che dovrebbe portare - entro il 2019 - all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea oggi è diventato più simile a un percorso alpinistico: i pochi appigli disponibili continuano a diminuire e il tempo passa inesorabile.

Come se non bastasse pure gli scenari al di qua della Manica e in America sono molto diversi rispetto a un anno fa: la Francia si è liberata di un presidente debole e ormai privo di capitale politico in favore di un trentanovenne, Emmanuel  Macron, che vede nell’Europa la nuova frontiera della grandeur repubblicana, mentre in Germania Angela Merkel si avvia a una trionfale rielezione immediatamente dopo l’estate; intanto Donald Trump, che, almeno nei progetti del Foreign Office, avrebbe dovuto essere il grande alleato del Regno Unito, si trova a dover fronteggiare una grave crisi interna e almeno due minacce di portata potenzialmente mondiale (le tensioni fra i Paesi del Golfo e le ambizioni nucleari nordcoreane) che, per forza, terranno la Casa bianca lontana dal fronte europeo.

Theresa May, nonostante lo stile meno pirotecnico, pare in definitiva aver commesso lo stesso errore di David Cameron, affidando il suo personale destino, ma pure il futuro del Regno Unito, a una grave scommessa elettorale. Entrambi pensavano di poter governare sia le pulsioni popolari che i sussulti del partito ed entrambi ne sono stati inesorabilmente travolti. Le elezioni dell’8 giugno sono state con tutta probabilità solo la tappa intermedia di un percorso di assestamento politico iniziato col referendum e non ancora concluso; le Isole britanniche approderanno a una sorta di “nuova normalità” solo a partire dal 2019 quando, forse, la crisi esistenziale iniziata con la Brexit arriverà alla conclusione e il Regno Unito avrà deciso cosa fare di sé stesso.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0