10 ottobre 2017

La partita tutta politica di Macron sui cantieri di Saint-Nazaire

di Stefano Carpentieri

Il cittadino d’Oltralpe appena arrivato in Italia sarebbe probabilmente sorpreso dal numero delle insegne francesi presenti nello stivale. Ormai da anni le società francesi si sono appropriate di una parte rilevante della grande distribuzione in Italia, sia nell’ambito dell’alimentazione (Auchan e Carrefour), sia in quello del fai da te e del bricolage (Leroy Merlin e Bricoman), sia, infine, in quello dello sport (Dechatlon). La “francesizzazione” del mercato, del resto, non si ferma al commercio al dettaglio: la BNP e il Crédit agricole fanno a gara nel rilevare banche italiane in difficoltà, diffondendosi così in modo sempre più capillare. Senza considerare che nel 2016 Parmalat è entrata a far parte di Lactalis e che anche l’industria del lusso sta cedendo al potere d’acquisto d’Oltralpe, con l’acquisizione di Bulgari da parte del  gruppo LVMH.

Si tratta, in fondo, di uno dei vantaggi della mondializzazione e della cooperazione economica europea: il libero mercato facilita le acquisizioni e le espansioni, il che in molti casi permette la sopravvivenza di realtà locali (per molti istituti di credito, ad esempio) e la conservazione di posti di lavoro.

Il libero mercato è, tuttavia, libero solo in parte. Ogni Paese ha, infatti, ancora la possibilità di opporsi all’acquisizione di imprese presenti sul suo territorio di cui riconosce il valore strategico, ed è disposto, per farlo, ad affrontare lunghissime e difficili trattative. È questo il caso della mancata acquisizione, da parte del gruppo italiano Fincantieri, delle quote azionarie della società sudcoreana STX relative alla gestione dei cantieri di Saint-Nazaire, uno dei tormentoni mediatici della scorsa estate, da poco risolto con un accordo definito “elastico” dai media di entrambi Paesi.

Saint-Nazaire è una cittadina della costa atlantica, che da più di 150 anni ospita i cosiddetti Cantieri dell’Atlantico, fondati da Napoleone III nel 1861, quando la città bretone contava circa 1000 abitanti. Da allora i cantieri hanno prodotto 120 navi e svariati navigli militari, oltre a numerose petroliere. Nel 2003 a Saint-Nazaire venne costruita anche la Queen Mary 2, celebrata come la nave più lunga del mondo.

Nonostante il loro essere punto di riferimento nel settore a livello internazionale, i cantieri sono passati di mano in mano fino a essere acquistati nel 2007 dalla società sudcoreana STX Offshore & Shipbuilding. In questa fase lo Stato francese è entrato nell’azionariato delle società, appropriandosi del 33% del portfolio, in teoria per difendere i lavoratori francesi, in pratica, per controllare le future acquisizioni.

I Cantieri Atlantici mantengono tuttora un buon livello produttivo; basti pensare all’ultimo grosso ordine ricevuto: quattro vascelli da parte della MSC Crociere. Eppure il 3 gennaio 2017 il Tribunale del commercio di Seoul ha decretato la liquidazione giudiziaria del gruppo STX, offrendo l’occasione all’italiana Fincantieri di farsi avanti per acquisirne il controllo per la somma di 79,5 milioni di euro.

Dopo mesi di trattative con l’allora governo Hollande, Fincantieri era riuscita a ottenere un accordo che le assicurava la maggioranza azionaria italiana in cambio di forti garanzie per la tutela dei lavoratori francesi. Tutto sembrava andare per il meglio fino al luglio del 2017, quando il neo presidente Macron ha sorpreso le piazze commerciali e le borse di tutta Europa annunciando la nazionalizzazione temporanea dei cantieri e facendo così naufragare tutte le precedenti trattative e crollare il valore delle azioni di Fincantieri. Una mossa alquanto inattesa da parte di un leader che, durante la campagna presidenziale, era stato spesso descritto dai suoi oppositori come il portabandiera del capitalismo deregolamentato e del libero mercato.

Eppure, da questa forte presa di posizione Macron non aveva molto da perdere. Basta incrociare alcuni dati per vedere che Saint-Nazaire ha un valore ben maggiore di quello degli attuali natanti in produzione. Il 5 settembre 2014 l’Italia, la Francia e gli altri membri della NATO che partecipavano al Wales Summit in Inghilterra, annunciarono l’intenzione di impegnare fino al 2% del loro PIL in spese militari. Saint-Nazaire è, a oggi, l’unico cantiere con il know-how necessario alla costruzione di chiglie per portaerei a propulsione nucleari.

Secondo un rapporto pubblicato dall’Associazione internazionale delle compagnie di crociera (CLIA, Cruise Lines International Association) nel 2016, inoltre, la domanda di navi da crociera aumenterà sensibilmente nei prossimi anni: sono infatti già 56 le navi ordinate da oggi sino al 2024 e potrebbero arrivare fino a 70 se si crede alle lettere di intenti e alle opzioni prospettate dai gruppi marittimi. Saint-Nazaire, in quanto polo di eccellenza, potrebbe ragionevolmente aspirare ad avere un carnet d’ordini riempito.

Ma il vero vantaggio per Macron è stato politico. A pochi mesi da un’elezione estremamente polarizzata, con un’agenda di riforme difficili, prima fra tutte quella sul lavoro, l’occasione per erigersi a difensore della piccola eccellenza francese contro la globalizzazione era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire. Una mossa che gli è valsa il plauso del mondo politico francese, finanche del suo più agguerrito oppositore, Jean-Luc Mélenchon.

Sull’altro piatto della bilancia vi era il rischio di compromettere i rapporti con l’Italia, peraltro già tesi a causa della mancata apertura franco-europea agli appelli italiani per una gestione comune dei flussi migratori provenienti dal mar Mediterraneo. Un rischio ben calcolato: da una parte il governo Macron, fresco di elezioni presidenziali e parlamentari vittoriose, dall’altro il governo Gentiloni, terzo governo di una legislatura iniziata nel 2013, più diretto verso il bilancio finale che propenso a condurre nuove battaglie.

Infatti, dopo altri tre mesi di trattative, un accordo è stato infine trovato. Un accordo “elastico” che in pratica consegna la maggioranza azionaria (51%) alla parte italiana, anche se sulla carta Fincantieri sarà proprietaria solamente del 50% della società, con la quota residua divisa tra lo Stato francese (34,34%) e altri azionisti minoritari. L’elasticità si fonda sulla cessione temporanea di un 1% che lo Stato francese riconosce a Fincantieri, rendendo, di fatto, la società italiana maggioritaria. Questo “prestito”, della durata limitata di 12 anni, presuppone un’agenda di incontri scadenzati per valutare l’andamento dei Cantieri Atlantici. Per ora il gruppo italiano detiene la maggioranza dei dividendi e il controllo operativo della società, ma, nel caso in cui gli impegni presi non fossero rispettati o gli obiettivi prefissati non raggiunti, Fincantieri perderebbe la maggioranza azionaria e potrebbe anche essere costretta a rivendere la sua quota.

Altro elemento fantasioso di questo accordo è stato l’inserimento del gruppo pubblico militare Naval che, con solo il 15%, detiene un potere di veto su tutte le decisioni riguardanti le commesse militari.

Difficile stabilire chi risulterà vincitore da un punto di vista finanziario. Politicamente invece non ci sono dubbi: Emmanuel Macron da questa vicenda ha tratto tutti i vantaggi che ne poteva trarre.


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