26 febbraio 2019

La protesta degli scienziati in Ungheria

Il 12 febbraio, centinaia di scienziati e ricercatori ungheresi, insieme ad altri cittadini comuni, hanno formato una lunga catena umana intorno alla Accademia delle scienze di Budapest, in un simbolico abbraccio protettivo alla più importante istituzione scientifica del Paese. Sono molti mesi che la comunità scientifica magiara – e non solo quella magiara – denuncia un attacco da parte del governo di Orbán, e già a giugno un editoriale comparso su Nature consigliava di monitorare la situazione, ma nelle ultime settimane il conflitto si è fatto ancora più pesante: il timore di una perdita di autonomia si sta concretizzando in modo sempre più palese.

 

I mesi precedenti

Il primo passo è stato, nell’aprile 2017, l’emanazione del Nuovo ordinamento dell’Istruzione superiore, che stabilisce che le università straniere possono avere sede in Ungheria solo se in possesso di una sede anche nel Paese di provenienza. Tale provvedimento, presentato dal governo come una misura di contrasto alla “concorrenza sleale” operata dalle istituzioni straniere a danno delle ungheresi, ha colpito però soltanto la Central European University (CEU), l’università privata fondata da George Soros, da sempre in contrasto con Orbán, che era l’unica tra le numerose istituzioni di formazione straniere presenti nel Paese a non possedere i requisiti richiesti. Nonostante la tempestiva apertura di un campus a New York, e nonostante le proteste sollevate dalla comunità scientifica che considerava la nuova normativa un’evidente violazione della libertà accademica, alla fine del 2018 la CEU è stata costretta ad annunciare il suo trasferimento a Vienna, privando così l’Ungheria di un prezioso polo intellettuale.

Nel maggio-giugno del 2018, il governo ha dato poi vita a un ampio piano di riforma nel settore della ricerca e dell’università, con lo scopo dichiarato di promuovere l’innovazione e rendere più competitivo il Paese. Il 18 maggio è stato istituito il ministero della Innovazione e della Tecnologia, con a capo László Palkovics, a cui è stata trasferita la gestione della maggior parte del notevole budget dell’Accademia delle scienze, che fino ad allora, dalla caduta del comunismo, lo aveva amministrato autonomamente e, secondo Nature, in modo molto efficace, con progetti di ricerca di profilo internazionale. L’Accademia coordina una gran numero di altri istituti e da essa dipendono circa 5000 studiosi, alcuni di grande autorevolezza scientifica, come il matematico László Lovász, che ne è presidente dal 2014.

Poco dopo, infine, altrettanta preoccupazione ha destato il licenziamento del direttore dell’Ufficio nazionale per la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione, il fisico József Pálinkás, che ha ricoperto l’incarico per tre anni, dopo essere stato a sua volta presidente dell’Accademia dal 2008 al 2014; Pálinkás ha contribuito a creare un piano per finanziare la ricerca di base e applicata, per promuovere la creazione di nuovi laboratori di eccellenza, per indurre gli scienziati a non abbandonare il Paese e per richiamare in patria i molti talenti già emigrati.

In tutti questi mesi gli studiosi hanno ripetutamente manifestato la loro preoccupazione riguardo alle reali intenzioni del governo, temendo, in area scientifica, una sottrazione di fondi alla ricerca di base per privilegiare quella applicata a scopo industriale e, in area umanistica, un controllo ideologico di tipo autoritario. Inoltre, pressoché nullo, dicono gli studiosi, è stato il loro coinvolgimento in tale piano di rinnovamento.

 

Le ultime settimane

Dal 1° gennaio, il ministero trattiene ogni spesa destinata al mantenimento dell’Accademia e si limita a erogare gli stipendi, in attesa di una annunciata riorganizzazione amministrativa che dovrebbe avvenire entro marzo. Il 31 gennaio, però, è stata comunicata la decisione di deviare 17 miliardi di fiorini (60,2 milioni di dollari), destinati originariamente a pagare i costi di gestione dell’Accademia, su un bando di 27 miliardi di fiorini, guidato dal ministero. I ricercatori dell’Accademia, insieme a quelli di altre istituzioni nazionali concorrenti, avranno tempo fino al 28 febbraio per presentare i loro progetti di ricerca e attingere così, in sostanza, ai fondi che alla loro istituzione erano originariamente già destinati. Gli studiosi contestano dunque i tempi ridicolmente stretti che il governo ha loro concesso, con il chiaro intento a loro parere di privilegiare i programmi di suo maggiore gradimento, nonché l’illegittimità della sottrazione dei fondi e la mancanza di trasparenza sui criteri di attribuzione.

Nelle ultime settimane si sono così moltiplicati gli appelli alla comunità internazionale e al governo. La minaccia di una privazione di indipendenza nella ricerca, di un abbassamento della sua qualità, di una nuova ondata di “fuga di cervelli” che si era faticosamente riusciti far rientrare, della perdita di partenariati europei e internazionali si fa sempre più angosciosa.

 

Crediti immagine:  Zoltan Galantai / Shutterstock.com

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