21 novembre 2016

La reazione dell’Europa all’elezione di Trump

di Nicolò Carboni

L’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca sarà formale solo dal prossimo 20 gennaio, ma l’onda d’urto delle elezioni americane ha già scosso più di una cancelleria. A Bruxelles, in particolare, Jean Claude Juncker - in teoria controparte diretta del successore di Obama - si è distinto per un commento alquanto scomposto dichiarando , a poche ore dalla chiusura dei seggi, che con Trump “perderemo due anni per spiegargli come funziona l’Europa”.

L’ironia usata dal capo della Commissione Europea in realtà nasconde una preoccupazione neppure troppo sottaciuta, ovvero che l’Unione, già messa a durissima prova da difficoltà di governance e crisi dei migranti, perda la fondamentale sponda transatlantica. Non è un mistero infatti che l’amministrazione Obama ha cercato un dialogo diretto con Bruxelles superando almeno parzialmente la normale logica delle relazioni internazionali fra America e Stati Europei.

A tratti è stato proprio l’intervento americano a scongiurare scenari potenzialmente catastrofici: Timothy Geithner, già chair della Fed di New York e segretario al Tesoro durante il primo mandato di Obama, nella sua autobiografia Stress Test racconta in maniera dettagliata come la Casa Bianca impedì una manovra europea che puntava a far cadere il governo Berlusconi nel 2010 mentre, all apice della crisi greca, fu una telefonata di Obama alla cancelliera Merkel che convinse i falchi di Berlino a concedere una tregua ai negoziatori greci.

Se guardiamo solo all’anno in corso l’ormai ex presidente americano si è speso a sostegno della campagna contro la Brexit e, recentemente, ha lodato l’impegno riformatore dell’attuale governo italiano. Insomma, l’America di Obama ha tentato in ogni modo di limitare le spinte centrifughe europee e, al tempo stesso, rafforzare la storica partnership atlantica con l’inizio dei negoziati per il TTIP.

Naturalmente l’attivismo di Washington non era dettato solo dall’idealismo liberal, ma serviva in maniera molto pragmatica a mantenere il blocco europeo al riparo dalle tentazioni russe, in particolare costringendo la Germania a rinunciare al suo rapporto privilegiato con Mosca.

Le gracili istituzioni di Bruxelles avevano trovato nel potente alleato americano un argine sicuro alle derive degli Stati membri sapendo che, nel momento del bisogno, l’America sarebbe intervenuta (come accadde nel caso greco) convincendo addirittura Berlino a pensare al più alto bene dell’unità in luogo di meri calcoli nazionali.

Con Trump questo complesso sistema di pesi e contrappesi salta, o quantomeno finirà nel congelatore per un po’. In campagna elettorale l’ex magnate non ha brillato per chiarezza riguardo alle sue intenzioni geopolitiche e, se escludiamo il momento folkloristico in cui ha definito il Belgio “una bella città”, non è apparso neppure troppo interessato a quello che avviene nel Vecchio Continente. I suoi generici riferimenti a una riduzione dell’impegno americano nella NATO però sono bastati per spaventare i Paesi baltici, in particolare la Lettonia che si vede sempre più simile, per numero di abitanti e composizione etnica, alla Crimea. In quest’ottica l agenda di Bratislava e le dichiarazioni dell’alto rappresentante Mogherini assumono un significato del tutto nuovo: un sistema europeo di difesa comune appare non più rinviabile ma ci sarà da mediare, trovando il giusto bilanciamento tra i fautori di un modello totalmente integrato e chi invece desidera un coordinamento militare flessibile che comunque lascia l’ultima parola ai comandi nazionali.

Sul fronte commerciale la situazione, per quanto grave, appare più leggibile: Trump vuole rivedere, se non addirittura abolire, il trattato NAFTA, e bloccherà sicuramente sia l’accordo transpacifico che quello transatlantico. Il de profundis del TTIP risuonava già da qualche mese, soprattutto dopo le convulsioni legate all’approvazione del non dissimile trattato UE/Canada, ma le parole di Trump hanno cancellato ogni residua speranza.

Pure il capitolo Brexit rischia di aggrovigliarsi, se possibile, ancora di più: Trump ha annunciato che Theresa May sarà il primo capo di governo europeo che vorrà incontrare dopo l’insediamento, mentre Boris Johnson è notoriamente in ottimi rapporti con il Partito Repubblicano tanto da aver ricevuto una telefonata da Pence pochi minuti dopo l’annuncio ufficiale della vittoria e, come se non bastasse, per ora l’unico politico non americano ad aver incontrato il presidente eletto è Nigel Farage. La speranza neppure troppo velata di Londra è che una Casa Bianca a trazione Trump rispolveri la vecchia relazione speciale fra Regno Unito e America, dando al governo britannico un’inattesa mano nei negoziati per l’uscita dall’Unione Europea. Con gli Stati Uniti contro sarebbe molto difficile per la Commissione imporre una “Brexit dura”, mentre il rischio di isolamento internazionale che molti sostenitori del remain avevano prospettato appare improvvisamente meno probabile.

L’amministrazione Trump, insomma, rischia di diventare l’ennesimo elemento di tensione sulle spalle di un’Unione Europea sempre più affaticata; rilette in questo quadro le parole di Juncker smettono di apparire ironiche e suonano come un grido d’allarme. Se l’America di Trump si scoprirà isolazionista, l’Unione Europea potrebbe mettere in cima alla sua agenda la difesa comune e ricostruire da zero un nuovo approccio al commercio internazionale, senza contare i rischi legati alla crisi ucraina, i difficili rapporti con la Turchia e le mai superate difficoltà strutturali dell’Eurozona.

I padri fondatori sostenevano che l’Unione Europea avanza solo in presenza di gravi crisi. Le contingenze ora ci sono, resta da vedere se la volontà politica seguirà.

 


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