15 ottobre 2019

La rinascita dell’estrema destra in Germania

di Giorgia Bulli

L’attentato alla sinagoga di Halle risveglia in Germania mai sopiti timori sulla rinascita dell’estrema destra nelle sue manifestazioni partitiche e organizzative-culturali. Si tratta di un timore fondato, se consideriamo la sequenza di recenti attacchi di matrice estremista di destra nel Paese. Non più tardi del mese di giugno del 2019, un noto esponente della CDU del Land dell’Assia, presidente del governo regionale di Kassel, Walter Lübcke, era stato assassinato nel giardino della propria abitazione. La confessione dell’attentatore ‒ che aveva dichiarato di avere agito da solo ‒ confermava i sospetti sulla natura politica dell’omicidio. Stephan E., questo il nome dell’omicida, era noto alle autorità giudiziarie per il suo passato di militanza violenta nelle organizzazioni partitiche e non partitiche dell’estrema destra dell’Assia. Proprio per questo, la lettura del “lupo solitario” non aveva convinto né gli inquirenti, né l’opinione pubblica, ormai abituata al confronto con la crescita di atti violenti e simbolici dell’estrema destra tedesca.

Come rivelato da numerose ricerche, infatti, l’aumento della violenza politica di estrema destra si esprime non solo in attacchi come quelli di Halle e Kassel, ma in una serie di attività perpetrate da organizzazioni gruppuscolari, i cui obiettivi sono principalmente gli oppositori politici, le minoranze etniche, le confessioni religiose. Secondo l’ultimo rapporto curato dal ministero dell’Interno per la Protezione della Costituzione (Verfassungsschutzbericht), il 2018 è stato caratterizzato da un netto aumento degli atti violenti contro immigrati e richiedenti asilo e da una recrudescenza dell’antisemitismo.

Sul primo versante, occorre ricordare quelli che sono passati alla cronaca come i fatti di Chemnitz, dove nell’agosto del 2018 la morte di un cittadino tedesco nel corso di una rissa con un cittadino siriano e uno iracheno aveva scatenato una serie di manifestazioni violente contro gli immigrati. I giorni delle manifestazioni a Chemnitz avevano dimostrato la grande capacità di mobilitazione delle organizzazioni di estrema destra, che nel giro di poche ore erano riuscite a far convergere nella piccola città sassone quasi un migliaio di militanti, che al grido di “Wir sind das Volk!” (il popolo siamo noi!”) avevano dato luogo a una “caccia all’uomo” contro i migranti contrastata a stento dalla polizia. Il picco della partecipazione era stato raggiunto nella giornata della manifestazione organizzata dalla rete civica di tendenze estremiste PRO-CHEMNITZ, alla quale avevano partecipato circa 6.000 persone. Il mese successivo, un’analoga situazione si era verificata a Köthen, nella Sassonia Anhalt, con conseguenze meno drammatiche grazie all’intervento stavolta tempestivo della polizia. Per quanto riguarda l’antisemitismo, il rapporto del ministero dell’Interno segnala una crescita del numero di atti riconducibili all’agitazione della destra estrema rispetto al 2017, ed evidenzia il carattere prevalentemente antisionista e la ripresa dei miti del complotto antisemita nella prevalente retorica dell’estrema destra.

Le reazioni politiche all’attacco di Halle, oltre alla condanna della violenza, denunciano il clima di radicalizzazione della retorica del partito populista di destra della AfD (Alternative für Deutschland,Alternativa per la Germania’). Il ministro degli Interni Seehofer (CSU), dopo aver definito una «vergogna» per la Germania l’attentato, si è allineato alle dichiarazioni del ministro dell’Interno del Land della Baviera, Joachim Herrmann (CSU), che aveva individuato in alcuni esponenti della AfD i responsabili morali del crescente antisemitismo. In particolare, Hermann aveva puntato il dito sulla figura di Björn Höcke, noto esponente del partito populista di destra della Turingia e rappresentante dell’ala destra radicale della formazione partitica.

Limitare alle recenti agitazioni anti-immigrazione della AfD, al pronunciato anti-islamismo del movimento sociale di destra di PEGIDA e alla capacità di mobilitazione giovanile di formazioni più recenti come il Movimento identitario (IB, Identitäre Bewegung) la responsabilità della recrudescenza delle manifestazioni dell’estrema destra in Germania è però una lettura solo parziale.

Lo dimostra, andando a ritroso, l’esistenza di una rete terroristica, i cui atti violenti sono stati a lungo attribuiti ad un regolamento di conti tra bande di migranti turchi. La serie di omicidi compiuti tra il 1997 e il 2006 in varie città tedesche era stata in realtà organizzata dalla formazione di estrema destra della NSU (Nationalsozialisticher Untergrund, ‘Clandestinità nazionalsocialista’), della cui esistenza i servizi segreti erano al tempo al corrente. Nel 2011, lo scandalo legato alle rivelazioni che le indagini sul caso erano state ostacolate proprio dall’azione di agenti dei servizi segreti tedeschi, aveva riaperto le polemiche sulla natura della lotta della Repubblica federale tedesca all’estremismo di destra. Le accuse rivolte alle istituzioni partitiche, ma soprattutto ai vertici della polizia, di essere “cieche dall’occhio destro” si è così rinvigorita, coinvolgendo le più alte sfere della politica tedesca. All’indomani dei fatti di Chemnitz, il responsabile dell’ufficio federale per la protezione della Costituzione, il capo dei servizi segreti – Hans-Georg Maaßen –, era stato infatti rimosso dall'incarico a causa di dichiarazioni che ridimensionavano la portata delle manifestazioni antimigrazione avvenute a Chemnitz.

L’emergere a intervalli regolari ‒ fin dai primi anni della storia della Repubblica federale tedesca ‒ delle polemiche sulla contiguità con l’estrema destra di importanti figure istituzionali è indice della talvolta contraddittoria dottrina costituzionale tedesca della “democrazia militante”, che individua tra i propri nemici interni gli estremismi di destra e di sinistra. Il contrasto alla riemersione dell’estrema destra, avviato con la messa al bando negli anni Cinquanta del partito di chiare ispirazioni neonaziste dell’SRP (Sozialistische Reichspartei, ‘Partito socialista del Reich’), si è sviluppato nel corso dei decenni con una politica fatta di integrazione del potenziale di estrema destra – certamente non dissolto improvvisamente dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale – ad opera delle principali forze politiche conservatrici, e una capillare opera di controllo delle variegate manifestazioni estremiste condotta dagli organi di protezione della Costituzione.

L’attuale panorama di convivenza tra un partito populista di destra, le cui ali nazionaliste più radicali dialogano con le componenti culturali della Nuova destra tedesca, e una miriade di formazioni piccole e fluide la cui natura spazia dalle simpatie neonaziste alla ripresa delle tradizioni völkisch, rappresenta una sfida con la quale la Germania si confronta da decenni. Varie forme di mobilitazione ‒ dalla classica competizione partitica al reclutamento di giovani militanti attraverso la fitta rete dell’offerta musicale ‒ si combinano con le possibilità offerte dalla digitalizzazione dell’attivismo politico in rete. In questo scenario, l’opera di sorveglianza costituzionale non sarà da sola sufficiente a reprimere un fenomeno radicato ‒ ancorché minoritario ‒ nella cultura politica tedesca, che si nutre di elementi ricorrenti, dall’antisemitismo alla polarizzazione politica del dibattito sull’accoglienza o il rifiuto di migranti e richiedenti asilo.

 

Immagine: Dimostrazione dell’Afd, Chemnitz, Germania (1 settembre 2018). Crediti: knipsdesign / Shutterstock.com

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