05 settembre 2017

La rivolta degli sciiti in Arabia Saudita

di Sebastiano Caputo

Quella che i musulmani chiamano fitna, lo scontro plurisecolare tra sunniti e sciiti rinnovatosi nel terzo millennio con l’ascesa geopolitica della Repubblica islamica dell’Iran, sta esplodendo anche dentro le mura del Regno saudita. In realtà sono anni che la minoranza seguace di Alì – che rappresenta il 15% di una popolazione di oltre 27 milioni di persone e vive prevalentemente nelle regioni orientali ricche di petrolio di al-Qatif e al-Hasa – viene discriminata e si ritiene oppressa politicamente dalle autorità di fede wahhabita. Le prime sollevazioni antigovernative erano cominciate nel 2011 sulla scia delle primavere arabe, poi, col passare dei mesi, a causa dell’intervento coatto delle Aquile di Nayef (polizia reale), hanno perso afflato. Uno scenario simile a quello generato dal movimento di protesta in Bahrein – Paese a maggioranza sciita – dove di fatto prevalse il sistema di repressione saudita condito da un versamento di 1000 dinari, circa 1700 dollari, per ogni famiglia.  

Dopo un periodo di apparente calma, il conflitto interno all’Arabia Saudita si è riacceso all’improvviso tra maggio e agosto di quest’anno. Tutto è iniziato il 2 gennaio del 2016 quando la monarchia assoluta saudita ha fatto decapitare la personalità più influente dell’universo sciita nel Golfo, lo sceicco Nimr Baqr al-Nimr, tra l’altro, un fermo sostenitore dell’approccio non violento. Il suo sermone più famoso, quello pronunciato il 7 ottobre del 2011, in un venerdì di preghiera, nel bel mezzo delle prime insurrezioni nella parte orientale, denunciava chiaramente la condizione degli sciiti nella penisola arabica e in qualche modo profetizzava la sua personale sorte: «dal giorno in cui sono nato fino ad oggi non mi sono mai sentito sicuro o protetto in questa nazione, si viene sempre accusati di qualcosa, si è sempre sotto minaccia, persino il capo dei servizi di sicurezza mi ha confessato di persona che tutti gli sciiti dovevano essere uccisi». Così dopo la morte del Sheik, unico rappresentante legittimo e autorevole nel Paese, non c’è stata alcuna possibilità di dialogo tra lealisti e antigovernativi e il 10 maggio 2017 è scoppiata nuovamente la rivolta. Epicentro ne è stato il quartiere di al-Mosara situato nel centro storico della cittadina di Awamiyah e presentato dai mass media governativi come luogo di attività terroristiche, di mercato nero e spaccio di droga. Così nelle ultime settimane è stato definitivamente occupato e sigillato dalle forze di sicurezza saudite andando de facto a colpire i residenti, tutti seguaci di Alì. 

Dietro questa decisione del governo di Riad, che prevede un presunto piano di riqualificazione del quartiere per la costruzione di centri commerciali e sportivi, sembra nascondersi una precisa strategia volta a ridurre il peso demografico degli sciiti nell’area e a mettere la parola fine all’ondata di proteste da parte della popolazione. Le informazioni che arrivano sono poche e filtrate, mentre ai giornalisti stranieri non è possibile visitare quelle zone liberamente; tuttavia, alcune fotografie scattate da attivisti locali e residenti mostrano scenari desolati: interi edifici distrutti dai bulldozer, presenza di cecchini col preciso ordine di sparare, ma soprattutto il trasferimento forzato di larga parte dei cittadini (secondo il quotidiano Indipendent dei 30.000 abitanti soltanto 5000 sarebbero riusciti a rimanere nelle loro case). Senza dimenticare i manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza, così come i 14 sciiti in attesa di esecuzione nelle carceri del Paese con l’accusa di terrorismo. 

La brutalità della monarchia non fa altro che mostrare la sua oggettiva debolezza di fronte a una situazione che sembra stia sfuggendo di mano. Alcuni analisti della regione non escludono la possibilità di una guerra civile in Arabia Saudita, in cui governo, invece, punta il dito contro l’Iran, colpevole, a suo dire, di fare pressione sulla minoranza sciita. In realtà, mai come oggi la famiglia reale saudita è spaccata al suo interno. La decisione del re Salman, per la prima volta dalla creazione del regno, di indicare come erede al trono il figlio Mohammed (avuto dalla terza moglie Fahda bint Falah bin Sultan bin Hathleen) e non un suo fratello discendente diretto del padre fondatore della nazione Abd el-Aziz ibn Saud è stata fortemente criticata. A ciò si aggiungono il fallimento della politica estera in Siria ed Iraq, con la sconfitta delle milizie filowahabite, e le gravi difficoltà militari incontrate in Yemen nella guerra contro i ribelli Huthi. 

 


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