24 febbraio 2017

La sinistra francese, tra difficili eredità e nuovi modelli

di Stefano Carpentieri

Mentre molti studiosi europei e americani si interrogano sull’affermarsi sulla scena politica di nuovi modelli di conservatorismo, in tutto l’Occidente la sinistra affronta sfide diverse per mantenere la sua centralità. In Francia, dopo cinque anni dal bilancio alquanto dubbio, la sinistra si è rimessa in gioco per recuperare una maggiore credibilità.

Ancora una volta i risultati delle primarie hanno stravolto i pronostici. Il vincitore assoluto di entrambi i turni, infatti, è uno di quelli sui quali nessuno avrebbe puntato: Bénoit Hamon.

Col senno di poi la vittoria del deputato delle Yvelines (uno dei dipartimenti francesi) sembra scontata. Hamon, pur essendo nato e cresciuto politicamente nel PS (Parti Socialiste) e aver preso parte al governo di François Hollande in qualità di ministro dell’Educazione nazionale, se n’è rapidamente distaccato a causa delle divergenze di opinioni con l’allora primo ministro Manuel Valls (grande perdente delle primarie di sinistra). Questo distacco costituisce senza dubbio uno dei pregi maggiori agli occhi degli elettori di sinistra. Gli stessi che nel 2012 hanno eletto Hollande e che durante i suoi cinque anni di mandato hanno visto naufragare, una dopo l’altra, le promesse fatte e, peggio ancora, applicare delle riforme economiche difficilmente in sintonia con i canoni della sinistra socialista tanto cari al PS.

Senza cercare di fare un bilancio del governo di Manuel Valls e della presidenza di Hollande, basta un dato per valutare il sentimento dilagante tra gli elettori di sinistra: mai nella storia politica francese un presidente uscente ha dovuto partecipare alle primarie del suo partito o, ancor peggio, ha dovuto ritirare la sua candidatura per non far diminuire ulteriormente la credibilità del partito.

Hamon, quindi, incarna una linea profondamente differente da quella dell’ex primo ministro Valls, che ha impiegato i due dibattiti dedicati alle primarie a difendere il suo governo dagli attacchi più o meno velati degli altri partecipanti. Una linea maggiormente di sinistra (creazione di un salario di cittadinanza, legalizzazione della cannabis, visti umanitari per i rifugiati) e meno social-liberale, una linea più giovane (nato nel 1967, ha solo 49 anni), e soprattutto una linea fuori dal sistema politico convenzionale.

Ancora una volta, quindi, il voto “antisistema” ha favorito il candidato meno interessato alle dinamiche di partito. Dopo la vittoria di François Fillon alle primarie della destra la storia sembra ripetersi.

In effetti le primarie di sinistra hanno confermato una tendenza comune a tutte le elezioni che si sono tenute negli ultimi anni nei paesi occidentali: quella del “dégagisme” per dirla alla francese, o “mandiamoli tutti a casa” come ha detto qualcuno da noi. La Grecia di Tsipras, la Spagna di Podemos, il Movimento 5 Stelle in Italia condividono, assieme ad altri, la richiesta di un radicale ricambio della classe politica al potere. In Francia questa tendenza è stata fino a ora incarnata dal Front National di Marine le Pen, recuperata dal movimento en Marche di Emmanuel Macron, confermata dalle primarie della destra e infine sancita con un plebiscito dalle primarie della sinistra.

La sinistra francese si mette quindi al pari dei suoi concorrenti. Anzi, Hamon avanza grazie soprattutto alle difficoltà degli avversari (Fillon sotto inchiesta per aver versato cifre astronomiche a membri della sua famiglia con il pretesto di impieghi fittizi, Macron impantanato in dibattiti con gli elettori di destra e di sinistra per diversi aspetti ritenuti troppo partigiani, da un lato o dall’altro) ma, allo stesso tempo, paga il prezzo del suo successo proprio a causa di uno degli elementi che lo hanno fatto vincere alle primarie. Hamon, infatti, era il candidato più a sinistra in un partito che è considerato dai suoi sostenitori troppo vicino alle dottrine liberiste; ma al di fuori del partito esistono altre formazioni di sinistra più estrema, che da tanto tempo vantano molte delle caratteristiche che hanno permesso la vittoria di Hamon.

È il caso di Jean-Luc Mélenchon e del suo movimento La France Insoumise. Mélenchon, alla stregua di Hamon, ha iniziato la sua carriera politica nel PS, da cui ha però preso le distanze ben prima, già nel 2008, fondando un partito più a sinistra, Le Parti de Gauche, con il quale si è presentato alle presidenziali del 2012 ottenendo l’11,1 % al primo turno (ossia quasi 4 milioni di voti). Da sempre critico verso le politiche social-liberali, Jean-Luc Mélenchon predilige la partecipazione attiva, l’imposizione di un limite massimo agli stipendi dei dirigenti aziendali, la ridistribuzione delle ricchezze e il dégagisme incondizionato della classe politica attuale.

La sovrapposizione delle tematiche è in molti casi lampante, ma la sovrapposizione di voti impossibile. Un’alleanza tra Mélenchon e Hamon sembrerebbe in teoria molto più fattibile di un’intesa della France Insoumise con il PS; eppure fino ad ora il candidato del PS non ha avuto ancora tempo per sedersi a un tavolo con il suo lontano cugino più a sinistra, mentre Mélenchon continua ad affermare che non avrebbe nessuna difficoltà a vedere la sua candidatura appoggiata dal PS.

Dopo cinque anni di governo, la sinistra in Francia si trova nel pieno di una crisi identitaria, in una realtà polarizzata, dove il centro ha perso la sua funzione di mediazione e cerca di riguadagnare gli estremi per bilanciare una destra che da anni ha consolidato la sua posizione di partito antisistema.

Hamon e la sua linea “a sinistra della sinistra” hanno certamente vinto le primarie, ma con un’affluenza piuttosto bassa (1milione 655mila votanti contro gli oltre 4 milioni alle primarie di destra) e si trova costretto a dividere il suo campo elettorale sia con i liberal-democratici e il loro nuovo idolo, Macron, sia con tutti coloro che vogliono un governo che sia veramente di sinistra.

Certo, una coalizione è sempre possibile, ma a pochi mesi dal primo turno (23 aprile 2017) il PS inizia appena la sua campagna, e prima di pensare a intrecciare alleanze deve innanzitutto crearsi una base d’appoggio per poter trattare con i futuri alleati.

 


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