15 gennaio 2020

La società americana e le strategie elettorali per il voto 2020

di Mattia Diletti

In queste ultime settimane l’attenzione dei media americani e internazionali si è concentrata, giustamente, sui fatti politici di maggior rilievo: il processo di impeachment del presidente Donald Trump e l’uccisione del generale iraniano Qasem Soleimani. Tra i due eventi vi è una connessione ‒ più di un commentatore ha messo in evidenza questa relazione, soprattutto negli Stati Uniti ‒ e senza dubbio possiamo dire che essi rappresentano gli assi portanti del dibattito pubblico americano, quelli che annunciano l’anno elettorale. Superfluo ripetere quanto sia cruciale, questo anno elettorale: si tratta di osservare se il mini ciclo politico che ha portato alla ribalta le leadership populiste mondiali ‒ avviatosi nel 2016, con l’elezione di Trump e il referendum sulla Brexit ‒ si confermerà per altri quattro anni anche negli USA (in Gran Bretagna abbiamo già ottenuto una prima risposta nelle elezioni di dicembre).

Come ovvio, ad attrarre l’attenzione sono le strategie mediatiche dei concorrenti, da Trump al gruppo di leader democratici che si sfideranno alle primarie (che avranno inizio il 3 febbraio, con i tradizionali caucus dell’Iowa): si entra in partita, si osservano i profili dei giocatori. Un altro aspetto però di grandissimo rilievo ‒ su cui pongono attenzione soprattutto i commentatori americani e gli specialisti di analisi elettorali ‒ e sul quale crescerà sempre di più l’interesse con l’avvicinarsi delle scadenze elettorali, riguarda quale parte della società americana si mobiliterà in vista delle elezioni del 2020, ovvero quali segmenti della composita società statunitense saranno attratti dall’appello al voto dei candidati (sollecitati, ça va sans dire, dalle sempre più sofisticate strategie di targettizzazione messe in atto dai team dei candidati).

Sappiamo bene che il sistema politico americano si basa sulla mobilitazione di un segmento di elettorato relativamente modesto ‒ alle presidenziali USA partecipa stabilmente meno del 60% degli elettori dal 1920 (con sole quattro eccezioni e il picco del 62,8% nel 1960), il che vuol dire che oggi più di 100 milioni di aventi diritto al voto non si recano alle urne ‒ e che la scelta della classe politica (in questi ultimi tre decenni) è stata quella di polarizzare sempre di più il conflitto politico allo scopo di galvanizzare alcune fasce di elettorato. In questo senso la strategia di Trump di puntare su nazionalismo e white identity è un caso di scuola: lo ha fatto anche durante le elezioni di metà mandato del 2018, sconfessando quella parte di consiglieri presidenziali che sostenevano una strategia elettorale volta a “vendere” il buono stato di salute (almeno apparente) dell’economia americana. Dopo l’attacco all’Iran c’è da giurare che la direzione resterà invariata. Sarà sufficiente, per Trump, continuare a radicalizzare la sua offerta politica per ripetere il successo elettorale del 2016?

L’esperimento delle elezioni di metà mandato ‒ unico riscontro reale a nostra disposizione ‒ ha mostrato, per lui, un risultato che si presta a letture diverse, forse più negative che positive. Al di là della netta sconfitta alla Camera dei rappresentanti (controbilanciata da una tenuta al Senato), è apparsa nuovamente chiara la dimensione del contendere in vista del 2020: la riconquista ‒ da parte democratica ‒ di Stati come Pennsylvania, Wisconsin e Michigan e la contendibilità in Ohio e Florida. E questo, per i democratici, si muove su un doppio binario: continuare a mobilitare gli antitrumpisti (e su questo gioca un effetto il processo di impeachment avviato alla Camera) e tutti quei segmenti di società che hanno da perdere per colpa delle policy di Trump, che fanno parte della variegata coalizione democratica, ma… continuare anche a solleticare quella parte di elettorato apparentemente più moderato che potrebbe contrapporsi al messaggio trumpiano. Uno di questi segmenti è il mitologico spazio della suburbia americana (per nulla omogeneo, stiamo andando per categorizzazioni fin troppo semplificate), che nel 2018 ha premiato il partito democratico come mai in precedenza.

Se è vero che le piattaforme elettorali dei candidati alle primarie sono tutte relativamente più radicali del solito (per tutti: lo stesso Biden è più a sinistra dell’Obama del 2008), è altrettanto vero che i democratici hanno individuato un’altra storia da raccontare (e un nuovo luogo da corteggiare) a proposito della nuova coalizione sociale democratica, quella della suburbia che rigetta il radicalismo di Trump. Essa, al contrario, dovrebbe essere simpatetica con le politiche fiscali repubblicane, ma sarebbe disposta a votare democratico in virtù di cambiamenti socio-demografici reali (è sempre meno affluent in alcuni territori, mentre le città tendono a gentrificarsi sempre di più, e meno bianca) e di una propensione soprattutto femminile ad abbandonare il partito di Trump.

L’analista americano Ronald Brownstein ha parlato di «shift of Metro Area», analizzando il voto di novembre 2019 per alcuni governatorati, favorevole al Partito democratico. Molto sinteticamente: Brownstein sostiene che stia tenendo la coalizione urbana dei democratici (con un’alta partecipazione al voto) e che si stia “urbanizzando” il voto delle aree semiurbane che gravitano attorno all’economia dei centri urbani. Questo (la conferma nel 2019 del trend del 2018), sempre secondo Brownstein, avrebbe provocato una discussione fra gli strategist repubblicani, divisi su quale opzione sostenere, ovvero riavvicinare questo elettorato o puntare su una partecipazione ancora più massiccia dell’elettorato bianco e rurale che lo ha aiutato a vincere nel 2016. Come al solito, leggere la società e la sua segmentazione è la vera chiave attraverso la quale costruire successi politici duraturi.

 

Immagine: Abitazioni in un quartiere periferico di Chicago, Stati Uniti. Crediti: Burlingham /Shutterstock.com

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