10 dicembre 2019

La spirale autoritaria dello Sri Lanka

di Alessandro Uras

Il 2019 in Asia è stato caratterizzato da una lunga sequenza di tornate elettorali, che hanno tendenzialmente confermato le élites in carica o riportato in auge le vecchie dinastie politiche. Un percorso quindi comune a molti Stati e lo Sri Lanka – dove si è svolto l’ultimo appuntamento elettorale dell’anno – non è stato da meno. Le elezioni, che si sono tenute il 16 novembre, hanno visto la vittoria di Gotabaya Rajapaksa, il fratello dell’ex presidente Mahinda Rajapaksa. In un contesto ancora segnato dagli attentati della scorsa Pasqua, Gotabaya ha ottenuto il 52,3% delle preferenze ponendo proprio l’accento sulla sicurezza nazionale.

Gotabaya non è certamente nuovo agli incarichi governativi. Ha ricoperto il ruolo di segretario presso il ministero della Difesa e dello Sviluppo urbano sotto il governo Mahinda (2005-15). Il suo impegno nella lotta al terrorismo e alla minaccia separatista portata dalle Tigri Tamil l’ha spesso messo sotto i riflettori della comunità internazionale: ha avuto un ruolo preminente nella gestione della crisi del 2009 e, nello stesso periodo, ha presieduto le agenzie di sicurezza nazionale accusate di violazione dei diritti umani, tortura ed esecuzioni extragiudiziali. In questo senso, è altamente probabile che la vittoria di Gotabaya non farà che rafforzare il potere e l’influenza degli apparati di sicurezza e la loro pervasività nella vita civile, soprattutto grazie ai poteri straordinari garantiti dalla Costituzione.

Alcuni analisti hanno paragonato il neoeletto presidente all’omologo indiano Narendra Modi, principalmente per le sue istanze nazional-populiste. Infatti, un timore abbastanza comune è quello di vedere il Paese sprofondare verso un autoritarismo populista fondato sul nazionalismo etno-religioso.

Il precedente governo, presieduto da Maithripala Sirisena, era stato accolto con ottimismo per le promesse di apertura e democrazia. In realtà quest’esperienza si è rivelata molto problematica, principalmente a causa dei conflitti personali tra il presidente e il primo ministro, e la situazione di estrema incertezza ha comportato una crescente sfiducia verso le istituzioni e l’apparato statale, permettendo ad altre forze di emergere e di esprimersi. La storia recente dello Sri Lanka è costellata di scontri e guerre fratricide, che hanno portato spesso il Paese agli onori della cronaca per gli attentati terroristici. La guerra civile nel Nord dell’isola contro i separatisti delle Tigri Tamil, conclusa solo nel 2009, ha lasciato in eredità delle profonde conseguenze nella percezione e gestione della istituzioni statali, principalmente riguardo l’adozione di misure d’emergenza e l’utilizzo di poteri straordinari che permettessero al governo di scavalcare il regolare percorso costituzionale.

La conseguenza più lampante – e una delle principali cause che hanno portato alla vittoria di Gotabaya – è la progressiva normalizzazione di pratiche altresì d’emergenza, come la concessione di una maggiore autorità a militari e forze di polizia. Queste misure, pensate per contenere l’insorgenza nel Nord del Paese, hanno invece giustificato il crescente potere dell’apparato repressivo dello Stato e sdoganato la progressiva criminalizzazione del dissenso politico. Date le connessioni pregresse appare probabile che la presidenza Gotabaya non farà che consolidare questa tendenza, o addirittura portarla verso nuovi estremi grazie all’alleanza stretta tra il suo nuovo partito (Sri Lanka People’s Front) e i gruppi etno-nazionalisti di estrema destra. Basti pensare al rapporto con il Bodu Bala Sena (BBS), un gruppo buddista fortemente legato a una setta di monaci di estrema destra che è stata più volte accusata di attentati contro la comunità musulmana. Ricorrere a soluzioni simili in modo programmatico rappresenta la prova più tangibile dei network informali parastatali creati dalla famiglia Gotabaya, che verranno probabilmente regolamentati una volta ripreso il potere.

Queste formazioni sono contrarie a qualsiasi forma di pluralismo o di apertura liberale, e sono diventate sempre più influenti presso la piccola e media borghesia singalese, che ha infatti giocato un ruolo chiave nella vittoria di Gotabaya. In questo senso, nell’ultimo decennio è emersa una nuova classe borghese, particolarmente assertiva, che ha beneficiato delle politiche autoritarie descritte in precedenza.

La borghesia cingalese è nata sull’onda dell’esperimento politico che ha visto lo Sri Lanka passare da una struttura economica terzomondista e assistenzialista alla piena apertura al neoliberismo. Il completo sostegno verso politiche di apertura al mercato è stato ripagato con l’accesso a risorse statali e la concessione di grandi appalti, tra cui quello per il porto di Colombo. Progetti infrastrutturali di questa portata vengono sempre più spesso visti in termini meramente strategici, a maggior ragione in virtù della Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino, tralasciando i benefici economici di cui ha giovato la nuova borghesia reazionaria e fedele al network di Gotabaya. Posta in questi termini la vita politica del Paese appare cannibalizzata da questi gruppi, ma in realtà esistono ancora sacche di resistenza che vorranno fronteggiare il regime su una moltitudine di temi. Problemi come l’inflazione galoppante, il debito pubblico in costante aumento, il taglio dei salari e l’aumento di affitti e generi di prima necessità, non fanno che ampliare la forbice tra ricchi e poveri e rilanciare un conflitto di classe che appare pronto ad esplodere.

 

Immagine: Strada affollata del mercato di Pettah, Colombo, Sri Lanka (16 febbraio 2018). Crediti: San Luigi / Shutterstock.com

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