23 dicembre 2019

La svolta a sinistra della SPD

Poco più di una settimana fa, la socialdemocrazia tedesca ha concluso a Berlino i lavori del Congresso ed eletto il suo nuovo vertice, tornando alla doppia presidenza, regola presente già alle origini del movimento operaio tedesco. Il partito era privo di una guida da quando la Vorsitzende Andrea Nahles aveva rassegnato le dimissioni per il pessimo risultato del partito alle scorse elezioni europee.

Nei mesi passati, agli iscritti della socialdemocrazia è stato proposto un percorso a tappe che ha condotto, infine, ad un ballottaggio tra due coppie di candidati. Ha vinto quella considerata più di sinistra, costituita da Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, il cui obiettivo è dichiaratamente la «conclusione della fase neoliberista» del partito. Il Congresso di Berlino ha confermato questa scelta con alcuni inevitabili compromessi con la minoranza, che al ballottaggio tra gli iscritti ha comunque raccolto poco più del 45% dei consensi ed era rappresentata dal vicecancelliere federale e ministro delle Finanze Olaf Scholz e da Klara Geywitz.

Col senno di poi, si può dire che la candidatura del vicecancelliere è stata un errore: Scholz, proprio in ragione del suo ruolo, ha finito per trasformare la scelta della nuova presidenza in un referendum sulla Grande coalizione, sempre meno amata dai socialdemocratici e che avevano già deciso di abbandonare nel 2017 salvo poi essere costretti ad accettare una nuova alleanza con i conservatori perché i liberali della FDP (Freien Demokratischen Partei) rifiutarono, nel novembre del 2017, di dar vita a un governo con Angela Merkel e i Verdi. Scholz, inoltre, non ha dato nessuna indicazione chiara sul futuro del partito: la sua candidatura è stata avvertita come la permanenza al potere del ‘gruppo’ vicino all’ex cancelliere Gerhard Schröder e la semplice prosecuzione delle politiche sin qui portate avanti dalla SPD, che ne hanno più che dimezzato i consensi.

Il nuovo duo alla guida della SPD ha fatto approvare nel corso del congresso una serie di documenti che, apparentemente, confermano la ‘svolta’ a sinistra e che la Süddeutsche Zeitung ha definito come la posizione politica della socialdemocrazia più chiara dalla celebre svolta di Bad Godesberg del 1959. Il paragone è probabilmente esagerato, ma non si può negare che i delegati del Congresso abbiano voluto chiarire alcuni aspetti, in particolare nel documento Un nuovo Stato sociale per un nuovo tempo: aumentare il salario minimo, tutelare il lavoro, sia subordinato che autonomo, rafforzando la contrattazione, intervenire sul mercato immobiliare perché gli affitti tornino ad essere ragionevoli anche grazie ad un ambizioso programma decennale di edilizia sociale (con la costruzione di un milione e mezzo di nuove abitazioni), investimenti per realizzare 100.000 posti in più negli studentati entro il 2030, tassa sui patrimoni per finanziare la totale gratuità dell’istruzione (alla quale occorre destinare il 7% del PIL) e tanto altro ancora, ma soprattutto una revisione radicale dell’Hartz IV, il sussidio di disoccupazione che più di ogni altra riforma segna gli anni di Schröder.

Si tratta, in quest’ultimo caso, degli interventi che più di ogni altro hanno contribuito, nel corso degli ultimi anni, alla crescita del settore caratterizzato da bassi salari, integrati (qui il patto Stato-imprese) proprio dal sussidio, ma anche, va ricordato, alla diminuzione della disoccupazione e, soprattutto, alla condanna sociale di coloro che ricevono il sussidio (i cosiddetti ‘fannulloni’) e alla scientifica divisione delle classi popolari tra chi lavora e chi, invece, sarebbe solo un parassita.

Indubbiamente si può parlare di ‘svolta’ se si fa riferimento alle dinamiche interne al partito perché si tratta di una messa in discussione dell’impianto di Schröder e del personale politico formatosi con l’ex cancelliere che da anni guida il partito. La radicalità di alcune proposte è, però, tutta da verificare: la necessità di una riforma dell’Hartz IV deriva anche da recenti pronunce del Tribunale costituzionale federale, che hanno dichiarato incostituzionali, ad esempio, le sanzioni che scattano automaticamente quando il beneficiario del sussidio non si adegua alle richieste del Jobcenter, l’ente proposto alla sua erogazione.

Per ora, la ‘svolta’ assume i tratti di una revisione critica degli anni al governo, certamente importante, ma insufficiente a dare alla SPD una prospettiva per l’immediato futuro, a distinguerla dai conservatori di Merkel (la cui CDU è stata spesso definita socialdemocratica, per l’attenzione alle questioni sociali e il buon rapporto con i sindacati) come pure a renderla una forza capace di misurarsi con le sfide della contemporaneità: il partito sembra guardare troppo al passato, ad un regolamento di conti 20 anni dopo il governo di Schröder.

Accanto a questa chiarezza programmatica, resta l’impegno della SPD a sostenere, almeno per i prossimi mesi, il governo con i conservatori: il documento con il quale si andrà alla discussione con CDU e CSU per il bilancio di metà periodo della Grande coalizione è, a differenza degli altri, molto meno radicale e la delegazione che guiderà le trattive sarà composta non solo dalla nuova presidenza, ma anche dal vicecancelliere, dagli altri ministri socialdemocratici come pure dal capogruppo al Bundestag, non proprio vicino alla ‘svolta’.

È la concessione più consistente fatta alla ‘destra’ del partito dalla nuova presidenza, sulla quale si è già abbattuta nelle scorse settimane la polemica della stampa tedesca che ha accusato entrambi di scarsa esperienza e di una radicalità eccessiva; nel caso di Saskia Esken anche di aver in passato violato diritti di lavoratori e lavoratrici di cui era responsabile, tanto da far chiedere ad alcuni esponenti della CDU addirittura le sue dimissioni.

Non si può non vedere in questa ‘svolta’ della socialdemocrazia tedesca una certa prossimità con quella impressa da Jeremy Corbyn al Labour britannico e, dunque, non si può fare a meno di pensare all’esito delle recenti elezioni inglesi. La nuova presidenza della SPD dovrebbe fare tesoro di quell’esperienza ed evitare di investire tutto il proprio mandato nell’accentuazione della questione sociale, che pure resta imprescindibile, a scapito, però, di quella nazionale ed europea. E questo per tre ragioni: innanzitutto, come già ricordato, la CDU di Merkel e della sua delfina Annegret Kramp-Karrenbauer non ha mai dimenticato del tutto le ragioni del lavoro e di una (minima) giustizia sociale, lo dimostrano gli interventi sul salario minimo o sul lavoro interinale. La CDU resta certamente un partito conservatore, ma la strategia di Merkel di posizionarlo al centro del sistema politico e sociale ha funzionato (ed è entrata in crisi solo nel 2015, l’anno dell’arrivo dei profughi, in particolare, dalla Siria). Una radicalizzazione della questione sociale, da sola, potrebbe non essere sufficiente per una distinzione netta dai conservatori.

In secondo luogo, la questione dei migranti ha scoperchiato anche in Germania un problema sentito da più parti e che si affianca (senza sostituirle integralmente) alle classiche questioni di classe e a quella sociale. La pluralità dell’identità contemporanea è una realtà di cui occorre essere consapevoli e le preoccupazioni dell’elettorato ‘storico’ della socialdemocrazia potrebbero non trovare risposta tramite una lettura esclusivamente ‘di classe’ dello scontro politico (qui è indispensabile, più che una semplice revisione programmatica, ripensare completamente natura, senso e strumenti di un partito politico e la sua capacità di essere presente nella società).

Legato a questa considerazione c’è, infine, il problema della collocazione internazionale della Germania, tema sul quale le ‘destre’ tedesche discutono da tempo (ad esempio, con l’opzione di una Dexit, un’uscita della Germania dall’Unione Europea). Come affrontare il trumpismo delle relazioni internazionali? Come guidare l’Europa e al tempo stesso salvaguardare il modello tedesco? Quali priorità affrontare nei prossimi anni e a quale prezzo? Proprio su questa nuova questione nazionale la socialdemocrazia potrebbe andare a sbattere, esattamente com’è successo al Labour, sconfitto non per un programma troppo radicale, ma per aver quasi deliberatamente ignorato la svolta della Brexit.

 

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