7 marzo 2018

La svolta rinnovabile dell’Arabia Saudita

di Mirko Annunziata

È opinione piuttosto diffusa che il percorso verso un maggiore utilizzo di energie rinnovabili venga in qualche modo ostacolato da chi trae beneficio dal commercio di idrocarburi. Può destare stupore, quindi, che l’Arabia Saudita, uno dei principali esportatori di petrolio al mondo, abbia messo in piedi un piano di faraonici investimenti per l’energia eolica e, soprattutto, solare. Il governo saudita ha infatti recentemente annunciato la costruzione di un enorme impianto fotovoltaico da 300 milioni di dollari, che fornirà elettricità a circa 40.000 case.

Turki al-Shehri, capo del dipartimento per le energie rinnovabili di Riyad, ha colto l’occasione per illustrare gli ambiziosi obiettivi dell’Arabia Saudita: 7 miliardi di dollari d’investimenti sulle energie rinnovabili per il 2018 con bandi pubblici da 3,3 gigawatt per l’energia solare e 800 megawatt per quella eolica. L’obiettivo è quello di arrivare a produrre il 10% del fabbisogno nazionale di energia da fonti rinnovabili entro il 2023, superando i 9,5 gigawatt di potenza. Una percentuale che forse potrà apparire modesta se paragonata all’obiettivo del 20% che si è data l’Unione Europea, ma che va inquadrato considerando che l’Arabia Saudita è un Paese di recente industrializzazione, che ha sì una domanda d’energia interna in forte crescita ma che, a differenza dei Paesi europei, dipendenti dalle importazioni di idrocarburi, non ha urgenza di passare alle rinnovabili per ragioni di natura economica.

I sauditi possono contare su un bacino di energia rinnovabile dalle potenzialità enormi. Una larga parte del Paese si trova nella cosiddetta “cintura del sole”, ossia la fascia di territorio più assolata del nostro pianeta, con temperature roventi e precipitazioni molto scarse. Un territorio che riceve energia dal sole in maniera pressoché costante e che nel 2030 potrebbe essere in grado di produrre energia solare per 300 milioni di persone.

Ed è proprio al 2030 che l’Arabia Saudita, così come altri Paesi arabi del Golfo, ha fissato il limite temporale per completare il passaggio da un’economia e una società fortemente dipendenti dal petrolio ad una fondata sulle rinnovabili. Secondo il Saudi Vision 2030, documento programmatico redatto direttamente dal governo, l’Arabia Saudita si pone l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso specifico del petrolio nell’economia, dal 90% del totale delle esportazioni al 50% nel 2030. Una diversificazione dell’economia che, in base ai programmi, dovrebbe portare il Paese ad entrare tra le prime quindici economie mondiali. Nella stessa direzione sembrerebbe andare la decisione di fare di ARAMCO, la compagnia petrolifera nazionale, dal valore stimato di 100 miliardi di dollari, l’oggetto di una mastodontica Offerta Pubblica Iniziale. Ancora non è chiaro in quali borse verranno venduti i titoli dell’ARAMCO, le cui redini resteranno comunque in mano al governo saudita, ma si tratta senza dubbio di una mossa da parte di Riyad per legarsi un po’ meno all’andamento del mercato petrolifero e poter giocare su più fronti.

Il tetto dei 9,5 gigawatt di potenza era stato indicato, peraltro, all’interno del Saudi Vision, ed è sintomatico che al-Shehri punti ora a superare il traguardo con sette anni di anticipo. Le ragioni dietro quest’ulteriore slancio in avanti rispetto al già impegnativo piano del Saudi Vision sono diverse. Per i sauditi è al momento molto importante tenere alte le esportazioni di petrolio, il cui prezzo è in continuo calo, ma devono al contempo fare i conti con un competitor molto agguerrito: loro stessi. L’Arabia Saudita, infatti, oltre che esportatore, è anche un grande consumatore di petrolio e dei suoi derivati, su cui vengono praticati dal governo prezzi bassissimi a beneficio dei propri cittadini: un vero e proprio “benefit” che consente ai sauditi di usare carburante a prezzo stracciato grazie ai fondi provenienti dall’esportazione di petrolio. Il calo degli introiti delle esportazioni e la necessità di proseguire con il piano di diversificazione economica hanno portato il governo saudita a rivedere in parte questa politica, introducendo una prima, sebbene bassa, tassazione sugli idrocarburi. Per cercare di scongiurare il malcontento dei propri cittadini Riyad spera che l’energia prodotta da fonti rinnovabili possa coprire una larga fetta della domanda interna, liberando giacimenti petroliferi destinati ad alimentare il consumo interno a beneficio dell’esportazione.

Un ultimo aspetto legato allo sviluppo delle rinnovabili è meno evidente ma, comunque, molto remunerativo. L’Arabia Saudita, infatti, conta non solo di diventare un grande produttore di energia eolica e solare, ma anche di porsi come una realtà d’avanguardia a livello industriale in questo campo. Una divisione della compagnia saudita Abdul Latif Jameel Energy ha dato il via a un progetto in Cile per la creazione di una centrale ibrida eolico-fotovoltaica che servirà circa 250.000 persone. Consapevole che molti altri Paesi nel prossimo futuro punteranno su fonti di energia sostenibile, soprattutto se le condizioni naturali per il loro sviluppo sono favorevoli, Riyad spera di poter sostituire la dipendenza dall’importazione degli idrocarburi sauditi con quella legata alla tecnologia. La Abdul Latif Jameel punta così a costruire un grosso impianto in Giordania, vicino privo di idrocarburi (il 96% delle risorse energetiche vengono importate) ma situato nella “fascia del sole” e che per questo guarda con molto interesse al fotovoltaico. Le autorità saudite sono del resto consapevoli che il petrolio è una risorsa limitata e che il commercio delle materie prime è tra i settori economici più deboli e soggetti a speculazioni finanziarie dell’economia mondiale. Esportare non più risorse energetiche ma know-how (conoscenze tecniche) e tecnologie per la produzione di energia rappresenterebbe un cambio di paradigma in grado di offrire un primato più solido e introiti più stabili per il futuro.

Non che la concorrenza non manchi su questo fronte per l’Arabia Saudita, anche nei pressi di casa. In vista di Expo 2020 gli Emirati Arabi Uniti hanno dato inizio alla costruzione del più grande impianto fotovoltaico del mondo, in grado di fornire energia anche durante la notte. Il Kuwait, dal canto suo, punta a investire più di 1 miliardo di dollari in energia prodotta dal sole.

Sembra quindi che i grandi magnati degli idrocarburi saranno a breve tra i principali pionieri dell’avvento dell’energia pulita. Un mutamento dettato da prospettive economiche più che da un ritrovato spirito ecologista, sebbene occorra considerare che anche dall’ecologia si può ottenere prestigio internazionale e ulteriore potere economico. Al momento, le economie dei Paesi arabi del Golfo sono tutte al nastro di partenza nella gara verso un’economia postpetrolifera. Una competizione in cui tutti gli attori si guardano l’un l’altro con grande attenzione. Saranno infatti tempi e modalità del mutamento a decretare vincitori e vinti in quella che per questi Paesi può costituire una nuova età dell’oro.


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