Questo sito contribuisce all'audience di
29 settembre 2017

La tempesta dopo la quiete

di Giorgia Bulli

Per comprendere la portata storica del risultato delle elezioni tedesche del 24 settembre è sufficiente aver assistito al cosiddetto Elefantenrunde, il tradizionale confronto televisivo tra i candidati di spicco dei partiti in competizione, ospitato dalle reti pubbliche ARD e ZDF la sera delle elezioni. Nessuno tra i convenuti – Angela Merkel per la CDU, Joachim Herrmann per la CSU, Martin Schulz per la SPD, Christian Lindner per i liberali della FDP (Freie Demokratische Partei), Katrin Göring-Eckardt per i Verdi, Katja Kipping per Die Linke – esibiva il sorriso del vincitore. Il solo a poter cantar vittoria, Jörg Meuthen, dell’Alternative für Deutschland (AfD), ha dovuto pazientemente attendere che i due moderatori del dibattito gli concedessero la parola, con una domanda sulla volontà della AfD di portare «disordini e populismo» nella nuova rappresentanza parlamentare.

Se la campagna elettorale era stata caratterizzata dalla calma, da una certa sensazione di deja vu e da un accordo sostanziale sui temi cardine del confronto tra i due principali candidati – Merkel e Schulz – con quest’ultimo dipinto come incapace di una contrapposizione efficace alla cancelliera, nel confronto a caldo post-elettorale gli ingredienti del dramma si sono perfettamente combinati in un teso gioco di accuse incrociate e livori malcelati, nel quale l’unica a mantenere la calma è stata proprio Angela Merkel. Eppure la CDU ha registrato una sconfitta elettorale molto pesante, la seconda peggiore dal dopoguerra.

Oltre alla cancelliera, il grande sconfitto è stato Martin Schulz, che verrà ricordato per aver portato la SPD dai sogni della rimonta al minimo storico registrato dal partito socialdemocratico. Le ragioni del malumore degli altri candidati, che pure hanno tutti guadagnato in percentuali elettorali (+6% la FDP, che torna nel Bundestag dopo l’avvilente esclusione dalla rappresentanza elettorale della precedente legislatura; +0,6% la Linke, +0,5% i Verdi), hanno a che fare con il segno positivo più pesante dell’arco costituzionale: il 12,6% della AfD (+7,9%). I timori dell’affermazione del partito populista di destra, inizialmente antieuropeista e recentemente convertitosi a un virulento corso anti-immigrazione, si sono fatti realtà, sollevando un velo pesante sul carattere di protesta di una parte considerevole dell’elettorato tedesco, che per molto tempo si è voluto dipingere come appagato da un’economia stabile.

Il confronto post-elettorale si è dunque ben presto trasformato in un fuoco incrociato: Martin Schulz ha attaccato Angela Merkel, denunciando la «negazione della politica» della cancelliera e definendo la sua campagna elettorale «scandalosa» e responsabile del successo elettorale della AfD. Katja Kipping della Linke ha attribuito alla sotto-rappresentazione dei temi della giustizia sociale il principale motivo della scalata della AfD, chiamando in causa implicitamente il candidato leader socialdemocratico, reo di non aver spinto a sufficienza sulle tematiche sociali. Il fronte sinistro dell’opposizione appare quindi già frammentato sul nascere. La SPD ha infatti dichiarato l’indisponibilità alla costituzione di una nuova Grande coalizione e le tensioni storiche con il partito della sinistra radicale non sembrano prefigurare un rapporto collaborativo dai banchi dell’opposizione.

Se l’armonia non abbonda tra i futuri controllori dell’azione di governo, neppure tra i rappresentanti della probabile coalizione di governo Giamaica (CDU/CSU, Verdi, liberali) sembra correre buon sangue. Se durante la campagna elettorale Verdi e liberali erano apparsi preoccupati di profilarsi come singoli e attendibili interlocutori della cancelliera, sperando in un risultato elettorale che permettesse un governo a due e non a tre partiti, la condivisione forzata imposta dai risultati elettorali è vissuta con preoccupazione. I Verdi vogliono far tornare in agenda i temi ecologici a livello internazionale così come in ambito nazionale, ma le loro aspirazioni dovranno confrontarsi con quelle dei liberali che, pur in netta crescita, hanno accusato la mancata conquista del ruolo di terza forza del Paese.

Questa, come è noto, è stata conquistata dalla AfD. Descritta da tutti i rappresentanti alla Elefantenrunde come un partito populista di destra con venature razziste, responsabile della polarizzazione dell’elettorato, come un pericolo per la democrazia al quale opporre, di volta in volta, la forza di una maggioranza stabile o la risolutezza di un’opposizione inflessibile, la AfD non ha faticato, anche in questa occasione, a ottenere il massimo dell’attenzione politica e mediatica. Da mesi al centro del dibattito pubblico, il partito è riuscito a sfruttare a proprio vantaggio quella che con il passare degli anni ha cominciato a profilarsi come una rigidità del sistema: la mancata accettazione di uno spazio politico alla destra dell’Unione. Le tensioni interne al partito durante la campagna elettorale, e le divaricazioni tra posizioni estremiste e moderate – sfociate non a caso nella decisione dell’abbandono della frazione parlamentare da parte della ex leader Frauke Petry all’indomani della sua conquista di un mandato diretto nella regione della Sassonia – non hanno dissuaso i cittadini, prevalentemente uomini dell’Est preoccupati per le conseguenze della globalizzazione e dell’immigrazione, dall’esprimere la propria preferenza per la nuova terza forza del Paese.

Al centro delle accuse per il successo del partito sono anche finiti i mezzi di comunicazione di massa, in primis la televisione, che avrebbero garantito una continua risonanza alle tematiche della AfD, concentrate sulla critica alla politica della cancelliera nei confronti dei rifugiati e dei richiedenti asilo. Quest’ultima, d’altronde, non ha potuto opporsi in campagna elettorale alla tematizzazione della questione ingresso/integrazione, presa com’era nella difesa della sua epocale decisione politica.

È probabile che nei prossimi mesi Angela Merkel debba difendersi da altre accuse, dall’imputazione di responsabilità per l’apertura a destra dell’asse della rappresentanza parlamentare alla sottovalutazione dell’esistenza di sacche di frustrazione dell’elettorato tedesco. Le ultime battute della Elefantenrunde hanno però rimesso al centro la strategia della cancelliera: il ricorso al motto «nella tranquillità sta la forza» e il richiamo di Angela Merkel al proprio carattere fiducioso lasciano presagire una lunga e mediata tessitura del prossimo patto di coalizione, durante il quale non mancheranno occasioni per la verifica della tenuta della leadership della cancelliera.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata