6 agosto 2019

La variabile curda, tra Iraq, Siria e Turchia

di Fernando D‘Aniello

In una lettera dal carcere di pochi mesi fa, Abdullah Öcalan chiedeva ai Curdi in Siria di insistere per una soluzione democratica e costituzionale del conflitto, vale a dire capace di tenere insieme Curdi e arabi e di salvaguardare l’integrità del Paese, e a quelli in Turchia di concludere lo sciopero della fame contro l’isolamento in carcere proprio del leader curdo e di altri attivisti e di non occuparsi delle elezioni a Istanbul, perse nuovamente dalla coalizione del presidente Erdoğan dopo che un primo voto era stato annullato dall’Alta commissione elettorale.

Öcalan riesce così ad esprimere una tendenza presente davvero in tutto il movimento curdo, come sempre diviso su tutto il resto. Di fronte a un panorama internazionale complicato e in continua evoluzione, segnato dalla tensione crescente tra Stati Uniti e Iran, i Curdi, nonostante le divisioni e i loro obiettivi spesso divergenti, sono disposti a trattare.

In Iraq, in Siria, in Turchia, le forze curde, con estremo realismo, si rivelano pronte ad avviare, dopo la sconfitta militare dello Stato islamico, una fase nuova, a discutere con i loro tradizionali nemici. Certo, c’è in qualche caso una buona dose di ipocrisia e di opportunismo, come nel rapporto tra Arbil e Baghdad, ma questa diponibilità non andrebbe sottovalutata e, anzi, sarebbe necessaria una strategia europea nell’intera area, sino ad oggi del tutto assente.

La Turchia è particolarmente attiva sul suo confine meridionale, con l’Iraq o, più precisamente, con la Regione autonoma del Kurdistan, e con la Siria, dove si è ormai stabilizzata l’autonomia controllata dalle Forze democratiche siriane (un esercito misto, curdo e arabo, egemonizzato dalle milizie curde YPG (Yekîneyên Parastina Gel), le Unità di protezione popolare). È con l’inizio della guerra in Siria che Erdoğan ha accarezzato sogni di un’estensione dell’influenza turca in tutta l’area, sacrificando anche il processo di pace interno avviato con la leadership curda. A distanza di anni da quelle scelte, il presidente turco sembra aver fatto male i propri calcoli: il suo consenso interno comincia a incrinarsi e la politica estera, che voleva restituire al Paese una sorta di primato nell’area mediorientale, sembra ormai arrivata al punto critico tra la storica fedeltà turca a Washington e il recente abbraccio con Mosca.

La penetrazione turca nel Kurdistan del Nord Iraq è una realtà consolidata, la Regione curda, o quantomeno gran parte di essa, è economicamente legata a doppio filo ad Ankara. I politici curdi, nonostante i “nuovi” protagonisti, insediatisi nelle ultime settimane, confermano la tradizionale linea di accordo e sostegno al governo turco, che continua a chiedere maggiore decisione nel contrasto al PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan), il Partito dei lavoratori del Kurdistan, e che, ormai da anni, bombarda quelle che ritiene siano postazioni del partito curdo attivo in Turchia. L’assassinio di un diplomatico turco (secondo il PKK in realtà un agente dei servizi turchi) il 17 luglio ad Arbil è da considerarsi una vendetta contro gli attacchi aerei del 5 luglio che costarono la vita ad un militante del PKK.

Da parte della leadership dei Curdi iracheni questa linea non è destinata a mutare: per ora la priorità è un accordo di lungo periodo con Baghdad, una soluzione pacifica e ‘costituzionale’ per la questione delle aree contese (su tutte, Kirkuk) e il rafforzamento delle relazioni con gli Stati vicini, dopo l’isolamento dovuto al referendum sull’indipendenza del 2017; la solidarietà infracurda, che comunque ad Arbil non ha mai giocato un ruolo, dovrà attendere ancora.

Sul confine siriano, le cose vanno diversamente. Qui le forze curde, per il loro profondo legame con il PKK, sono da sempre considerate da Erdoğan una minaccia. Per questo motivo le truppe turche hanno invaso, all’inizio dello scorso anno, l’area intorno ad Afrin fino all’Eufrate e, dalla fine del 2017 (in contemporanea con l’annuncio del presidente Trump di ritirare le forze dalla Siria), tornano a farsi insistenti le voci di un nuovo attacco (per l’occupazione di Manbij e poi per la creazione di una fascia di sicurezza lungo il confine di almeno 30 km). Del resto, Erdoğan ha bisogno di una nuova vittoria in politica internazionale, dopo la sconfitta politica e il malessere dell’economia turca, e, soprattutto, dell’occupazione di aree siriane nelle quali far ritornare i profughi che ha accolto in seguito agli accordi dell’Unione Europea (strategia che punta ad alterare il complicato equilibrio demografico della zona). Ecco perché da mesi la Turchia ammassa truppe sull’Eufrate e da settimane circolano notizie, rivelatesi poi sempre false, di attacchi curdi alla popolazione araba, finalizzate a screditare il buon lavoro (pur tra mille ostacoli, ritardi e contraddizioni) realizzato in cooperazione tra le varie componenti etniche dall’amministrazione autonoma nel Nord-Est.

Un attacco turco, però, potrebbe rappresentare un nuovo conflitto con gli Stati Uniti, che hanno sostenuto sia le Forze democratiche siriane, sia, dall’inizio del conflitto, le YPG. Anche se si suppone che Erdoğan continui a preferire un rafforzamento dell’asse con Mosca e Teheran e, a tal fine, accettare un ulteriore inasprimento delle relazioni con gli Stati Uniti (rapporto deterioratosi a partire dal fallito colpo di Stato del 2016 e recentemente compromesso anche dalla questione dell’acquisto da parte turca del sistema di difesa missilistico russo S-400), bisogna ammettere che la politica turca non potrà così facilmente continuare a sottrarsi dal richiamo del suo grande alleato storico, soprattutto se i rapporti tra Washington e Teheran dovessero precipitare. Per quanto l’ipotesi di una certa distanza da Washington sia maturata nell’élite turca già negli anni Novanta, dopo il primo conflitto in Iraq – basti pensare alle idee dell’ex primo ministro, in passato molto vicino a Erdoğan, Davutoğlu – la politica del presidente turco è stata sin qui capace di equilibrismi molto arditi; un simile capovolgimento strategico e geopolitico potrebbe però rivelarsi tutt’altro che semplice e indolore: che Erdoğan riesca non solo a scuotere lo status quo, ma anche a rivoluzionarlo è tutto da dimostrare.

Inoltre, proprio le relazioni con Mosca imporrebbero una politica turca sulla Siria più saggia e articolata: il recente comunicato di Astana esclude iniziative che attentino all’integrità dello Stato siriano e, sebbene la Turchia proprio con l’occupazione di Afrin (concordata con o quantomeno accettata dalla Russia) sia andata esattamente in questa direzione, una nuova operazione militare turca su vasta scala a est dell’Eufrate potrebbe compromettere anche i rapporti tra Ankara e i suoi nuovi alleati. E questo per due ragioni.

Da un lato i Curdi siriani sembrano, come ricordato, disponibili al compromesso, tramite il rafforzamento dello status quo, ovvero concedendo, anche grazie ad una mediazione americana, una lingua di terra (non i 30 km chiesti dalla Turchia, ma molti di meno) per le forze di sicurezza turche, un’ulteriore zona smilitarizzata posta sotto il controllo internazionale e il ripiegamento verso est e sud delle truppe YPG e nessuna condizione sull’evacuazione turca di Afrin. Ankara non può non tener conto di questa disponibilità, soprattutto se l’interlocutore dei Curdi restano gli Stati Uniti e se l’alternativa può essere un conflitto cruento in tutto il Nord-Est della Siria con possibili ripercussioni sulla stabilità di tutta l’area (a cui aspira anche la Russia).

Dall’altro canto, lo stesso governo di Damasco vuole individuare una cornice istituzionale nella quale chiudere il lunghissimo conflitto siriano. Il federalismo potrebbe essere il necessario presupposto per l’avvio di una stabilizzazione della Siria e potrebbe essere una strada preziosa nella quale indirizzare gli sforzi europei, sino ad oggi inesistenti. Le critiche al modello federale dimenticano che proprio gli Stati Uniti hanno organizzato l’Iraq post-Saddam con una logica simile, salvo poi disinteressarsi del suo sviluppo. Un progetto federale significherebbe il riconoscimento dell’autonomia curda, nel Nord del Paese, all’interno di una compagine siriana unita, sul modello di quanto realizzato in Iraq. Certo, il modello iracheno non ha fino ad oggi funzionato in modo eccellente, tutt’altro, e, tuttavia, va sempre tenuto presente che proprio la nascita dello Stato islamico è la manifestazione più evidente dei rischi determinati da scelte centralistiche e eccessivamente di parte. Un modello federale, con le dovute differenze tra Siria e Iraq, potrebbe garantire quella minima stabilità che appare davvero indispensabile a tanti anni dall’inizio del conflitto civile siriano. E potrebbe costituire la cornice istituzionale migliore anche per la ricostruzione del Paese e la gestione, estremamente complicata, dei militanti dello Stato islamico, tutt’ora attivi.

 

Immagine: Adolescente con la bandiera del Kurdistan nel Nord dell'Iraq (2019). Crediti: Felix Friebe / Shutterstock.com

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