24 giugno 2020

La vittoria di Vučić in Serbia rilancia il negoziato con il Kosovo

Il Partito del progresso serbo (SNS, Srpska napredna stranka) guidato dal presidente Aleksandar Vučić ha vinto nettamente le elezioni parlamentari che si sono svolte domenica 21 giugno; il Partito, in realtà di orientamento conservatore, con il 63,4% dei voti ottiene 189 seggi su un totale di 250. Una maggioranza schiacciante soprattutto se si tiene conto che la soglia per entrare in Parlamento, abbassata al 3%, è stata superata soltanto da altre due liste: quella del Partito socialista di Ivica Dačić, attuale ministro degli Esteri e alleato di Vučić, che ha ottenuto il 10,3% dei voti e 32 seggi, e quella dei nazionalisti dell’Alleanza patriottica serba, che, guidati dall’ex campione di pallanuoto Aleksandar Šapić, con poco più del 4% hanno ottenuto 12 seggi. Entrano in Parlamento anche quattro liste che rappresentano delle minoranze (ungheresi, macedoni, albanesi, bosgnacchi) per le quali non vale lo sbarramento.

La vittoria in realtà è molto meno chiara di come appare: l’astensionismo è stato superiore al 50% anche a causa del boicottaggio proposto dalle opposizioni che lamentavano l’assenza di condizioni minime per assicurare una competizione democratica, soprattutto per quanto riguarda la libera informazione. Anche se alcuni oppositori alla fine hanno presentato liste, rompendo l’unità delle opposizioni, molti elettori hanno seguito le indicazioni di Alleanza per la Serbia, che promuoveva il boicottaggio e adesso contesta la legittimità dei risultati. Il dato di fatto è che su sei milioni e settecentomila aventi diritto hanno votato tre milioni e trecentomila elettori e di questi ‘soltanto’ due milioni hanno scelto SNS; si tratta sempre di una buona percentuale, ma in queste condizioni diventa difficile definirla una vittoria indiscutibile.

La comunità internazionale tende ad apprezzare la stabilità rappresentata da Vučić, nonostante da molti sia considerato un autocrate; il presidente serbo è infatti piuttosto abile a mantenere buoni rapporti con tutti, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti, l’Unione Europea e l’Ungheria di Viktor Orbán. Soprattutto la sua posizione possibilista verso un accordo con il Kosovo è molto apprezzata dagli Stati Uniti.

La larga vittoria dell’SNS rende più probabile ora l’accordo tra Serbia e Kosovo, secondo una proposta che vede sostanzialmente concordi i due presidenti, Hashim Thaçi e Vučić. Alla base dell’intesa ci sarebbe uno scambio di territori cioè una revisione dei confini su base etnica per cui la valle di Preševo, area della Serbia meridionale a maggioranza albanese, entrerebbe a far parte del Kosovo e i quattro comuni con una maggioranza serba a nord del fiume Ibar si ricongiungerebbero con Belgrado. La proposta, che ha pochi precedenti nel diritto internazionale, presenta criticità in quanto potrebbe indurre le minoranze a trasferirsi, in qualche modo sotto pressione. Inoltre potrebbe apparire come un riconoscimento dell’impossibilità della convivenza e della necessità di creare comunità etnicamente omogenee. D’altro canto, i sostenitori della proposta la vedono come una strada realistica che porta al riconoscimento da parte serba del Kosovo, alla fine dei contenziosi, favorendo tra l’altro l’adesione delle due realtà all’Unione Europea.

Sabato 27 ci sarà un incontro a Washington, con la benedizione di Donald Trump e la mediazione del negoziatore statunitense Richard Grenell, tra Thaçi e Vučić in cui l’ipotesi dello scambio potrebbe essere rilanciata, nonostante le forti perplessità dell’Unione Europea e della Germania in particolare, che temono nuove tensioni e un pericoloso precedente. Secondo molti osservatori, Trump è alla ricerca di un successo in campo internazionale, da spendere durante la campagna elettorale. Addirittura la recente crisi politica in Kosovo, che ha portato alle dimissioni il governo di Albin Kurti, potrebbe essere stata ispirata in qualche modo dagli Stati Uniti, anche se la difficoltà dell’esecutivo si è manifestata su una questione interna. Kurti era entrato in contrasto con il presidente Thaçi, sulla gestione dell’emergenza Covid-19; mentre il primo ministro sosteneva misure simili a quelle prese nel resto di Europa, il presidente le considerava incostituzionali e sollecitava i cittadini a non rispettarle. Con la caduta di Kurti, esponente della sinistra, e la formazione del governo di Avdullah Hoti, la posizione di Thaçi si è rafforzata. Naturalmente anche a causa delle perplessità dell’Unione Europea, il tema dello scambio dei territori continua a presentare notevoli difficoltà; può però ritornare sul tavolo delle trattative e condizionarlo.

 

Immagine: Aleksandar Vučić (26 maggio 2016). Crediti: President of Russia (http://en.kremlin.ru/events/president/news/52010/photos/44399). Creative Commons Attribution 4.0 International

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