20 giugno 2020

Le ambizioni della Turchia in Libia

 

Esplorazioni a scopo energetico, gestione di stabilimenti petroliferi e aeroporti, collaborazione nel settore bancario. L’elenco delle priorità della Turchia in Libia, presentate dal ministro degli Esteri turco Mevlüt Ҫavuşoğlu in un’intervista televisiva giovedì sera, fa pensare a regolari relazioni bilaterali tra due Paesi più che a un aiuto dato da uno stato a un altro in tempi di guerra. Ascoltando distrattamente l’intervista del politico turco una persona poco informata sui fatti avrebbe l’impressione che il conflitto civile libico sia già finito da tempo.

Schierata dalla parte del Governo di accordo nazionale (GNA) di Tripoli – riconosciuto dalle Nazioni Unite – guidato da Fayez al-Sarraj, già dalla fine dello scorso anno la Turchia è impegnata militarmente in Libia contro l’esercito del generale Khalifa Haftar del governo parallelo di Tobruk. In pochi mesi l’apporto di Ankara al conflitto ha cambiato la situazione sul campo di battaglia, tanto da costringere Haftar a ritirarsi da alcune zone e soprattutto a impedire la conquista del centro di Tripoli fermando la sua avanzata. I successi delle ultime settimane hanno dato alla Turchia la forza di progettare nei dettagli il futuro della Libia e oggi “ricostruzione” è la parola utilizzata più di frequente nella retorica delle autorità di Ankara. La guerra in Libia è però ancora in corso e l’esito difficile da prevedere. Quello che oggi appare evidente è che l’ambizione turca di avere un ruolo preminente nel delineare l’esito del conflitto non si è rivelata, per ora, un azzardo. La Turchia desidera anzi guidare il processo di ricostruzione della nuova Libia e muoverlo a suo favore.

“Non siamo colonizzatori, in Libia collaboriamo con un approccio che è vantaggioso per entrambe le parti”, affermava giovedì sera il ministro degli Esteri turco Ҫavuşoğlu riferendosi al GNA di al-Sarraj che negli scorsi mesi ha frequentemente visitato la Turchia per incontrare Erdoğan. L’aiuto militare turco ha contribuito a scongiurare l’attacco finale di Haftar su Tripoli e oggi al-Sarraj ha tutto l’interesse a mantenere buoni rapporti con Ankara: le circostanze del resto lo costringono a farlo. La Turchia dal canto suo guarda alla Libia come un approdo che può seriamente contribuire a rafforzare la sua influenza nel Mediterraneo. Per quanto la campagna militare sia stata presentata in patria in relazione al comune passato nell’Impero ottomano, la politica turca in Libia si basa soprattutto sulla dottrina mavi vatan (in turco, “la madrepatria azzurra”): una strategia elaborata negli anni da alcuni generali turchi che vede nel Mediterraneo una prosecuzione del territorio anatolico e mira al suo controllo per proteggere la Turchia stessa e aumentare la sua influenza nelle partite energetiche che si giocano in quelle acque. A novembre 2019 Ankara e Tripoli hanno infatti siglato un accordo marittimo che mette in comune le acque territoriali libiche e turche. L’intesa può avere per ora vantaggi limitati, considerato che il governo parallelo di Tobruk controlla ancora totalmente la Cirenaica e le acque che bagnano quella costa. Nello stesso tempo, il tratto di mare ora in comune tra Ankara e Tripoli si trova nelle vicinanze dell’isola greca di Creta e l’accordo ha contribuito a ostacolare il progetto di un gasdotto pensato da Grecia, Cipro e Israele, Francia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti che sarebbe dovuto passare in quella zona. Anche l’Italia era stata coinvolta in questo progetto, ma già poco dopo l’accordo marittimo di novembre tra Ankara e Tripoli il governo Conte ha smesso di mostrare forte interesse a riguardo. Lo stesso vale per Israele che, nonostante le distanze con la Turchia di Erdoğan, ha compreso la dimensione dell’azione mediterranea di Ankara e ritiene che la cooperazione con i turchi, e non il conflitto, possa dare più vantaggi alle proprie aziende energetiche che operano nel Mediterraneo. Il primo risultato tangibile dell’intesa tra Ankara e Tripoli è proprio la mancata sottoscrizione da parte di Italia e Israele della recente condanna emessa da Cipro, Egitto, Francia, Grecia ed Emirati al medesimo accordo marittimo.

In Libia la Turchia ambisce quindi ad avere una presenza permanente e non solo a livello militare. Ankara non vuole semplicemente partecipare alla ricostruzione del Paese, ma orientare la fase postbellica attraverso un ruolo predominante nel settore energetico e bancario ma anche nella gestione degli aeroporti e degli approdi marittimi. Un progetto che va oltre la dottrina mavi vatan che proietta la strategia militare di Ankara sul Mediterraneo, considerato essenziale per la protezione del territorio anatolico. La guerra però non è finita, e le ambizioni di Ankara sono tanto chiare quanto ancora ostacolate da parecchi fattori. Nonostante le recenti sconfitte, Haftar controlla ancora la maggior parte del territorio libico e gode di un sostegno da parte delle tribù che abitano la zona meridionale della Libia. Il generale dell’esercito di Tobruk può contare anche su importanti sostenitori a livello internazionale come Russia, Egitto, Francia, Grecia ed Emirati Arabi Uniti. Con l’eccezione di Mosca, si tratta degli stessi Paesi che si oppongono alla Turchia nelle partite energetiche del Mediterraneo. Sebbene il presidente Vladimir Putin sia sempre stato evasivo rispetto al sostegno verso Haftar, la Russia è presente in Libia con un contingente di almeno 2000 uomini facenti riferimento al gruppo Wagner, un’organizzazione paramilitare privata russa che sostiene attivamente Khalifa Haftar. Non è facile capire se si tratti di propaganda o realtà, ma secondo alcune fonti dopo le recenti sconfitte subite da Haftar, Russia e Francia avrebbero siglato un accordo militare segreto che avrebbe fatto saltare il piano turco per riconquistare Sirte, città nelle mani di Haftar e fondamentale per il controllo di parte del territorio libico e dell’area di Ajdabiya, dove ci sono molte infrastrutture petrolifere. Potrebbe essere questo il motivo dell’annullamento all’ultimo minuto di un incontro tra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e l’omologo turco Ҫavuşoğlu che era in programma lunedì ad Ankara ma è stato cancellato, con vaghe e tardive spiegazioni da parte turca, a meno di 24 ore da quando era stato annunciato. La Turchia non è ancora riuscita a convincere il GNA di Tripoli per riuscire a ottenere pieno controllo sulla base militare aerea di al Wattiya e su quella navale di Misurata, operazione che le consentirebbe di mettere in sicurezza Tripoli e impedire nuove avanzate da parte di Haftar. Le ambizioni turche in Libia si mischiano quindi in un labirinto di oggettive difficoltà sul campo di battaglia, che spesso vengono offuscate da dichiarazioni sensazionali riguardo a una futura “ricostruzione” della Libia o fotografie di strette di mano e sorrisi tra le autorità di Ankara e Tripoli quando si incontrano per siglare accordi. L’ultima di queste istantanee è stata scattata a Tripoli mercoledì quando una delegazione turca di alto livello si è recata in Libia per discutere con al-Sarraj di futuri piani di ricostruzione. Nella delegazione turca c’era anche il ministro degli esteri Ҫavuşoğlu che quello stesso giorno avrebbe dovuto incontrare ad Ankara il suo omologo italiano Luigi Di Maio, ma l’incontro è stato cancellato all’ultimo minuto come era successo pochi giorni prima con l’annullamento della visita in Turchia del ministro russo Lavrov. L’incontro con il ministro degli Esteri italiano è stato in realtà posticipato, e Di Maio si è recato nella capitale turca venerdì 19 giugno.

“Riguardo alla Libia, è necessario lavorare per mettere la parola fine al conflitto”, ha affermato il ministro degli Esteri italiano ad Ankara durante la conferenza stampa congiunta con l’omologo turco. Mentre il ministro Ҫavuşoğlu si lamentava esplicitamente della posizione della Francia in Libia e lodava l’Italia cercando di ottenere un esplicito appoggio per il GNA di al-Sarraj, Di Maio si è limitato a ricordare che l’Italia come l’ONU riconosce il governo di al-Sarraj. Di Maio ha sicuramente mostrato vicinanza verso il ministro turco, che si rivolgeva a lui chiamandolo “il mio caro amico Luigi”, ma ha anche affermato che in Libia “la presenza sul campo di mercenari deve cessare”. La frase del ministro degli Esteri italiano è un chiaro ammonimento alla Turchia: la presenza militare turca in Libia è infatti composta da qualche decina di militari turchi che coordinano un contingente formato da migliaia di siriani. In Libia, Ankara è riuscita ad ottenere risultati sul campo schierando mercenari siriani che già collaboravano con la Turchia in funzione anti Assad nella regione di Idlib. Si stima che il contingente controllato dalla Turchia sia composto da circa 10mila siriani, pagati dai 2 ai 3000 dollari al mese, a cui viene promessa la cittadinanza turca in cambio del loro impegno in Libia. Anche la Russia impiega siriani in Libia, e secondo alcune testimonianze in maggio diverse centinaia di mercenari dalla Siria avrebbero ingrossato il contingente russo controllato dal gruppo Wagner. In un paradosso di realpolitik, Ankara e Mosca riescono sia in Libia che in Siria a mantenere aperto il dialogo pur sostenendo fronti opposti in ognuno dei conflitti. Una situazione che ha causato tensioni anche recentemente ma è per ora stata tenuta sotto controllo. Non è facile capire fino a quando questo equilibrio potrà reggere. Sicuramente la dichiarazione di ieri del vicepresidente turco Fuat Oktay secondo cui “Stati Uniti e Turchia presto aumenteranno la loro collaborazione in Libia” non farà piacere a Mosca, soprattutto dopo che il Pentagono da fine maggio ha iniziato a diffondere fotografie che provano la presenza di aerei da guerra russi in Libia a favore di Haftar.

 

 Immagine: Illustrazione 3D di bandiere di Turchia e Libia che sventolano nel cielo. Crediti: FreshStock / Shutterstock.com

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