15 maggio 2020

Le diverse risposte al Coronavirus in Asia Sud-Orientale

 

Da un certo punto di vista, la pandemia che stiamo vivendo si è dimostrata estremamente democratica. Infatti, a prescindere da dichiarazioni di sorta e maldestri negazionismi, il Covid-19 ha colpito praticamente chiunque a livello globale, senza distinguere in base al sistema politico e al livello di sviluppo. Di conseguenza, la risposta alla sfida posta dal virus è stata estremamente varia, sotto tutti i punti di vista: abbiamo visto grandissime disparità nel numero di casi e relativi decessi, nel tasso di mortalità e nell’indice R0 (il cosiddetto numero di riproduzione di base, ossia il numero medio di infezioni secondarie prodotte da ciascun individuo infetto).

Per quanto concerne il Sud-Est asiatico, le contromisure prese dagli Stati son state altrettanto varie. Alcuni governi hanno agito in maniera particolarmente proattiva, ponendo tempestivamente in moto un efficiente circolo di controllo: test, tracciamento dei contatti, imposizione di misure di quarantena. Altri, invece, hanno sostanzialmente minimizzato la situazione, sia per cercare di consolidare il proprio potere politico e sia per il timore di conseguenze nefaste sull’economia. Da questo punto di vista, il principale parametro per giudicare l’operato dei governi dovrebbe proprio essere la velocità nel rispondere alle sfide poste dalla pandemia.

 

Sebbene economicamente dannoso nel breve periodo, alcuni Paesi hanno deciso di implementare delle stringenti misure di controllo individuale, ponendo così il contenimento del virus e la salute dei cittadini al primo posto. I leader di Singapore e Vietnam, due Stati ritenuti in vario modo autoritari, hanno deciso di basare la loro risposta all’emergenza su evidenze scientifiche e mediche, e non è un caso che siano tra i Paesi con il percorso più solido e trasparente: Singapore, pur essendo coinvolta sin dalla primissima ondata di contagi, conta circa 25.000 casi e appena 21 decessi, mentre Hanoi dichiara solamente 288 casi e nessun decesso. Un altro importante elemento di questa strategia è stata l’estrema trasparenza con cui le leadership dei due Paesi si son approcciate al problema. Lee Hsien Loong, primo ministro di Singapore, è presto diventato modello di una comunicazione efficace, basata sia su mezzi tradizionali che sui cosiddetti new media, parlando alla nazione anche attraverso delle dirette su YouTube. Lee ha velocemente riconosciuto la pericolosità della situazione e delineato una chiara strategia per affrontarla e superarla. In questo senso, anche il Partito comunista vietnamita si è distinto per aver posto la salute pubblica al primo posto, comunicando efficacemente e chiaramente alla popolazione le misure da seguire. Entrambi i governi hanno utilizzato anche canali non convenzionali per arrivare alle fasce più giovani. Fioccano così i video su TikTok, social popolarissimo in Vietnam, su come mantenere la distanza sociale, su come lavarsi correttamente le mani e su come contribuire efficacemente al superamento della crisi.

 

Anche la Malaysia ha implementato una risposta efficace, nonostante lo stallo politico-istituzionale che attanaglia il Paese dai primi mesi dell’anno. Il nuovo primo ministro Muhyiddin non si è ancora presentato in Parlamento per ottenere il voto di fiducia, mettendo sostanzialmente in stand-by la vita politica malese. Ciò non ha, però, impedito al governo di adottare le giuste misure di contenimento, affidandosi al parere di medici ed esperti sanitari. La Malaysia è stato uno dei primi Paesi a promulgare una stringente quarantena e il primo attore regionale ad appiattire la curva dei contagi.

 

Altri leader, invece, hanno imboccato una rotta basata su calcoli economici e politici a breve termine, sottovalutando apertamente la portata del problema e la pericolosità del virus, ponendosi in una posizione più attendista e perdendo così tempo prezioso per mettere in sicurezza i propri cittadini. Uno dei casi più eclatanti è quello indonesiano, dove infatti i contagi sono in costante aumento. Il primo ministro Joko Widodo ha invitato la popolazione ad utilizzare rimedi tradizionali, come ad esempio bere il Jamu (un miscuglio di zenzero rosso, citronella e curcuma). Il ministro della Salute, invece, ha sottolineato l’importanza della preghiera nell’arginare la diffusione del virus. Una situazione simile è riscontrabile anche in Thailandia, Paese che sta attraversando una grave crisi politica e che si trova sull’orlo della dittatura militare. Nelle prime settimane di emergenza, il ministro della Salute thailandese ha accusato, in maniera abbastanza colorita, gli occidentali di aver portato il virus nel Paese con la loro scarsa igiene personale, oltre a rifiutarsi di indossare le mascherine.

 

Ma ci sono anche i governi che hanno deciso di approfittare della situazione, sfruttando l’emergenza per accentrare ancora di più il potere, attaccare avversari politici e i mezzi d’informazione. Leader autoritari come Rodrigo Duterte e Hun Sen hanno visto la pandemia come un’opportunità politica. In Cambogia, il Parlamento ha approvato una legge che attribuisce ad Hun Sen dei poteri straordinari, tra cui la possibilità di intercettare comunicazioni telefoniche e telematiche, e limitare la libertà di parola e di assembramento. In questo contesto, Duterte ha potuto trovare un’ulteriore giustificazione per le esecuzioni extragiudiziali e il controllo squadrista delle strade, dove la lotta alla droga, prima, e la pandemia, poi, son diventate il pretesto per far sparire elementi sgraditi. Ha promulgato il lockdown su Manila, per poi ritirarlo dopo pochi giorni. Ha accusato i medici di tramare contro di lui, invece che curare i pazienti. La sua incapacità e il sostanziale disinteresse verso la diffusione del virus hanno portato le Filippine ad avere il terzo dato più alto nella regione per quanto riguarda i contagi (11.618 casi) e porsi al secondo posto per quando riguarda il tasso di mortalità (772 decessi). L’unica speranza, secondo Duterte, è che la Cina abbia il buon cuore di condividere la cura, una volta trovata.

 

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Immagine: Disinfezione e decontaminazione come prevenzione del contagio da Coronavirus, Yogyakarta, Indonesia. Crediti: IkbarNKC / Shutterstock.com

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