15 febbraio 2017

Le implicazioni di un’Europa a più velocità

di Nicolò Carboni

Il dibattito pubblico europeo somiglia spesso all’eterno ritorno di Nietzsche. Nelle ultime settimane è stato il turno dell’Europa a più velocità, o Europa a cerchi concentrici. Angela Merkel ha infatti annunciato a margine del Consiglio Europeo di Malta che, durante le celebrazioni per i sessant’anni dei Trattati di Roma, i leader dovranno riflettere su un nuovo modello d’integrazione “non uguale per tutti".

L’autorevole endorsement del cancelliere tedesco non inventa nulla di nuovo ma si limita a rilanciare alcune proposte già esplorate fra il 2015 e il 2016 quando l’allora primo ministro David Cameron cercò di rinegoziare l’adesione del Regno Unito all’Unione Europea. La storia poi è andata in modo diverso ma, volendo tornare ancora più indietro, già nel 1994 durante i negoziati per la ratifica del Trattato di Amsterdam alcuni autorevoli esponenti della CDU tedesca avevano teorizzato una kerneuropa dei Paesi nordici da contrapporre ai meno affidabili partner orientali e mediterranei. Non è un caso che i più strenui difensori di questo approccio, tanto da teorizzarlo pubblicamente nel 1994, furono Karl Lamers - oggi presidente della commissione difesa del Bundestag - e Wolfgang Schauble, l’arcigno ministro delle Finanze tedesco.

Al netto delle elaborazioni accademiche e delle questioni di nomenclatura, però, dalle parole di Angela Merkel non si evince la direzione verso cui dovrebbe muoversi questo nuovo approccio, tantomeno come rendere più razionale un’Unione Europea già piuttosto contorta: dei 28 Paesi membri (presto, forse 27) 19 fanno parte dell’Eurozona, 22 dello spazio Schengen, 26 hanno approvato il brevetto unico europeo, mentre, per il mercato interno, oltre agli Stati UE abbiamo pure Svizzera, Islanda e Norvegia. Inoltre per alcune nuove iniziative, come la difesa comune o l’accoglienza ai migranti, si stanno già configurando coalizioni dei volenterosi più o meno variegate, seppur in mancanza di un quadro legislativo definito.

In un contesto tanto ingarbugliato viene difficile immaginare la creazione di altri livelli istituzionali a meno di non intendere la proposta tedesca come un progetto di rafforzamento della moneta unica e, conseguentemente, di maggior integrazione dell’Eurozona.

Anche qui siamo nel reame del già visto: nel 2011 Nicolas Sarkozy parlò della necessità di rafforzare il governo dell’euro, mentre il Parlamento Europeo ha prodotto più di una mozione non legislativa sul tema.

Le questioni sul tavolo, tuttavia, esulano dal semplice profilo tecnico/istituzionale e si fanno ben presto prettamente politiche: un’Eurozona più integrata significa mutualizzazione del debito pubblico, una prospettiva che la Germania accetterebbe solo avendo come contropartita la creazione di un superministro delle finanze in grado di “commissariare” i paesi inadempienti. Un’Europa già indebolita dalle forze antisistema e in crisi di consenso potrebbe avere la legittimità democratica per procedere con una riforma simile? Quale sarebbe, nel caso, il ruolo di Parlamento e Commissione Europea? Le soluzioni pratiche abbondano, dalla creazione di un “parlamentino” dell’eurozona composto da delegati delle camere nazionali fino all’istituzione di un’apposita commissione in seno all’assemblea di Strasburgo ma, come si faceva notare prima, la vera questione trascende il dibattito tra esperti e tocca il cuore del progetto Europeo.

Le urne ormai prossime in due importanti Paesi e la debolezza congenita di alcuni governi, però, rendono molto arduo immaginare che a Roma, fra appena un mese, il Consiglio Europeo possa imbarcarsi in un’avventura tanto radicale per innovazione e portata geopolitica. Le parole di Angela Merkel, per usare un’espressione molto amata dalla burocrazia europea, hanno il merito di wind up the debate fino al massimo organo politico di questa nostra unione, ma rischiano - nel peggiore dei casi - di ridursi all’ennesimo annuncio che, in pochi mesi, si perderà fra pastoni giornalistici e imprevedibili esiti elettorali.

 

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