8 ottobre 2019

Le nuove prospettive maggioritarie della politica italiana

di Alessandro Sparoni

Il 17 settembre Matteo Renzi, dopo aver votato la fiducia al governo da parlamentare del Partito democratico (PD), ha annunciato su RAI1 la creazione di un nuovo partito che avrebbe preso poi il nome di Italia viva. Il partito, come spiegano gli esponenti della nuova formazione, si concentrerà nell’occupare uno spazio elettorale che non risponda più alle logiche della destra e della sinistra, ma capace di attirare l’attenzione di tutti gli aventi diritto al voto che non si riconoscono nelle posizioni di una destra sempre più sovranista e di una sinistra in declino. Inoltre, da quando Italia viva ha visto la luce, Matteo Renzi ha sempre sostenuto che è grazie a lui se Salvini «è andato a casa» ed è sempre merito suo se l’alleanza fra PD e Movimento 5 stelle è stata possibile.  La domanda che, da quei primi momenti, molti commentatori politici hanno cominciato a porsi è da che parte stia realmente Renzi, quanto questa sua scelta possa indebolire la nuova alleanza di governo.

Quasi tutti interpretano la scelta come frutto della volontà di occupare uno spazio politico in vista di una riforma elettorale di tipo proporzionale. Il 28 settembre Renzi ha invece ribadito che «il suo avversario si chiama Matteo Salvini» e che la scelta fatta non indebolirà il governo, né tanto meno il PD: «Non ho intenzione di giocare vecchi ruoli, né di occupare poltrone» ha affermato. Se proviamo a seguire le dichiarazioni e le scelte fatte, possiamo immaginare che Renzi abbia ragione quando sottolinea di non voler stare «da nessuna parte se non la sua». In questa situazione il governo è comunque sotto scacco – senza di lui la maggioranza non ci sarebbe più – e con la creazione del nuovo gruppo parlamentare anche lui dovrà essere ascoltato dal presidente Conte. Ma ancora più importante è il fatto che Renzi si stia presentando, in una logica maggioritaria, come l’unico possibile avversario di Salvini. Il meccanismo di stabilire chi sia il nemico a cui contrapporsi permette, infatti, di focalizzare su di lui l’attenzione, di elevare l’avversario a capro espiatorio dei disagi che i cittadini vivono. Identificare chiaramente un nemico condiviso accresce la voglia di fare “gruppo” e ne esalta l’identità, rendendolo più coeso e forte. Individuare un nemico aiuta anche a definire un’identità, a capire chi sei o chi rappresenti in funzione del fatto che il nemico incarna ciò che non sei e i valori che non ti appartengono. Renzi si sta proponendo come unica alternativa a Salvini, come l’unico in grado di batterlo, come il solo che possa avere una chance contro un “capitano” che ormai si ritrova un partito intorno al 30%. Per questo il 15 ottobre, sempre su RAI1, il dibattito fra Salvini e Renzi sarà l’inizio di un dualismo che vedrà l’Italia divisa nella scelta tra due uomini politici dotati di una forte leadership, capaci di utilizzare nel modo migliore la comunicazione e unica alternativa tra cui scegliere per le elezioni del 2023. Se tutto questo si realizzasse, sarebbe anche, è bene ricordarlo, la fine dei partiti.

 

Immagine: Matteo Renzi (25 febbraio 2018). Crediti: MikeDotta / Shutterstock.com

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